Granelli bianchi

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2020.

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Eliseo Palumbo
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Granelli bianchi

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Eleganti auto nere ben lucidate, dai vetri oscurati, non sono mai ambasciatrici di buone notizie. Il maresciallo Primo Maroni ne ebbe conferma pochi istanti dopo aver visto, attraverso la finestra del suo ufficio, un uomo in alta uniforme intento a richiudere lo sportello posteriore dell'auto. Il maresciallo aguzzò la vista. L'aquila dorata, ricamata sullo sfondo rosso del fregio posto al centro del berretto, lasciava intuire la presenza di un generale.
Il maresciallo decise di non farsi prendere dal panico, tornò alle sue cose, sedendosi ritto sulla propria poltrona.
Poco dopo, qualcuno bussò alla porta.
«Avanti.»
Sull'uscio spuntò la faccia dell'appuntato Nardò, un sorriso imbarazzato, balbettando disse: «Signor maresciallo, scusi il disturbo. È appena arrivato, direttamente da Roma, il generale Pietrasanta, comandante del Ros.»
«Fallo entrare, che aspetti.»
Nardò aprì completamente la porta; il generale fece il suo ingresso, mentre Maroni, alzatosi in piedi, eseguì alla perfezione il “saluto ai superiori”.
«Riposo.» Disse automaticamente il generale Pietrasanta.
«A cosa devo la sua visita, generale?» Chiese il maresciallo Maroni cercando di darsi una parvenza serena.
«Maresciallo Maroni, ormai sono tre anni che ricopro la mia carica. Quello che più mi sta a cuore è l'onestà, la giustizia e la lotta contro la criminalità organizzata.»
«Sono tutti ottimi propositi, alla base del nostro mestiere, oserei dire.»
«Appunto. Conosceva il signor Mounier?»
La domanda spiazzò momentaneamente Maroni; dopo qualche istante di esitazione rispose: «Certamente. Tutti conoscevano Mounier in Borgobello.» Quella affermazione gli fece tornare alla mente il fattorino, Cristoforo. Per un attimo si sentì sotto interrogatorio.
«Potrebbe mettere la mano sul fuoco per lui, sulla sua onestà, sulla sua filantropia?» Scandì bene le parole.
«Be', non capisco dove voglia arrivare, generale.»
«Vengo subito al dunque», il generale si posizionò sul bordo della sedia, accavallò le gambe e incrociò le mani sul ginocchio dominante, «noi del Ros indaghiamo da due anni sui traffici di droga intercorsi tra Africa e sud Italia, abbiamo motivo di credere che la figura di Mounier fungesse da cardine per la buona riuscita di tutto.»
«Renard Mounier un narcotrafficante?» Chiese sorpreso il maresciallo.
«Esattamente. Gestiva tutto da Borgobello, sotto il suo naso. Lei credeva veramente, che in vent'anni un piccolo paese potesse diventare una cittadina grazie all'onestà e al lavoro? Tutte quelle aziende servono a riciclare denaro.»
L'espressione del maresciallo divenne arcigna difronte a quella non tanto velata accusa di negligenza.

Alfonso “Fofò” De Rosa, seduto davanti la finestra del suo casolare che dava sull'aia, stava gustando una fetta di formaggio pecorino osservando il cielo stellato. L'auto del suo luogotenente più fidato, Cuore di cane, frenò alzando un polverone. L'uomo scese dal veicolo e con passo svelto si diresse verso l'ingresso. Raggiunta la stanza, si affiancò al boss e disse: «Tutto sistemato, come Vossia ha ordinato. Me ne sono occupato personalmente.»
«Bravo. Se vuoi un lavoro fatto bene, sempre meglio farlo da sé.» Affermò l'uomo compiaciuto «Siediti,» aggiunse «e bevi un po' di vino.»

