Due e mezzo

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2020.

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Selene Barblan
Necrologista
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Iscritto il: 11/07/2016, 22:53

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Due e mezzo

Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Il vento si insinua nel tunnel, vortica leggero sulla polvere accatastata sul ciglio dello stretto marciapiede, accarezza le pareti umide e fredde del sottopassaggio e fa rabbrividire il ragazzo che con passo veloce si sta dirigendo verso l’uscita. È un vento che si intrufola anche nella mente del ragazzo, un vorticare di pensieri sconnessi che vanno e vengono senza fermarsi, senza lasciargli il tempo di essere riconosciuti, studiati, ragionati. È leggermente in ritardo, per questo il suo passo è nervoso e veloce. Anche se nessuno gli farebbe notare la mancanza di puntualità, il suo non è un lavoro con il cartellino da timbrare.
Però quella mattina è inquieto e non gli sembra una buona idea soffermarsi troppo sul paesaggio, senonché il suo sguardo viene catturato improvvisamente da un particolare del muro alla sua destra.
Sul nero sfondo delle pareti del tunnel una scritta un po’ sbiadita, oleosa.
Il ragazzo si appiattisce leggermente contro il muro per lasciar passare una signora e il suo cane in borsetta, poi ritorna a fissare la scritta. Cosa sia esattamente ad infastidirlo di quei segni tracciati malamente non saprebbe spiegare. Fatto sta che il giorno prima quel muro era oleoso, sporco sì, ma anche completamente nero. Ora invece “LASCIATE OGNE SPERANZA O VOI CH’INTRATE” emerge dalla scura pittura.
È come un formicolio dietro l’orecchio, un prurito che non sa da dove arrivi, una sensazione tra lo starnuto e il brivido. Non definibile, non comprensibile.

Scuote via la sensazione come un cane che si libera dell’acqua in eccesso dopo una nuotata e prosegue con passo ancora più spedito lungo lo stretto marciapiede del sottopassaggio. Riemerge alla luce un po’ fosca di un sole che non pare abbia tanta voglia di svegliarsi, fa lo slalom tra persone che camminano con due velocità, alcune con il nervosismo di chi pensa che la strada dovrebbe aprirsi davanti ai loro piedi, altre che incedono con la tranquillità e la flemma di chi non ha proprio alcuna fretta. Oltrepassa la statua che decora la piazza delle fontane danzanti; a lui ricorda quelle costruzioni che faceva al mare, con gli amichetti estivi, da bambino. Un ragazzino più grande di lui gli aveva mostrato come crearli prendendo della sabbia fine e grondante d’acqua e facendola passare tra le dita in rivoli sottili, dirigendone il flusso in tortuose spirali per ottenere delle costruzioni simili ad alberelli di natale sbilenchi. Si faceva a gara a chi riusciva ad edificare il più alto in assoluto.
Anche questi pensieri gli scivolano addosso, dopo qualche passo sul cemento rosso che attraversa l’area pedonale della cittadina. Non è persona da stare a fissarsi a lungo su rimembranze del passato; l’importante è l’ora, l’adesso, riuscire a ottenere il massimo dalla situazione in cui si trova e, possibilmente, non fare troppa fatica. Decide di passare dall’ufficio prima di effettuare la solita ronda quotidiana.
Le porte a vetri si aprono automaticamente e lo lasciano passare, prende l’ascensore assieme ad altre persone in cappotto e cappello e dopo tre piani di imbarazzante silenzio ne esce, passa davanti al bianco e vuoto banco della reception. Le segretarie se la stanno prendendo comoda, o sono già in pausa, pensa con sottile sarcasmo e una nota di malevolenza. Entra finalmente nell’ampio open space, dove poche persone si voltano a guardarlo mentre si fa avanti verso la sua postazione; solo uno di loro gli rivolge un saluto svogliato e proprio di fronte a questi il ragazzo si siede dopo essersi levato la giacca. Con gesti meccanici accende monitor e PC, dà un’occhiata alla casella delle comunicazioni che giace vuota al fianco del telefono. Nient’altro a decorare il tavolo bianco ospedale dove lavora, neanche una fotografia di una fidanzata o di un cane. In effetti non ha fidanzate, cani o gatti. Non ha tempo per queste cose. Prima di mettersi al lavoro si appoggia allo schienale della sua comoda sedia in similpelle nera e guarda fuori dalla grande finestra che permette di avere un’ampia visuale della città. La “statua della libertà” sembra guardarlo come se lui fosse un pesce nell’acquario; la vista della bronzea figura lo incuriosisce, eppure l’ha già guardata e osservata diverse volte… . Ovviamente non si tratta di una replica della più famosa opera dello scultore francese, ma gliela ricorda per la sua seriosa aria impettita.
Sposta ora il suo sguardo e la sua attenzione allo schermo del computer, dà una controllata alla posta elettronica personale e poi, già che c’è, prova a trovare qualche informazione sulla statua in questione. Non è particolarmente motivato e non trova nulla di certo riguardo la vera identità della dama, anche se probabilmente si tratta della personificazione femminile della patria.
Soddisfatto del lavoro svolto, decide che è ora di andare a prendersi un caffè all’angolo. Il collega lo guarda da sopra lo schermo e gli chiede:
«Trovato niente di interessante?».
«Non direi, e tu?» è la risposta laconica del laborioso ricercatore.
«Forse qualcosa a proposito di una banda di ragazzini che bazzicano nella zona della Chiesa…» ribatte l’altro stiracchiandosi e sbadigliando senza troppo contegno.
«Bene, bene, che ne dici di parlarne davanti a una bella colazione?» propone egli con poco calore.
«Oh, no, grazie, sono già sceso prima in caffetteria… ci vediamo più tardi?»
«No, credo che dopo mi farò un giro per Chriso, magari noto qualcosa di interessante …» si accommiata il ragazzo.
«Bravo, bravo…» l’altro lo saluta brevemente e ritorna alle sue ricerche.
Nuovamente all’aria aperta respira una temperatura leggermente più gradevole e cammina pensieroso fino al bar distante pochi metri. Decide che si sta abbastanza bene anche all’esterno e si piazza sulla sedia metallica con le gambe allungate ed i piedi incrociati, le mani grandi appoggiate sul ventre. Ordina cappuccino e brioche e nell’attesa raccoglie dal tavolo accanto al suo il giornale quotidiano. Scorre le pagine senza prestare attenzione a niente in particolare, guarda con più cura gli annunci di scambi e gli articoli buffi dell’ultima pagina. Il ricordo va al giorno in cui aveva letto l’annuncio di lavoro che l’ha portato a Chriso.

