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Il ragazzino dell'alabastro - Francesco Ferrante

IL RAGAZZINO DELL'ALABASTRO

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scheda vista 258 volte.


autore: Francesco Ferrante

editore: Edizioni Simposium


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recensione del 11/08/2016 di



“IL RAGAZZINO DELL'ALABASTRO” di Francesco Ferrante.

 

 

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. (G. Strada)

 

Il pensiero di Gino Strada, che anticipa la prefazione stessa di Francesca Currieri, può costituire l’incipit e l’epilogo di questo lungo racconto, perché il ragazzino dell’alabastro è metafora dei disastri della guerra, di una battaglia mai vinta dagli albori del mondo ad oggi e ci pare di ascoltare l’eco dei memorabili versi di Salvatore Quasimodo:

 

“sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre , come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.”

 

la crudeltà di Caino che fa dire al fratello: “andiamo ai campi”, non è per nulla dissimile da quella dell’uomo del suo tempo “con le ali maligne”, “nella carlinga di morte”, cambiano gli strumenti, ma non la belluinità che fa dire a Francesco Ferrante: “La storia non insegna nulla, si potrebbe anche non studiarla più.” E a questa dichiarazione spiazzante segue un interrogativo pressante: “a che serve, infatti, apprendere storie di secoli di massacri e violenze, se non si impara pure a conoscere una cura, una strada percorribile verso una soluzione diversa che non sia la guerra, una prevaricazione, un’ingiustizia o una sanguinaria rappresaglia. “ Dicevo, questa dichiarazione spiazzante e insieme provocatoria dà l’avvio alla storia, anticipandoci la drammaticità degli eventi a venire e se da una polverosa piazza di un villaggio nordafricano che vive una vita all’insegna degli affetti, cortesia, speranze, in armonia con sé e col mondo senza bisogni fasulli, assetato solo di pace, perché come dice Francesco Ferrante: “la vita non è un macchinario che si può comprendere con un libretto di istruzioni”, dicevo, se da quella piazza polverosa sbuca un ragazzino che corre dietro un pallone con Khalid, l’amico d’ una vita o lo scorgiamo nella bottega dello zio, mentre lo raggiungono le voci dell’esterno, perché è dalla strada che si accede, due soli locali connessi da una porticina, in uno Ahmed: lima, martello, scalpello seduto su uno sgabello basso radente al suolo, intento a cavare dall’alabastro un soffio di vita per farne una statuetta che rievoca il mito o un vaso dai bassorilievi preziosi. Ahmed, è lui il ragazzino dell’alabastro e da quella bottega che ha un’anima, perché non è il luogo del profitto, dello scambio meccanico tra una cosa e un’altra cosa, ma è luogo in cui nasce la vita, sia pure quella di una preziosa statuetta, di un leggiadro vaso, luogo di armonia tra chi insegna e chi impara, Ahmed e lo zio, tra un pezzo di alabastro e Ahmed impara ad amare il suo lavoro e a guidarlo sull’arduo sentiero dell’ apprendistato è la pazienza e la saggezza dello zio e in un’altra bottega c’è Mohamed. Ahmed 13 anni e il suo diario come quello di Anna Frank che li consegna alla storia, stessa età , fatta di giochi, di sogni, di speranze, di fatica che fanno storcere il naso agli incauti avventori che deplorano la giovane età del piccolo scultore, e con sussiego ne commiserano la vita da un’ottica dove l’indice della felicità si misura in base al PIL, ma per il piccolo scultore il suo PIL è in quel soffio di vita che riesce a dare alle sue creature e i bisogni essenziali suoi e della sua famiglia che riesce ad appagare con la vendita di quei gioielli d’alabastro. poi gli basta un calcio ad un pallone con Khalid, mordere frutti e chiacchierare arrampicato sugli alberi e il suo adorato lavoro dopo la scuola e da questa esistenza si snoda la parabola che incastra l’ignaro Ahmed nel meccanismo della storia di cui si diceva in apertura del racconto. Racconto ammaliante quello del ragazzino dell’alabastro che ha in sé le premesse e che se sviluppate potrebbero dare luogo ad un romanzo, l’autore Francesco Ferrante appare pressato dall’esigenza di guardare gli effetti nefasti della follia umana, perché è questa la guerra, al di là di tutte le dichiarazioni di nobili necessità che ne giustificherebbero i mezzi, dicevo dall’esigenza di fissare lo sguardo sugli ultimi del pianeta e non solo. Il ragazzino di talento nella parabola della sua esistenza si trova di fronte la violenza, ma per meglio comprendere