Giacomo D'Alessandro bussò all'ufficio del suo capo.
«Avanti.»
«Salve Signore, disturbo?»
«Carissimo Giacomo, entra pure. Non disturbi mai. Spero che tu non abbia cattive notizie.»
«No signor Mounier, nessuna cattiva notizia.»
«A cosa devo, dunque, il piacere della tua visita?» Chiese incuriosito il transalpino.
«Be', sono un po' imbarazzato a chiederglielo.»
«Andiamo Giacomo, chiedi pure.»
«Bene. Ecco. In tutti questi anni ho servito la vostra persona in tutto, ho cercato di essere sempre il più leale possibile, ho dedicato molto alle vostre attività e alla vostra sicurezza, ho addestrato personalmente il corpo di guardia, credo di aver fatto un buon lavoro…»
«Non l'ho mai messo in dubbio, sono molto felice del tuo lavoro.» Lo interruppe Mounier.
«Sono lieto di sentirvelo dire, Signore. Per questo volevo chiedervi se fosse possibile concedere ai ragazzi di guardia alla villa un fine settimana libero. Ovviamente non resterebbe da solo, contrariamente alle mie abitudini lavorerò io al posto loro, resterò in villa se fosse necessario.»
Renard Mounier scoppiò in una grossa, soddisfatta risata, bevve un sorso d'acqua e poi disse: «Non ho bisogno nemmeno dei tuoi servigi, cosa potrebbe mai accadermi chiuso nella mia villa? Godetevi questi due giorni di relax.»
«Non vi reca nessun fastidio? Sicuro?»
«Tranquillo, Giacomo. È tutto ok. Anzi, ti dirò di più. Sono felice che tu me lo abbia chiesto, sei un buon capo, hai a cuore i tuoi subordinati. Bravo, è così che si fa.»
D'Alessandro ringraziò Mounier, lo salutò e uscì dall'ufficio. Scrisse un SMS e diede ai suoi sottoposti l'inaspettata notizia.
Scorse lungo la rubrica e fece partire una chiamata. Il telefono squillò diverse volte prima di una risposta.
«Confermato per questo fine settimana.» Disse velocemente Giacomo. L'interlocutore staccò la chiamata senza nulla d'aggiungere.
Durante la sua abituale ronda, tra le varie aziende e fabbriche facenti capo alla Mounier Enterpreises, Giacomo D'Alessandro si fermò difronte una pizzeria d'asporto. I fattorini erano seduti sui loro scooter in attesa delle consegne. L'uomo, con un colpo di clacson, attirò l'attenzione di un ragazzo in particolare.
«Ciao, Giacomo. Hai qualcosa per me?»
«Certo, perché sarei qui altrimenti.» Rispose secco l'uomo.
«Magari ti mancavo.»
«Senti, mocciosetto, non farmi perdere tempo. Domani sera arriverà un ordine, dovrai portarlo a villa Mounier. Lascerai il motorino al cancello, verrai a piedi fino all'ingresso, mi consegnerai la pizza come se non mi conoscessi e te ne andrai. Se mai qualcuno ti dovesse fare delle domande dirai che hai consegnato la pizza a una donna dai capelli rossi, la donna più bella che tu abbia mai visto.»
«Ma perché mai qualcuno dovrebbe…»
«Non ti pago per i tuoi perché. Credo che un lavoro così facile non te l'abbia mai assegnato, giusto?»
«Giusto. Meglio degli atti vandalici o delle finte risse in luoghi improbabili.»
«Non fare domande e fai esattamente come ti dico. C'è qualcosa di grosso in ballo. Intesi?»
«Va bene.»
«Per i soldi aspetta la mia chiamata, come al solito. Saranno abbondanti, mi puoi credere.»
Cristoforo fantasticava già su come avrebbe potuto spenderli.