Nel negozio di libri e fumetti di seconda mano il caos era la regola da seguire con maggiore zelo; scaffali e scaffali di libri in doppia, tripla, quadrupla fila, polverosi, un po’ stanchi e delusi del loro fato. Una volta orgogliosi del loro valore intrinseco, quale che fosse il loro contenuto, ora probabilmente destinati all’oblio. A meno che il ragazzo non giungesse finalmente a ristabilire un po’ di ordine nel marasma che lo zio gli aveva lasciato in eredità. In quel momento però era indaffarato a smistare conti vecchi di dieci anni da quelli più recenti, per poi riporre questi ultimi in ordine cronologico.
Non era solo nel negozio. Alcuni clienti fedeli al vecchio proprietario, coscienti della ricchezza della collezione, soprattutto di manga rari, si muovevano tra gli stretti passaggi rischiando di far cadere con le pance prominenti intere scansie di volumi, si arrampicavano sulle scalette per raggiungere i piani più alti, spingendosi pericolosamente sulle punte dei piedi per osservare da più vicino i numeri e le pubblicazioni.
Un dong stonato annunciava l’arrivo di un altro probabile nerd, che il ragazzo non aveva degnato nemmeno di uno sguardo; aveva già tanto da fare, figurarsi prestare attenzione ad un ennesimo sfigato alla ricerca di chissà quale stupido supereroe superfantastico. Un rumore di respiro affannoso e il tamburellare di tacchi, poi un tonfo davanti alla scrivania dietro la quale si era relegato. A quel punto lui aveva rivolto lo sguardo allo scatolone enorme che si era materializzato sul linoleum del pavimento, aveva alzato lentamente gli occhi seguendo le linee degli stivali di cuoio, le cui punte gli si rivolgevano contro. Per finire aveva incontrato lo sguardo della ragazza, che, con la faccia tutta arrossata per lo sforzo appena compiuto, gli aveva regalato un sorriso e, dopo aver contribuito al disordine della sua attività commerciale, l’aveva invitato per un aperitivo al bar lì vicino. Si trattava di un’amica dei tempi del liceo, che, non appena aveva saputo del nuovo lavoro del suo ex compagno di studi, aveva pensato bene di svuotare la cantina delle sue reliquie cartacee ormai passate di moda, dato l’avvento dei libri virtuali. Lui, speranzoso di avere un po’ di compagnia per il weekend, aveva chiuso baracca e burattini, cacciato fuori i restii avventori e l’aveva seguita senza troppi scrupoli per gli affari che presumibilmente avrebbero faticato a decollare con così scarso impegno. Le speranze di far festa si erano dissipate quasi subito, quando la giovane, dopo un drink trangugiato di fretta, l’aveva piantato in asso con la scusa di una nonna da aiutare “il venerdì sera? Si era chiesto dubbioso in quel momento”. Leggermente scornato aveva deciso di non tornarsene subito a casa, aveva ordinato un altro cocktail, un po’ più alcolico questa volta, e si era messo a sfogliare una rivista dedicata agli annunci di lavoro mai vista fino a quel momento. Con il pensiero rallentato dal mix di rum, acqua gassata, menta e lime, il ragazzo aveva cercato con fatica di focalizzare entrambi gli occhi su un annuncio particolare:
“Cercasi ricercatore per importante ditta attiva a livello internazionale! Sei giovane, senza futuro e con la voglia di cambiare qualcosa della tua vita? CHIAMA SUBITO al 282/02834.508.21.26, siamo la risposta alla tua domanda!!!”
«Figo, sembra fatto apposta per me, più scoraggiato di così raschierei il fondo del barile,… che numero strano però, avranno sicuramente sbagliato,…» il pensiero non proprio lucidissimo gli era lampeggiato nella mente. Con passo insicuro si era diretto al bancone del bar e, dopo aver strappato il riquadro con l’annuncio, era uscito nell’aria umida e carica di elettricità che preannunciava un temporale imminente ed aveva estratto il proprio telefono dalla tasca come un pistolero rischiando per un soffio di farselo sfuggire dalle dita e di farlo cadere in un tombino.
Maledicendo gli effetti dell’alcool, eppure non aveva bevuto praticamente niente, aveva composto a fatica le cifre dall’eco magico e, con un’espressione bovina, si era accorto che in effetti il segnale acustico gli comunicava che la linea era libera. Dopo soli due squilli una voce profonda aveva risposto con un “Sì” stentoreo.
«Ergh, sì salve, sono Fosco, ho .. ho letto il vostro annuncio, io … io in effetti un lavoro ce l’avrei, ma, ma… è da falliti e mi piacerebbe, ecco… penso che con voi potrei fare grandi cose… si insomma...» era stato il balbettio che gli era riuscito di produrre.
Inaspettata era stata la risposta del suo interlocutore:
«Si presenti domani mattina alle otto; per raggiungerci deve andare alla città di confine, lasciare l’automobile nei posteggi pubblici di fronte alla stazione di polizia, raggiungere l’Inisshark pub e prendere il tunnel che porta dall’altra parte…».
«Come? Che città? E dopo il tunnel?» la confusione si era fatta ancora più fitta nella testa di Fosco.
«Ci troverà.» era stata la risposta irrevocabile dell’uomo, che aveva posto fine alla conversazione con un clic secco e lugubre.