la struttura del racconto, andiamo al sistema dei personaggi, attorno al protagonista le figure familiari il padre e i fratelli, lui è il terzo di cinque figli tre maschi e due femmine, lo zio ,artigiano espertissimo ed amorevole maestro che riesce a trasformare il momentaneo rifiuto di Ahmed in passione per il suo mestiere, che è anche un’arte finissima , Khalid il compagno di giochi, Giuliette la scopritrice di talenti, il mediatore furbo, il gallerista previdente, e in netta antitesi il padre di Khalid, che nel locale di Amina , dove si fuma il narghilè impartisce i suoi messaggi di odio, e il capo dei ribelli che provvede ad un’esecuzione sommaria, il poliziotto corrotto, queste ultime in stridente antitesi con le laboriose figure di Ahmed, dello zio, del padre e dei fratelli di Ahmed, nell’esistenza serena dello zio di Ahmed e del vecchio Mohamed maestro di bottega tutti intenti a dar corpo alla loro arte, che è custodita nelle enormi scaffalature colorate dove si allineano i preziosi gioielli in alabastro, nella bottega dove qualche turista balordo, mercanteggia sul prezzo a volere significare che lui non si fa menare per il naso, ma a parte qualche balordo, non mancano i complimenti e le foto, ma soffiano improvvisi e veementi come un ciclone venti pestilenziali e si allontanano anni luce dal tranquillo villaggio incluso nei tour operator i drappelli di turisti forieri di benessere tra i quali campeggia la figura di Giuliette, viaggiatrice appassionata che in un caldo pomeriggio varca la soglia della bottega di Ahmed. Giuliette bellezza matura, ma ancora ammaliante, ammira il talento del ragazzino e dalla terrazza dell’attico di lusso a Copenaghen si batte per valorizzarlo, elabora un piano per portare in Europa il ragazzo col prezioso carico dei suoi piccoli capolavori, e conta i giorni per rivederlo e pianifica, tutto: viaggio, mediazione, selezione delle opere, pagamento, e a beffarla è un imprevisto, no del tempo, del caso, ma della storia ed di una storia di sempre, Ma è bello sentire un ragazzino che contento del suo lavoro e di dare una mano in famiglia esclama:” mi diverto, quasi quanto a giocare a calcio con Khalid”, ma dietro l’angolo c’è la storia, , una storia balorda, di violenze che si corrispondono e si rincorrono e si perpetuano, in un ingranaggio nefasto e se da una parte c’è Ahmed e la sua famiglia, dall’altra c’è il padre di Khalid che dalla bottega di Amina dove si fuma narghilè diffonde i suoi proclami nefasti ed il primo a rimanerne ostaggio è Khalid che lascia il pallone, smette di chiacchierare sui rami dove morde frutti e imbraccia un fucile davanti ad un altro fucile puntato e sulle orme dei discorsi del padre procede. Cercano altri villaggi i tour operator e i turisti si dileguano e per gli ultimi portare il pane in famiglia diventa un miraggio, e tra le mani di Ahmed rimane la statuetta d’alabastro raffigurante la donna dalla bellezza ammaliante, portamonete in pelle e banconote che in un caldo pomeriggio ha varcato la soglia della bottega d’alabastro e ha compreso l’anima delle sue statuette, e sa che non si salda un conto con le banconote, quando di mezzo c’è l’arte e la bottega di Ahmed è il crocevia, attraverso le preziose statuette, dell’incontro tra genti, L’arte avvicina i popoli, ma non è scevra da manipolazioni: ”mastice inconsapevole tra due mondi distanti “l’arte avvicina i popoli , la politica li separa” dice Francesco Ferrante, in una visione piuttosto idilliaca e non perturbante dell’arte, ma l’arte è spesso stata al servizio del potere e di qualunque potere e lo stesso artista ostracizzato in un contesto è stato integrato in un altro più funzionale al potere costituito, dove la legge inamovibile è stata o ti allinei o sei niente; mitica dunque la visione dell’arte secondo Francesco Ferrante, tale, a condizione che si accetti quando è necessario l’ostracismo, il lima labor in una chiusa officina e si attendono tempi migliori per darla alla luce, perché l’arte per sua natura è perturbante. E la decodifica del cambiamento di rotta spiegato in bottega in un caldo pomeriggio con le semplici parole dello zio in poche battute ad un ragazzino che interroga, riassume trecento anni di storia dal colonialismo al post colonialismo, al ragazzino che non sa capacitarsi di una logica che non ferma la spirale di violenza, ma che ad odio aggiunge altro odio, in una catena disseminata di tragici eventi, e ci fa dire, ci vorrebbe un altro Gandhi! E’ questa la strada da percorrere e il ragazzino