La sera successiva Giacomo D'Alessandro entrò in villa da uno degli ingressi secondari, ordinò la pizza tramite la APP di consegna a domicilio, e lento si intrufolò dentro l'abitazione. Il capo della sicurezza aveva accesso ai codici di disattivazione degli allarmi.
Le luci erano spente, con estrema attenzione, si diresse verso l'armadietto delle armi. Il tintinnio delle chiavi spezzò per un attimo il silenzio. D'Alessandro si bloccò, tese le orecchie: nessun passo o rumore da parte di Mounier. Cercò di fare meno rumore possibile, aprì il lucchetto, impugnò il fucile e richiuse tutto.
Raggiunto il piano superiore, con in pugno la lupara rivolta verso il basso, D'Alessandro camminò lento, quasi in punta di piedi, alla ricerca del suo datore di lavoro. Tutte le stanza erano buie, tranne l'ultima. Intravide sotto la porta una luce fioca: era lo studio personale del francese.
Giacomo D'Alessandro bussò e attese. Nessuna risposta, nessun rumore di passi. All'improvviso un clic, il pomello d'oro roteò. D'Alessandro portò il calcio dell'arma sulla spalla. Renard Mounier, aperta la porta, trasalì. Il pallore del volto manifestava la sua momentanea paura.
«Giacomo. Accomodati.» Disse Mounier mentre stava per voltarsi.
«Non vi girate, Signore. Mostratemi le mani.»
«Non chiamarmi Signore. È evidente, che non sono più il tuo capo. Già da un pezzo.» Rispose alzando le mani all'altezza del volto.
D'Alessandro fece un cenno con il fucile. Mounier iniziò a indietreggiare lentamente.
«Sedetevi.» Ordinò il capo della sicurezza.
Preso posto dietro la sua scrivania, Mounier disse: «Giacomo, sei ancora in tempo per fermarti.»
«Ormai è troppo tardi.»
«Non è mai tardi, tutto ha un tempo. Questo è il tempo della ragione, da parte tua, e della clemenza da parte mia. Versati da bere, parliamone.»
«Non bevo, grazie. C'è poco da parlare. Devo eseguire gli ordini il prima possibile. Siamo ai saluti, Mounier.»
«Veramente?»
«Sì.»
«Credi che quel vecchio ti ricompensi? Sentiamo, cosa ti ha promesso? Quanto vale la mia vita?»
«Non sono qui per parlare, non posso perdere altro tempo.»
«Giacomo. Non so cosa ti abbiano raccontato, francamente non m'importa nemmeno. Una cosa però voglio dirtela: tu, per lui, vali meno di zero. Il vigliacco prova a mettermi i bastoni fra le ruote da decenni ormai, non mi ha mai nemmeno scalfito. Questo lo rende nervoso, lo so per certo. L'unico modo che aveva per attaccarmi era dall'interno e tu ci sei cascato, ti sei fatto abbindolare. Ti hanno almeno detto il motivo?»
«Un soldato non ha bisogno di motivi.»
«Un soldato? A questo ti sei ridotto? Tu eri un mio generale, mi hai tradito per declassarti a semplice soldato? È questa la tua massima ambizione? Essere un semplice gregario?»
«Voi non sapete nulla di me. Voi non siete un mio conterraneo, siete un forestiero, vi siete appropriato di quello che spettava, di diritto, a noi.»
«Te l'hanno fatto bene il lavaggio del cervello. Senza questo estraneo, oggi, Borgobello sarebbe ancora un piccolo paese di campagna, nessuno saprebbe della sua esistenza, nessuno investirebbe miliardi di euro su questo territorio. Tutto ciò è avvenuto grazie a me.»
«Basta con questo vanesio parlare. Non siete nessuno, soltanto uno che presta il proprio nome.»