La cameriera appoggia cappuccino e brioche sul tavolino e chiede di essere pagata subito. Fosco cerca di sfilarsi il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni con movenze che ostentano sicurezza, la ragazza ha due occhi verde foglia che lo solleticano, ma il borsello in questione non collabora e cade a terra. Chinandosi riesce a trascinare con sé anche la tovaglia che copre il tavolo e per miracolo la bevanda appena arrivata non si rovescia, risparmiando i bianchi pantaloni di lui. La ragazza lo fissa con professionale sdegno e aspetta con pazienza che il cliente imbranato le permetta finalmente di staccare dal suo turno.
Fosco rinuncia a qualsiasi speranza riguardante la bella inserviente e, seguendo il solito rituale, cosparge il latte schiumoso e il cacao di zucchero, un piacere tutto suo, per poi bere con minore soddisfazione il caffè che risulta leggermente annacquato. “Si dà tante arie, la scema, e non sa neanche fare un caffè. Neanche fosse una modella poi…” è il pensiero del ragazzo prima di alzarsi abbandonando il giornale sulla sedia.
Si incammina per la via pedonale, in quel momento gremita di bancarelle del mercato settimanale e pullulante di persone interessate alle merci esposte. Una casalinga con borse della spesa in bilico sulle braccia esili tenta di afferrare la busta untuosa che gli porge il venditore di pollo arrosto; un signore con l’aria spenta di chi si è rassegnato a incassare poco o nulla lucida gli specchi degli occhiali messi in mostra ordinatamente sul suo panno di cotone; una ragazza di colore dai capelli rasta si scalda le mani nelle tasche ampie dei pantaloni jeans e guarda le persone passare ciondolando a ritmo della musica che le risuona attraverso le grosse cuffie color salmone. Fosco passa attraverso queste fotografie di vita quotidiana con passo tranquillo, raggiunge la chiesa dove ragazzini si rincorrono in un gioco di guerra e si ferma ad osservare le tre figure che ne sovrastano il tetto; quella centrale che regge una croce quadrata, come una sirena sulla polena di un veliero, e sorretta dalle due altre statue più piccole. La luce solare che si insinua tra le fessure di pietra lo abbaglia e rende più nitidi i contorni delle decorazioni. Fosco ciondola un poco sui talloni, come in trance, quando un colpo a livello delle ginocchia quasi non gli fa perdere l’equilibrio. Abbassa quindi lo sguardo su un ragazzino moro, con gli occhi verdi da gatto, che lo fissa senza scusarsi per l’assalto. I due si fissano, Fosco nota che il giovane tiene stretto tra le mani un pacchetto avvolto da una stoffa pesante, poi si sente un grido e il ragazzino si volta a guardare nella direzione da cui proviene il suono. Anche Fosco volge lo sguardo in quella direzione ma non vede nessuno in particolare che potrebbe aver chiamato il suo assalitore, ma quando lo cerca di nuovo con gli occhi quello è sparito, come mai esistito. Fosco confuso si guarda tutto attorno e vede il bambino camminare in bilico sui bordi neri della fontana antistante la chiesa oggetto delle sue recenti osservazioni, lo vede accovacciarsi a uovo e sfiorare la superficie levigata della pietra scura con le dita. Poi un gruppo di turisti copre la visuale del giovane che cerca quindi di avvicinarsi per vedere cosa sta facendo il bambino, ma al suo arrivo non lo trova più, questa volta scomparso del tutto. Osserva quindi più da vicino la strana fontana, che, emergendo con i suoi sei lati squadrati dal terreno, sembra una nave spaziale in fase di decollo, e mette particolare attenzione al punto in cui il ragazzino si era abbassato. Lì trova in bassorilievo un simbolo quasi consumato dal tempo dal significato per lui sconosciuto: un cerchietto spezzato a metà, come crepato.
Decide che per quel giorno ne ha abbastanza, scatta una fotografia con il suo cellulare allo strano simbolo e torna al tunnel, poi alla sua automobile e si lascia alle spalle Chriso e i suoi misteri.