dell’alabastro sulle orme dello zio sapiente traccia un sentiero, con ostinata coerenza lo applica nel rapporto con Khalid, l’amico di sempre e al pugno ricevuto non risponde con analoga violenza, memore dell’insegnamento dello zio, è questa l’ideologia del giovane artista e l’amicizia con Khalid rinasce più forte, ma in un’ottica rovesciata chi rinuncia è un vigliacco! Non è forse questa la logica del duello della sfida fino all’ultimo sangue? Non è di questa cultura che sono intrise gli archetipi delle nostre storie? Come ad esempio “I Nibelunghi” della tradizione germanica e non solo. Sfide, sfide fino all’ultimo sangue. Ahmed e lo zio in quel sistema dei personaggi restano isolati, perché anche i fratelli e il padre di Ahmed sono personaggi fluidi dai contorni imprecisi, che si convertono o se si potesse dire si “sconvertono”, là dove soffia il vento, ma è un vento di morte e il ragazzino dell’alabastro diventa di marmo come le sue statuette, isolato con la forza delle sue idee e come Khalid non imbraccia un fucile, e senza saperlo pensa in sintonia con uno dei colossi della nostra letteratura, ideologia contenuta nella celebre allocuzione del coro Ermengarda “te collocò la provvida sventura infra gli oppressi.” E non c’è da strabuzzare gli occhi a sentire queste parole, perché non è un anatema, essere collocato tra gli oppressi: è fortuna! Ci voleva un Manzoni per rendere credibile parole di tale incidenza. E fanno da sottofondo le grida di rabbia dei ribelli a questo cambio di rotta, sul limitare della bottega Ahmed segue con lo sguardo Khalid col fucile a tracolla, lo sguardo terrorizzato mentre marcia con i ribelli e rimane nelle orecchie nell’intervallo tra l’eco degli spari la preghiera di Ahmed con le forze a brandelli che implora Allah perché lo protegga dalla violenza. E per legittimare la forza il potere costituito usa gli artifici di sempre, il depistaggio e l’archiviazione e la fuga dell’esercito a difesa della capitale sanciscono l’abbandono del villaggio e la piazza abbondonata dai giochi dei bimbi è emblema del destino del paese e al terrore si aggiunge terrore e a moltiplicarlo nell’intento di estinguerlo si fanno avanti i gendarmi del mondo con gli strumenti solo un po’ più sofisticati di quelli di un tempo e un imperativo assoluto: ” schiacciarli come formiche” e il diario di Hamid registra lo stupore davanti alla violenza che dilaga e si scioglie in un anelito utopico per chi è incastrato in un luogo. “Io vorrei trovarmi in un altro posto, non sono un vigliacco, ma non capisco i motivi di questa irrazionale ed assurda lotta armata.” E Ahmed con la testa tra le mani che prega nella bottega dello zio anticipa il dramma a venire e i boati che fanno tremare la terra e nel breve raggio di sole che squarcia le nuvole ci vengono in mente i celebri versi di Quasimodo: “trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera. “cui corrisponde il fucile di Khalid puntato al cielo e la veemenza degli spari, Khalid sfinito in ginocchio accasciato ai piedi della storia. E all’altro capo del mondo da una lussuosa terrazza le lacrime di Giuliette fanno da contraltare e una speranza e una supplica si levano insistenti: “che almeno lui si fosse salvato” e “che Dio perdoni l’umanità.” E lo sbarco a Lampedusa di Khalid tra i perigli del mare e la linea irreale dell’orizzonte che lo riporta d colpo alla sua Africa ci ricordano con le parole di Francesco Ferrante :”E’ nostro dovere abbandonare questa infedeltà alla vita e a Dio. Occorre donare al mondo un’opportunità di pace. “.Ideologia perturbante, ma necessaria e ci è d’ausilio Richard Sennett, tra i più autorevoli sociologi contemporanei, docente alla London School of Economics e alla News York University, che guarda con preoccupazione al modo in cui in Europa si affronta la questione migratoria, Il “nuovo tribalismo”, che combina la solidarietà con i propri simili e l’aggressività contro chi è diverso, è frutto di un’incompetenza sociale sostiene l’autore de “ Lo Straniero. Due saggi sull’esilio” Feltrinelli. Incompetenza favorita dal modo in cui sono costruite le nostre città. Sistemi chiusi sigillati che dequalificano i nostri cittadini. Bisogna imparare , no a fare uso delle diversità, ma valorizzare le diversità, Perché la cooperazione con gli altri, specie con gli estranei, è una competenza, è un’arte che va acquisita. E le città aperte, porose e dinamiche possono aiutarci ad esercitarla , “rendendoci cittadini migliori”. è un’arte che va acquisita, se non vogliamo trovarci