«Be', adesso sei ingiusto, tanto quanto il tuo “boss”. Non credo che a Palermo la pensino così. Tu credi veramente che un povero vecchio possa mettersi contro l'intero mandamento siciliano? Nossignore. Non finirà bene. Non sottovalutate nemmeno i malgasci, quei neri sanno essere brutali se vogliono, sono barbari, abituati a muoversi nella giungla.»
«Non temiamo nessuno. Che vengano pure. Luridi porci.»
«Hai pensato bene alla sorte di Borgobello? Dici di amare la tua città, che è vostra di diritto, ma avete riflettuto sulle conseguenze? Da domani tutte le aziende saranno bloccate a causa della mia morte, ci saranno delle indagini, purtroppo verranno fuori cose spiacevoli sul mio conto, le fabbriche saranno sequestrate, i tuoi concittadini perderanno il lavoro, la città cadrà in rovina. Questa sarà solo colpa tua. Non stai aiutando nessuno, non ti stai riprendendo quello che è tuo, anzi, stai per distruggerlo.»
D'Alessandro lanciò uno sguardo veloce all'orologio appeso alla parete difronte, posizionò meglio il fucile, con il pollice tolse la sicura.
Renard Mounier per la prima volta nella sua vita provò un senso di rammarico. I soldi per cui aveva tanto lottato, faticato, corrotto e ucciso, adesso, non gli stavano dando nessun aiuto, lo stavano tradendo, inconsapevoli colpevoli di quel efferato omicidio. Adesso, avrebbe voluto passare più tempo con la gente, crearsi delle nuove amicizie, riassaporare l'amore di una donna, tutte cose considerate futili, di gran lunga meno preziose di quei granelli bianchi che faceva muovere a suo piacimento in giro per il mondo, fonte di guadagno, sostentamento e sfarzo fine a se stesso. Adesso capiva cosa si fosse perso, che quella vita, forse, non aveva avuto nessun senso, non ne era valsa la pena viverla.
Uno sparo deciso spappolò il volto del magnate transalpino. Il corpo si accasciò sulla scrivania d'ebano coperto dalla vestaglia di seta.
D'Alessandro non toccò nulla, scese nuovamente al piano inferiore. Qualcuno suonò il campanello. L'uomo diede uno sguardo al videocitofono, con il cuore in gola. Un sospiro di sollievo: era il fattorino con la pizza.
Lo attese sull'entrata principale, si fece dare il box, senza nemmeno una parola si voltò e di gran carriera si diresse verso la cabina di controllo.
Cristoforo, ignaro di tutto, s'incamminò a brevi passi verso il cancello, che stava già per richiudersi; iniziò a correre, per un soffio riuscì a uscire. Lo scooter era ancora acceso, un amico lo aspettava in sella con uno spinello in bocca. Il fattorino diede due boccate, afferrò il manubrio e diede gas.
Finito di manomettere i video di sorveglianza, D'Alessandro uscì dall'ingresso secondario.
Alla guida della sua auto, vide una prostituta sul bordo della strada, si accostò, aprì il cristallo e solo quando la donna appoggiò i gomiti sulla guida del finestrino le porse lo scatolo della pizza. La donna lo afferrò istintivamente. D'Alessandro ripartì in direzione dell'acciaieria.
Trovato posto nel parcheggio riservato ai dipendenti, entrò nell'edificio con in mano un borsone nero. Tramite corridoi secondari riuscì agilmente ad avere accesso al forno. Con il volto rosso, riflesso dell'incandescente fuoco, osservò l'arma del delitto sciogliersi.