Non sapeva il motivo per il quale si trovava in quel bagno oscuro claustrofobico; sapeva di avere una missione da compiere, ma nessuna idea precisa di quale fosse. Sapeva di essere sudato. Sapeva di essere coi nervi a fior di pelle. Sapeva che a momenti sarebbe successo qualcosa. Lo sguardo gli correva lungo i muri e le piastrelle chiare di quella stanza scura e stranamente silenziosa, quando un quadratino d’ombra nell’angolo più oscuro lo interruppe. Avvicinandosi caracollando un po’, sentiva le ginocchia cedere. Per farsi forza si appoggiò col fianco al muro e si fece scivolare verso il basso finché il quadratino d’ombra non si fece man mano più nitido e prese la forma di un biglietto. Lo prese quindi in mano; era bianco, senza scritte, senza cenno di spiegazioni. Facendo scorrere i polpastrelli lungo i bordi del muto messaggio si accorse dello spessore della carta e, incuriosito, tentò di separare i due lembi di uno degli angoli, che si aprì come se non aspettasse altro. Dentro apparirono in caratteri grigi sei caratteri distinti: CHRISO.

È mattina e il sole punge gli occhi cisposi di Fosco che, date le agitazioni notturne, è intriso di un sudore malaticcio. Quando il coraggio di scostare le coperte gli permette di scendere dal letto, dei piccoli brividi lo assalgono. Innervosito si veste a scatti, prepara meccanicamente il caffè e lo beve senza pensare. Il ricordo degli eventi notturni perde gradualmente e rapidamente di concretezza, sfuma in un malumore che non gli sarà particolarmente utile per affrontare questa nuova giornata di lavoro.
Esce quindi di casa quasi correndo, si infila nell’automobile e parte senza curarsi del bidone della spazzatura del vicino, che si rovescia in un rintoccare di scampanii e rimbalzi. Dopo i soliti tentativi per trovare un malnato posteggio cammina pestando le foglie gialle umide che punteggiano il catrame, procede rasente il grosso magazzino a cielo aperto di non si sa quali materiali di costruzione, sorpassa la casa ciliegia (così l’ha chiamata Fosco per il colore dubbio delle pareti dell’immobile) senza gettare l’usuale occhiata al giardinetto zen che solitamente gli rilassa il cuore. Finalmente, girato l’angolo, il tunnel è lì, lo aspetta e lui gli va incontro. Lo spirito con cui affronta la traversata è più titubante del solito, non sa perché ma non si sente tranquillo e vorrebbe ora tornarsene a casa e infilarsi nuovamente sotto le coperte ancora calde. Quasi non pensa alla scritta misteriosa del giorno prima, ma quando gli dà un’occhiata distratta un ghiacciolo gli corre lungo la schiena, vertebra per vertebra, e fa rizzare uno ad uno i peli delle braccia contratte. All’oscuro messaggio altre nefaste parole si sono aggiunte:
“SEI ANCORA IN TEMPO PER TORNARE INDIETRO”.

In ufficio è nervoso, risponde a monosillabi alle domande di circostanza poste dal collega, che non trovando riscontro nel compagno di scrivania si rituffa a spalle infossate nelle sue tediose ricerche. Fosco, contento di non dover più rispondere all’interrogatorio dell’altro instancabile lavoratore, può così sprofondare in un lieve torpore che riporta il suo pensiero al colloquio di lavoro che l’ha condotto all’attuale stato di stress, così poco congeniale per la sua personalità.