di fronte i problemi di tutte le banlieux possibili, periferie bistrattate e quindi infuocate. e per citare ancora Richard Bennett, che a Giuliano Battiston che gli chiede lei che idea si è fatto a proposito del dibattito in atto in Europa sulle migrazioni, polarizzato: a sinistra invocando la solidarietà e a destra il ritorno alle frontiere, risponde: “ Credo che il dibattito sia disonesto. Perché ci si concentra su” loro” , sulla presunta invasione , e non sulle ragioni per cui si viene in Europa. Nel caso dei migranti economici, il perché di cui omettiamo di parlare, racconta molto di “noi”: degli imprenditori disposti a non rispettare le leggi sul lavoro, pur di avere manodopera a basso costo, del lavoro in nero, così diffuso in certi Paesi europei; di un sistema economico in cui flessibilità significa repressione per i lavoratori, e nessuna responsabilità sui datori di lavoro. Prima di guardare agli “altri” , faremmo meglio a ragionare sulle nostre complicità”. Oggi c’è un sistema di flussi migratori globali, che presuppone una differente nozione d’identità, migrando non si perde la propria identità, ma la si integra in qualcos’altro. Pensare che i rifugiati siano dei parassiti e che rappresentino l’unico paradigma del modo in cui le persone migrano è di una cecità fatale, nelle città dove ha lavorato Bennett: New York, Beirut o Londra i migranti possono solo “sopravvivere “ , diventando cosmopoliti competenti, esercitando l’abilità di comunicare con gli estranei, di orientarsi e “navigare” in città. Tra Stati Uniti e Messico è stata eretta una barriera di 1500kilometr per impedire l’ingresso dei Messicani, ma non funziona, c’è bisogno di una politica dell’accoglienza diversa da quella dell’Australia dove si lasciano morire i migranti in mare. Nelle ecologie naturali c’è differenza tra frontiera, un limite dove le cose finiscono e il confine un’area in cui gli organismi interagiscono di più. Sennett cerca di capire come potremmo rendere i nostri confini più porosi , così da favorire i contatti tra la gente , anziché ostacolarli, un esempio di frontiera è quella che separa Gaza da Israele , dove il margine è costruito in maniera inaccettabile , attraverso l’espulsione dei Palestinesi, Sennett studia il modo per evitare di applicare in Europa questa mentalità di apartheid che qualcuno vorrebbe usare , per esempio nei confronti delle comunità islamiche. Le nostre città riflettono un isolamento funzionale, dove si applica una logica insulare, alle funzioni e alla gente che ci vive, Bennett auspica città porose che non separano la funzione commerciale da quella pubblica aree in cui le scuole, lo shopping, partecipare ad un evento, sociale e politico non siano aree isolate dal contesto. Parimenti avviene per gli edifici, Bennett che si è interessato alla ricostruzione di Beirut negli anni novanta, ricorda che l’ideologia dominante suggeriva di sigillare ogni edificio, in risposta alla guerra civile , ma gradualmente l’esigenza è diventata opposta, come fare in modo che persone che si erano combattute si abituassero alla condivisione degli spazi, bisogna applicare alle città la teoria dei sistemi aperti cosa che ha reso possibile l’informatica contemporanea, dunque trovare un’alternativa alle smart city, che sono sistemi chiusi, un sistema aperto richiede molta capacità di interpretazione, perché implica il cambiamento. Occorrono forme incomplete che possono essere modificate a secondo dei bisogni della gente. A Boston dove ha lavorato, afferma Bennett, io e il mio team disponevamo di tutte le competenze tecniche e le conoscenze necessarie per evitare la segregazione , ma non bastavano, perché mancava il desiderio di vivere con gli altri e le abilità per farlo, la mera presenza della diversità, non può scongiurare l’indifferenza, di per sé, ma in una città l’ambiente giusto può favorire l’esercizio della cooperazione , rendendoci cittadini migliori. E mi piace concludere accostando la proposta di Richard Bennet che è anche un auspicio e un imperativo, a quello di Francesco Ferrante: ”E’ nostro dovere abbandonare questa infedeltà alla vita e a Dio. Occorre donare al mondo un’opportunità di pace. Ed a confortarci delle disfunzioni del mondo, basta ricordare quanto ha dichiarato la Poetessa Wislawa Szymborska nel bellissimo discorso da lei tenuto a Stoccolma in occasione del conferimento del premio Nobel: “Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte ad esso, amareggiati dalla sua indifferenza …questo mondo è stupefacente”.