Le indicazioni misteriose del baritonale interlocutore per raggiungere il luogo del colloquio si erano rivelate stranamente efficaci. Fosco era uscito dall’autostrada con serenità, aveva imboccato strade mai percorse senza porsi domande, aveva posteggiato docilmente il veicolo dove gli era stato suggerito e, dopo aver raggiunto il pub fatiscente, aveva imboccato il tunnel con calma singolare anche per un soggetto concreto quale era Fosco. I suoi passi erano come guidati da una strada invisibile e oltre il caotico sottopassaggio fumoso si era ritrovato davanti ad un palazzo anonimo senza capire esattamente come ci era arrivato. Allo stesso modo aveva preso l’ascensore che l’aveva portato al piano “giusto”. Qui si era annunciato alle eleganti segretarie, le quali l’avevano scortato in una saletta claustrofobica e senza stimoli visivi, dove aveva atteso per dei secondi minuti ore senza tempo, finché la porta si era aperta per far entrare quattro individui che con la loro presenza avevano rimpicciolito ulteriormente la stanza. Gli avevano fatto alcune domande poco interessanti sull’attività che svolgeva in quel momento. Le risposte gli erano uscite meccanicamente e non ricordava neanche più i veri contenuti della conversazione.

Un’altra mattina sveglia Fosco dai suoi sogni agitati. Non gli piace affatto la piega che sta prendendo la sua vita, che una volta era tanto tranquilla e priva di stimoli e ora si è trasformata in un susseguirsi di incognite e situazioni enigmatiche. Non è presente nei suoi vestiti, che si adattano al suo corpo come alle fattezze di un fantasma, vacilla fin davanti alla scritta sul tunnel e rimane quasi indifferente all’ulteriore modifica operata durante la notte. Il messaggio sibillino dice: “TROPPO TARDI, SEI FOTTUTO, AMICO”. Rimane poco meno che stupito quando vede che lungo tutto il percorso sono disegnate delle faccine bianche sorridenti che occhieggiano e gli mandano messaggi che ora lui non vuole più interpretare. Non si reca in ufficio, vaga in uno stupore macchinale e si ferma su una panchina che gli bagna le natiche, sgradevole freddo che gradualmente lo riporta alla realtà.

Ripensa a come si è svolta la seconda parte del colloquio, quando i quattro gli avevano dato a turno degli oggetti, informi, inutili, incomprensibili. Aveva dovuto dare un nome al primo, associare un ricordo al secondo e manipolare il terzo. Il quarto uomo, porgendogli l’ultimo dei quattro solidi, gli aveva imposto di concentrarsi al meglio che poteva sul centro dell’oggetto, non nel suo punto superficiale, proprio nel suo centro esatto, e di visualizzarlo al meglio che poteva. Per fare ciò Fosco aveva prima fissato lo sguardo sulla “cosa” stringendo gli occhi in un’espressione buffa e leggermente ottusa. I quattro si erano guardati vicendevolmente, perplessi. Intuendo che la prova si stava mettendo male il ragazzo aveva preso in mano il solido freddo e oleoso, l’aveva stretto e contemporaneamente aveva strizzato gli occhi provando a trovarne il centro esatto. La sostanza, che al contatto con la pelle gli dava sensazioni contrastanti di attrazione e ribrezzo, aveva cominciato a sembrare sempre più piccola e pesante, densa, infine impossibile da reggere. Gli era rotolata dalle dita tornando nella presa ferma del suo padrone, che con uno scatto secco si era alzato in piedi, seguito dai tre compagni.
Fosco, ormai certo che l’avrebbero mandato al diavolo, aveva farfugliato incomprensibili scuse e cenni di saluto e stava già precipitandosi fuori dal locale e dal palazzo quando il baritono l’aveva bloccato con la frase “Si presenti puntuale alle otto, domani mattina” e senza altro dire era uscito con il suo seguito.

Ora Fosco si rende conto che tutto ciò che gli è successo negli ultimi giorni è proprio ciò per il quale è stato chiamato a fare. Deve parlare di tutto al suo collega. Corre investendo tutto ciò che incontra e non ha pace finché non raggiunge la sua scrivania. Parla all’uomo che ha visto dall’altra parte della scrivania per gli ultimi quattro mesi e questi si fa man mano più rigido in volto e sempre più cinereo. Sotto il consiglio di quello che è quanto di più simile ad un amico scrive una e-mail ai suoi datori di lavoro spiegando tutto ciò che ha visto e aspetta con lo sguardo fisso lo schermo finché cala il buio della sera, in attesa di una risposta, una convocazione, qualsiasi cosa. Che non arriva.

Torna a casa, va a letto, dorme. Sono le tre del mattino quando la vibrazione del telefono lo sveglia. Non riesce a dire niente al suo interlocutore, che si limita a ingiungergli: “Non si presenti più”.

È disperato quando giunge al solito pub, al solito tunnel, ancora la speranza lo inganna, cammina come altre decine di persone in bilico sullo stretto marciapiede che percorre la galleria e come altre decine di persone si trova nella stessa piazza di sempre, ma tutto il resto non c’è più, lo sente, lo sa. È stato escluso e non c’è più ritorno. Si volta a guardare la bocca scura del passaggio ormai chiuso e legge un ultimo messaggio:

Ciò che vedi
non comprendi non
sai, dietro tende e cortine di fumo
nascoste verità celate,
allo sguardo alla conoscenza di chi
non merita non crede
prosegue sulla scia dell’ignoto della stasi.
Volgi quindi lo sguardo e continua come sai.
Non più girarti, non chiedere, mai capirai.

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Draper
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Iscritto il: 23/03/2015, 0:05

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Messaggio da leggere da Draper »

Ci sono diversi problemi in questo racconto, quindi cercherò di andare con ordine. Innanzitutto, per essere un racconto, contravviene a una delle poche regole fondamentali che servono perché venga fuori come si deve: i tempi verbali. C'è un guazzabuglio continuo e mal gestito fra piani temporali che confonde parecchio.

L'altra cosa che mi ha stranito, da lettore, sono state le contraddizioni logiche. Fra le diverse che ho notato, cito quella che è apparsa per prima, a titolo d'esempio. C'è una frase che riporto:

"Non è persona da stare a fissarsi a lungo su rimembranze del passato;"

Ecco, questo pezzetto viene praticamente riportato dopo un lunghissimo flashback, di fatto annullando il senso della frase.

Concludo poi con l'altro problema, il ritmo. Ci sono continue e particolareggiate descrizioni che spesso non aggiungono spesso nulla alla storia, anzi, ne dilatano il tempo diluendo la tensione, e male, perché di fatto i dettagli importanti si perdono in mezzo a una marea di altri dettagli che invece hanno priorità minore. Di fatto, nonostante abbia letto il racconto tre volte, purtroppo non ho capito di cosa tratta. Dovrò affidarmi alle tue spiegazioni o a quelle degli altri utenti. Mi è proprio sfuggito il punto, mi spiace :(
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Namio Intile
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Re: Due e mezzo

Messaggio da leggere da Namio Intile »

Selene, spero che, data la vicinanza alla Lombardia, dalle tue parti vada tutto bene.
Un racconto molto denso il tuo e credo anche condensato per poter partecipare alla gara.
La geometria formale del racconto articola una narrazione al presente frammentata da una serie di analessi al passato. Concordo con Draper sul fatto che forse i passaggi sono troppi. Però l'idea in sé non mi dispiace.
Hai arricchito il testo di particolari che, se all'apparenza sembrano insignificanti, in realtà contribuiscono a creare quell'atmosfera nebbiosa tipica dei tuoi scritti e che qui io ho particolarmente apprezzato.
Quanto ai contenuti, con quel tunnel, quei messaggi, quel nome, quel CHRISO che appare e scompare, quel lavoro non ben precisato di cui il protagonista sembra non poter fare più a meno, ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un'ideazione metaforica che riflette un generale senso di spaesamento, di vuoto, un senso di inadeguatezza nei confronti della vita del protagonista.
Che la tua sia una scrittura per metafore lo dimostra anche la chiusa poetica; il linguaggio poetico è il linguaggio metaforico per eccellenza, fatto per suscitare immagini e pensieri che il comune linguaggio non riesce a cogliere.
Alla fine lasci libero il lettore di procedere alla propria interpretazione personale.
Ti segnalo alcune imprecisioni:
"aveva letto l’annuncio di lavoro" nel primo blocco narrativo al presente ti sfugge questo trapassato.
"Ovviamente non si tratta di una replica" secondo me quell'ovviamente va omesso, perché ritengo che l'autore entri a gamba tesa con quell'avverbio.
da aiutare “il venerdì sera? Si era chiesto dubbioso in quel momento”.
Secondo me questo è un errore. Dopo aiutare avrei messo il punto e sarei andato a capo. Perché la proposizione seguente è un pensiero del protagonista e va distinto dal resto.
«Figo, sembra fatto apposta per me, più scoraggiato di così raschierei il fondo del barile,… che numero strano però, avranno sicuramente sbagliato,…»
Anche questo è un pensiero, quindi via i caporali.
Mi pare che sia la prima volta che leggo un racconto tuo tanto lungo sulle gare. A mio parere è un buon lavoro e potrà anche piacere a patto di essere letto con calma e con il giusto spirito.