 

Emilia Ricotti

recensione aggiornata il 11/07/2020

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recensione del 14/09/2016 di



“IL RAGAZZINO DELL’ALABASTRO” DI FRANCESCO FERRANTE

Recensione di Maria Elena Mignosi Picone

 

“Uno struggente e purtroppo attuale racconto ambientato in un paesino del Nord Africa che diviene teatro di lotta tra forze governative e terroristi, con l’intervento pure della coalizione internazionale.

A farne le spese è la popolazione soprattutto con l’uccisione di innocenti e con il conseguente esodo dei sopravvissuti verso i paesi occidentali.

La narrazione ruota attorno ad un giovanetto , appunto il ragazzino dell’alabastro, che per aiutare la famiglia, lavorava l’alabastro nella bottega dello zio. Un ragazzino sensibile, generoso e promettente nel campo della creatività artistica, di fronte al quale poteva schiudersi un avvenire brillante e ricco di soddisfazioni.

Risalta nel racconto il contrasto tra la serenità, la pace di un primo periodo, e pure l’amicizia con un coetaneo, l’arrivo dei turisti lieti e spensierati, e di contro l’imperversare della violenza, la guerra, la morte, la distruzione.

E allora Francesco Ferrante, che qui compare in veste soprattutto di padre di famiglia, preoccupato del mondo da lasciare a figli e nipoti, non può fare a meno di prendere la penna e levare la sua voce non tanto per investigare sulla situazione politica, su cause ed effetti degli eventi bellici, ma sulla soluzione che si augura che sia una buona volta, non necessariamente la violenza. La sua voce, vibrante ed accorata, si leva in difesa della pace. E’ la pace che auspica l’autore in questa sua opera la quale riesce a commuovere per la sorte tragica e inaccettabile, del ragazzino.