Selene Barblan
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Re: Commento

Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Draper ha scritto:
21/03/2020, 20:33
Ci sono diversi problemi in questo racconto, quindi cercherò di andare con ordine. Innanzitutto, per essere un racconto, contravviene a una delle poche regole fondamentali che servono perché venga fuori come si deve: i tempi verbali. C'è un guazzabuglio continuo e mal gestito fra piani temporali che confonde parecchio...
Grazie della lettura e del commento

Selene Barblan
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Re: Due e mezzo

Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Namio Intile ha scritto:
22/03/2020, 10:23
Selene, spero che, data la vicinanza alla Lombardia, dalle tue parti vada tutto bene.


Ciao Namio, grazie per l’interessamento! Qui “al Sud” della Svizzera stiamo procedendo un po’ sulla falsa riga dell’Italia e il resto del paese ci segue un po’ riluttante (per quanto riguarda le decisioni a livello federale intendo). A guardare le statistiche sta anche andando peggio che da voi, se si guardano le percentuali. Non abbiamo ancora un vero obbligo di restare a casa, ma gradualmente il concetto at entrando anche nelle nostre teste. Vedremo...

Un racconto molto denso il tuo e credo anche condensato per poter partecipare alla gara.
La geometria formale del racconto articola una narrazione al presente frammentata da una serie di analessi al passato. Concordo con Draper sul fatto che forse i passaggi sono troppi. Però l'idea in sé non mi dispiace.
Hai arricchito il testo di particolari che, se all'apparenza sembrano insignificanti, in realtà contribuiscono a creare quell'atmosfera nebbiosa tipica dei tuoi scritti e che qui io ho particolarmente apprezzato.
Quanto ai contenuti, con quel tunnel, quei messaggi, quel nome, quel CHRISO che appare e scompare, quel lavoro non ben precisato di cui il protagonista sembra non poter fare più a meno, ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un'ideazione metaforica che riflette un generale senso di spaesamento, di vuoto, un senso di inadeguatezza nei confronti della vita del protagonista.
Che la tua sia una scrittura per metafore lo dimostra anche la chiusa poetica; il linguaggio poetico è il linguaggio metaforico per eccellenza, fatto per suscitare immagini e pensieri che il comune linguaggio non riesce a cogliere.
Alla fine lasci libero il lettore di procedere alla propria interpretazione personale.

Grazie Namio della tua analisi, la trovo molto azzeccata.


Ti segnalo alcune imprecisioni:
"aveva letto l’annuncio di lavoro" nel primo blocco narrativo al presente ti sfugge questo trapassato.
"Ovviamente non si tratta di una replica" secondo me quell'ovviamente va omesso, perché ritengo che l'autore entri a gamba tesa con quell'avverbio.
da aiutare “il venerdì sera? Si era chiesto dubbioso in quel momento”.
Secondo me questo è un errore. Dopo aiutare avrei messo il punto e sarei andato a capo. Perché la proposizione seguente è un pensiero del protagonista e va distinto dal resto.
«Figo, sembra fatto apposta per me, più scoraggiato di così raschierei il fondo del barile,… che numero strano però, avranno sicuramente sbagliato,…“
Anche questo è un pensiero, quindi via i caporali.


Grazie mille per le segnalazioni, correggerò!


Mi pare che sia la prima volta che leggo un racconto tuo tanto lungo sulle gare. A mio parere è un buon lavoro e potrà anche piacere a patto di essere letto con calma e con il giusto spirito.

Contenta ti sia piaciuto :)


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Eliseo Palumbo
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Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo »

Un racconto da brividi. Hai creato un mondo weird, dove tutto significa tutto ma allo stesso tempo niente. Il protagonista credo che sia abbastanza ben caratterizzato, prigioniero di una scelta sbagliata, dettata dalla volgia di evadere dalla propria monotonia, monotonia confermata dal nuovo posto di lvoro e dalla città dove è finito, e che sfocia in un vero e proprio incubo.
Ci sono diversi particolari che non aggiungono molto al testo, per certi versi lo appesantiscono.
Dovrei rileggerlo almeno un altro paio di volte per essere sicuro sulla concordanza dei verbi, credo che in alcuni passaggi vadano rivisti.
A presto.
Mostrare ad altri le proprie debolezze lo sconvolgeva assai più della morte

POSARE LA MIA PENNA E' TROPPO PERICOLOSO IO VIVO IO SCRIVO E QUANDO MUOIO MI RIPOSO


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Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