La sua è un’invocazione di speranza. Che cessi finalmente la guerra e ciascun essere umano viva nella serenità che gli consenta di vivere e realizzare quel che desidera nel suo cuore, secondo i suoi progetti e le sue aspirazioni.

E tutti noi, persone di buona volontà, ci associamo alla invocazione del nostro autore, stanchi di tutte le notizie che quotidianamente purtroppo provengono dal resto del mondo, stanchi di questo scempio che si perpetua giorno per giorno.

Basta! E’ il grido di Francesco Ferrante. Basta! E’ il grido della intera umanità.

Che non succeda mai più, che non si ripeta mai più, la vicenda del ragazzino dell’alabastro!”

Maria Elena Mignosi Picone


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recensione del 22/09/2018 di



“Il ragazzino dell’alabastro” – recensione di Carmen Cera

 

Avvicinandomi a quello che possiamo definire quasi un tascabile, non è difficile avere qualche pregiudizio, nel senso classico e appunto pregiudiziale che il volume fa la forza.

Mi sono ricreduta. Francesco Ferrante, senza urlare, attraverso uno stile sobrio e non patetico, ma sicuramente delicato e senza trascurare di guardare e di entrare nei fatti, in questo piccolo libro riesce ad assumere intanto il punto di vista di Ahmed, un ragazzino che lavora l’alabastro e che abita in un villaggio africano, ma anche ad enucleare in poco spazio veramente tutti i passaggi che oggi spesso portano un paese alla guerra civile tra fazione moderata e fazione integralista, al prevalere spesso attraverso la violenza di quest’ultima fazione con il conseguente intervento di una cosiddetta “missione di pace” occidentale.

Il punto di vista dell’autore riesce a restare sempre quello di Ahmed e della gente del suo villaggio, a tal punto che Ahmed muore per via di un attacco occidentale sferrato per piegare la fazione integralista. Con ciò l’autore dimostra coraggiosamente e consapevolmente l’intima contraddizione che spesso caratterizza l’intervento armato occidentale, in quanto molte volte si viene a configurare come intromissione dall’alto nelle vicende politiche di un paese o come anello di una catena che genera violenza.

Trovo coraggioso, onesto, lucido portare sulla pagina le colpe occidentali, ossia il latrocinio delle risorse africane, perpetrato da sempre, dal colonialismo al neocolonialismo e a tuttora (il petrolio della Nigeria, i diamanti della Sierra Leone, il coltan del Congo, il divieto di brevettare materiali tecnologici e farmaci, per cui le popolazioni sono costrette se vogliono sopravvivere ad acquistarli da noi e al nostro prezzo), vera causa delle guerre di quei paesi e prima causa dei flussi migratori. E trovo altrettanto coraggioso portare ancora sulla pagina, ma senza assolutamente giustificare, la matrice che a volte c’è dietro un attentato terroristico, ossia quello di una risposta alla usurpazione occidentale.

Però le parole di Ahmed ricompongono lo scenario umano, per cui dice non si può rispondere con la violenza alla violenza, condannando quindi gli attacchi terroristici degli integralisti. Ma cosa oggi quanto mai importante e fondamentale, e secondo me questo è uno dei passaggi più importanti e che implica uno spostamento del punto di vista, operazione che l’autore riesce a fare, è che le parole di Ahmed ci fanno anche capire che vittime del terrorismo non sono solo gli occidentali, ma soprattutto sono gli abitanti dei paesi in cui attecchisce il terrorismo stesso.

Gli attentati sono molto più frequenti e violenti lì. Se dovessimo contare le vittime dei paesi occidentali e dei paesi africani o mediorientali, noteremmo che il dislivello è altissimo. Questo mi piace che emerga dal libro ed è importante come messaggio da passare, interiorizzare e opporre lucidamente alle urla populiste, xenofobe, di pancia di quei politici che per propaganda politica, continuano pericolosamente ad identificare Islam e Terrorismo.

E a questo proposito forse è il caso di evidenziare che cosa, per esempio, è profondamente errato nella politica di Trump aldilà della sue esternazioni violentemente razziste e offensive. Nel momento in cui Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo sulla “protezione della nazione dagli attacchi terroristici da parte di cittadini stranieri”, non solo produce conseguenze gravi per i rifugiati a livello globale (che secondo la Convenzione di Ginevra devono essere accolti) e quindi chiude le porte degli Stati Uniti ai rifugiati dalla Siria e blocca l’ingresso di cittadini provenienti da sette paesi (Iran, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Somalia, Yemen), ma non tiene conto che gli uomini e le donne e i bambini contro i quali è rivolto questo decreto sono vittime, proprio come il piccolo Ahmed di questa storia, dello stesso terrorismo che dichiara di voler combattere.

E negare l’accoglienza e la protezione a chi ne ha bisogno e a chi ne ha diritto non è di certo la migliore risposta oggi alla crisi dei rifugiati e al terrorismo, soprattutto se pensiamo che molti degli attentatori erano nativi europei, e per cui c’è anche qualcosa nel sistema di integrazione e di accoglienza che non funziona.

Ora un altro punto che emerge da questo libro e che giustamente caratterizza il titolo e che mi piace più sottolineare da un punto di vista letterario è che tutti gli elementi presenti nel racconto subiscono una spaccatura o una incrinatura a causa della guerra, il villaggio, l’amicizia tra Ahmed e Khalid, l’economia. Eppure ci sono questi oggetti costruiti dalle mani di Ahmed (e per questo sono mani di pace), ossia le sculture di alabastro che oltre ad essere un mastice economico del villaggio, rappresentano nel momento del passaggio previsto dall’acquisto, l’unico mastice inconsapevole tra mondi diversi, dalle mani di Ahmed alle mani del turista. E’ come se attraverso quell’arte passasse tutto un mondo antropologicamente diverso dentro un altro mondo.

Ed è proprio con l’immagine di queste mani, quelle di Ahmed, che ci si avvia verso la fine del racconto prima del viaggio, uno dei tanti, intrapreso dall’amico Khalid verso l’Italia, affamato di speranza e di futuro. E’ in queste pagine che l’autore ci regala uno dei momenti più belli, è il momento in cui appunto Khalid, passato prima nelle fila degli integralisti, ora prende coscienza della violenza e a questa si ribella, perché perde in un attentato il suo giovane amico Ahmed, il ragazzino dell’alabastro, un adolescente come tanti, che lavorava e giocava, studiava e sognava, che sperava di crescere e di non sentire il rancore che l’umanità e la Storia seminano, senza forse insegnare proprio nulla.

Cosa ci resta di questa lettura? Cosa ci lasciano Ahmed e i suoi sogni spezzati dalla Storia, e Khalid che invece si appresta con il viaggio a vivere almeno il sogno della sopravvivenza?

Per quanto mi riguarda la mia risposta è che è il paradigma del rispetto dei diritti fondamentali della persona, a prescindere da dove si nasce e si vive, che dovrebbe costituire e restare l’unica via percorribile, in quanto dovrebbe essere il nucleo fondativo di qualsiasi corretto e legittimo disegno educativo – sociale- politico- economico- giuridico di un paese realmente democratico e rispettoso non solo dell’altro in generale, ma della persona in quanto tale, perché non c’è umanità e, soprattutto, non c’è democrazia se questi concetti non vengono coniugati realmente al plurale e questa è, e resta ancora, la sfida più grande che una società sorretta da una politica giusta e coraggiosa dovrebbe essere una buona volta capace di vincere.

 

di Carmen Cera - Termini Imerese del 5 marzo 2017 (in occasione della presentazione del libro "Il ragazzino dell'alabastro" di Francesco Ferrante)

 

Carmen Cera è referente educazione ai diritti umani della Circoscrizione Sicilia di Amnesty International Italia e Direttrice del Centro di Documentazione per la Promozione e l’Educazione alla Tutela dei Diritti Umani “Peter Benenson” - http://www.amnestysicilia.org/wordpress/carmen-cera/

recensione aggiornata il 11/07/2020

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