Tutto verte intorno alla fede, anche l'esistenza più monotona, anche l'esistenza più convulsa. Chi si sforza di capire il mondo che lo circonda soltanto osservandolo rimane tagliato fuori, come il povero Fosco.
Io ci ho ravvisato questo nel tuo racconto che mi è piaciuto molto. La densità di particolari, di informazioni apparentemente o realmente inutili, non l'ho percepita come un difetto, ma come un tratto caratterizzante di questa tua prosa, credo più apparentata all'arte visiva di quanto si possa pensare (basti pensare al numero enorme di dettagli che la nostra mente può estrapolare anche da un solo fotogramma). Io ci ravviso la volontà di entrare dentro ciò che si vede e che spesso non si capisce. Di riuscire a percepire la trama complessa e sottile della realtà fin nel suo più minuzioso intreccio, o nella sua più microscopica smagliatura. La sensazione che questa lettura mi ha dato è la stessa provata guardando i film di Wim Wenders. Ho ritrovato quello stesso sguardo aperto sul mondo globale e allo stesso tempo sull'interiorità dell'individuo. Forse un paradosso, o forse invece un nesso stretto tra le due cose.
Non ho percepito grossi problemi riguardo ai tempi verbali (però magari mi sbaglio), semmai avrei qualcosa da ridire sull'organizzazione degli stacchi. In merito alla punteggiatura in alcuni passaggi l'avrei gestita diversamente, ma sono questioni di poco conto. Considerando che la tua scelta espressiva non è certamente di facile fruibilità (non lo è mai stata, mi pare) devo dire che la lettura, per quel che mi riguarda, mi è risultata sorprendentemente scorrevole. Io direi brava. Ciao.

Selene Barblan
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Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Eliseo Palumbo ha scritto:
24/03/2020, 17:14
Un racconto da brividi. Hai creato un mondo weird, dove tutto significa tutto ma allo stesso tempo niente. Il protagonista credo che sia abbastanza ben caratterizzato, prigioniero di una scelta sbagliata, dettata dalla volgia di evadere dalla propria monotonia, monotonia confermata dal nuovo posto di lvoro e dalla città dove è finito, e che sfocia in un vero e proprio incubo.
Ci sono diversi particolari che non aggiungono molto al testo, per certi versi lo appesantiscono.
Dovrei rileggerlo almeno un altro paio di volte per essere sicuro sulla concordanza dei verbi, credo che in alcuni passaggi vadano rivisti.
A presto.
Ciao 👋 grazie per la lettura e il commento, aspetto eventuali imput! A presto:)

Selene Barblan
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Re: Commento

Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Roberto Ballardini ha scritto:
25/03/2020, 9:43
Tutto verte intorno alla fede, anche l'esistenza più monotona, anche l'esistenza più convulsa. Chi si sforza di capire il mondo che lo circonda soltanto osservandolo rimane tagliato fuori, come il povero Fosco.
Io ci ho ravvisato questo nel tuo racconto che mi è piaciuto molto. La densità di particolari, di informazioni apparentemente o realmente inutili, non l'ho percepita come un difetto, ma come un tratto caratterizzante di questa tua prosa, credo più apparentata all'arte visiva di quanto si possa pensare (basti pensare al numero enorme di dettagli che la nostra mente può estrapolare anche da un solo fotogramma).

Sì effettivamente parlo spesso per immagini, forse perché quando ho cominciato a scrivere “producevo” solo poesie. Questo, essendo il secondo racconto che ho scritto, se non sbaglio, è uno dei miei primi tentativi di approfondire le immagini e le impressioni che mi passano spesso/quasi sempre per la testa. A pensar bene anche quasi tutti i (pochi) racconti che ho scritto successivamente sono vicini alla poesia..

Io ci ravviso la volontà di entrare dentro ciò che si vede e che spesso non si capisce. Di riuscire a percepire la trama complessa e sottile della realtà fin nel suo più minuzioso intreccio, o nella sua più microscopica smagliatura. La sensazione che questa lettura mi ha dato è la stessa provata guardando i film di Wim Wenders.

Non lo conosco, adesso mi sono incuriosita:)


Ho ritrovato quello stesso sguardo aperto sul mondo globale e allo stesso tempo sull'interiorità dell'individuo. Forse un paradosso, o forse invece un nesso stretto tra le due cose.
Non ho percepito grossi problemi riguardo ai tempi verbali (però magari mi sbaglio), semmai avrei qualcosa da ridire sull'organizzazione degli stacchi.

Sono troppi ? Rileggerò...

In merito alla punteggiatura in alcuni passaggi l'avrei gestita diversamente, ma sono questioni di poco conto.

Ehm probabilmente ho fatto qualche sbaglio, ho da sempre qualche difficoltà con punti e virgole, farò un check.

Considerando che la tua scelta espressiva non è certamente di facile fruibilità (non lo è mai stata, mi pare) devo dire che la lettura, per quel che mi riguarda, mi è risultata sorprendentemente scorrevole. Io direi brava. Ciao.


Grazie :) ciao!

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Roberto Bonfanti
Correttore di bozze
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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Mi sembra che in questo racconto tu abbia sviluppato ulteriormente il tuo modo di narrare puntando soprattutto sul clima della storia. Tutta la vicenda è articolata e ricca di dettagli ma rimane piuttosto oscura, si avverte disagio e incomunicabilità, una generale inadeguatezza a trovare il proprio posto, sia nella fantomatica Chriso che nel mondo reale. Ne viene fuori un racconto kafkiano, per quanto mi riguarda anche piuttosto efficace. Brava.

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