La sera successiva l'omicidio di Renard Mounier, Cuore di cane parcheggiò l'auto davanti la villa comunale della città. Poco dopo l'ingresso, nell'oscurità, D'Alessandro lo attendeva. Il luogotenente del boss gli porse un filo frizione.
Il fattorino li aspettava sul lato est della villa.
Dieci minuti più tardi, un solo uomo fece ritorno: Cuore di cane.
Mostrare ad altri le proprie debolezze lo sconvolgeva assai più della morte

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Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

Il racconto si legge bene, fino alla fine, però lo sviluppo mi lascia qualche dubbio, perlopiù inerenti il format. Capisco che la parte iniziale, il dialogo tra il maresciallo e il generale, ineccepibile, serva a delineare il contesto ambientale e sociale in cui si svolge la storia, ma dare corpo a questo scopo a due personaggi ben definiti, con i quali da lettore empatizzo all'istante, per poi doverli abbandonare poche righe dopo per dover ri-empatizzare con altri personaggi, mi lascia qualche perplessità. Successivamente, trattandosi di una storia incentrata su mafia e narcotraffico ma ancora di più trattandosi di un racconto breve, mi sarei aspettato da Mounier, in punto di morte, qualcosa che graffiasse di più di un mea culpa che, dato il personaggio, mi suona un po' retorico. In uno sviluppo più lungo, magari lo si sarebbe potuto preparare e sortire un effetto diverso. Così a bruciapelo, mi sembra più un'iniezione di buonismo poco efficace. Anche l'avvicendamento successivo di vittime e sicari mi pare non renda al meglio in così poco spazio.
Detto questo, che è solo la mia poco autorevole opinione, la forma è buona e anche i dialoghi.

Andr60
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Seconda (e ultima?) parte di un racconto ben scritto, e con dialoghi efficaci. L'unico appunto che posso muovere è che, dall'alto della mia esperienza sull'argomento (due stagioni intere della serie Narcos, tutti i sabati su Rai4), un boss del narcotraffico vive attorniato da un nugolo di guardie del corpo e non se ne separa mai.
Il fatto è comprensibile, visto che pochi di loro muoiono di vecchiaia.
E se il francese ha fatto un errore così marchiano beh, allora se lo è meritato di finire così.

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Giorgio Leone
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Messaggio da leggere da Giorgio Leone »

Caro Eliseo, ora che ho letto il prequel esplicativo al tuo precedente racconto, non posso che ribadire quanto già rilevato in precedenza. Metti molta più attenzione e intelligenza nella parte "estetica" dei tuoi racconti, che nello studio della trama la quale, in un "giallo", è però basilare anche perché i lettori di questo genere sono attenti, pignoli, smaliziati e non perdonano. Il testo è veramente scritto bene, proprio come l'altro, e non c'è che da farti i complimenti. Però la storia è la seguente. Un mafioso francese, invece di starsene a Marsiglia, stabilisce il suo quartier generale in uno sconosciuto paesotto siciliano e reinveste i proventi della droga – addirittura miliardi di euro - proprio in aziende “vere” di Rogobello create ad hoc per riciclare, prima delle quali una fabbrica di gesso. Il paese prospera e diviene una fiorente cittadina, ma le forze dell'ordine non si accorgono di nulla, né vengono allertate dai Ros che da solo da due anni indagano. Non solo ciò è poco credibile, ma anche le aziende lo sono in quanto il riciclaggio avviene notoriamente tramite ristoranti, alberghi, casino, supermercati, prostituzione, gioco d’azzardo, lotterie, corse di cani e cavalli, compravendita di immobili, società offshore, banche compiacenti, truffe fiscali, nonché un’infinità di escamotage finanziari e assicurativi, società di comodo e fantasma, investimenti e disinvestimenti in oggetti d’arte, ecc. Le fabbriche che esistono realmente e portano benessere non sono contemplate nel novero, se non come copertura.
Tornando alla trama, adesso sappiamo che De Rosa, un boss locale, incarica il suo fidato luogotenente Cuore di cane affinché commissioni al D’Alessandro l’omicidio di Mounier, e poi l’uccida per non lasciare tracce. D’Alessandro esegue e cancella il video di sorveglianza nella parte in cui viene ripreso, per poi venire a sua volta ucciso. Ok, ma perché ordinare la pizza a Cristoforo che poi deve dire alle autorità che ad aprirgli è stata una gran gnocca? A cosa serve? Così ce n’è un altro da uccidere e il circolazione rimangono due potenziali testimoni, ovvero l’amico in moto di Cristoforo e la prostituta che potrebbe riconoscere il D’Alessandro che le ha dato la pizza che è sparita dalla scena del crimine.
Per cui, molto modestamente mi sento di darti qualche consiglio. O scrivi un racconto di questo tipo solo dopo aver architettato una trama credibile e bene o male originale (niente mancini, orologi che si rompono con l’ora segnata e gemelli identici), oppure te ne fotti della trama e scrivi direttamente un noir d’azione o psicologico (cosa che sai senz’altro fare) che descriva ad esempio un litigio fra rapinatori, piuttosto che una vendetta a lungo covata, oppure la faticosa giornata di un killer professionista, o altro di questo genere. Così non correrai il rischio di impantanarti in qualcosa di improbabile o imperfetto.
Sempre con grande simpatia e, visto che ti conosco da tanto, quasi incredulità per gli enormi progressi che hai compiuto nello scrivere.
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Eliseo Palumbo
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Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo »

Roberto Ballardini ha scritto:
25/03/2020, 10:32
Il racconto si legge bene, fino alla fine, però lo sviluppo mi lascia qualche dubbio, perlopiù inerenti il format. Capisco che la parte iniziale, il dialogo tra il maresciallo e il generale, ineccepibile, serva a delineare il contesto ambientale e sociale in cui si svolge la storia, ma dare corpo a questo scopo a due personaggi ben definiti, con i quali da lettore empatizzo all'istante, per poi doverli abbandonare poche righe dopo per dover ri-empatizzare con altri personaggi, mi lascia qualche perplessità. Successivamente, trattandosi di una storia incentrata su mafia e narcotraffico ma ancora di più trattandosi di un racconto breve, mi sarei aspettato da Mounier, in punto di morte, qualcosa che graffiasse di più di un mea culpa che, dato il personaggio, mi suona un po' retorico. In uno sviluppo più lungo, magari lo si sarebbe potuto preparare e sortire un effetto diverso. Così a bruciapelo, mi sembra più un'iniezione di buonismo poco efficace. Anche l'avvicendamento successivo di vittime e sicari mi pare non renda al meglio in così poco spazio.
Detto questo, che è solo la mia poco autorevole opinione, la forma è buona e anche i dialoghi.
Ciao Roberto.
Non so se tu abbia letto il racconto della gara precedente, probabilmente no, perché l'inizio del racconto in pratica si riallaccia a quello precedente dove troviamo il maresciallo Maroni in una situazione di stallo. Non riesce ancora a venire a capo della faccenda, cosa molto grave per il ruolo che ricopre; in tutti quegli anni non aveva mai sospettato di traffici illeciti da parte del Mounier. Come autore però sono contento di essere stato in grado di averti fatto empatizzare con due personaggi in così poche righe e di averli anche ben definiti.
Per quanto riguarda il "mea culpa" in realtà non c'è, o perlomeno non era mia intenzione. Lui teneva alla sua vita e al suo denaro, essendo un tipo da sfarzi (esempio: il pomello della porta in oro), e stava cercando di salvarsi la pelle, se ci fosse riuscito non avrebbe avuto sicuramente nessuna clemenza.
Io per mia fortuna, e spero che non mi succederà mai, non ho mai avuto un fucile puntato contro, quindi ho cercato di immaginare cosa avrebbe potuto provare un uomo del suo calibro e la cosa più ovvia, e forse scontata, che mi sia venuta in mente è stata quella di ripercorrere velocemente gli scatti della sua vita; il tentavio di raggirare il capo della sicurezza non stava andando a buon fine, dunque rassegnatosi alla sua condizione, viene fuori un senso di rammarico. Se questo sia sfociato nel buonismo me ne rattristo perché non era assolutamente mia intenzione, quindi probabilmente è un punto da rivedere.
Il successivo avvicendamento di vittime e sicari altro non è che la spiegazione del delitto avvenuto nel racconto precedente.
Infine sono contento che i dialoghi tu li abbia trovati buoni, è una parte della mia scrittura che ho sempre dovuto e voluto migliorare, quindi vuol dire che sono sulla buona strada.
Grazie per essere passato e per aver lasciato questo commento.
Le opinioni sono sempre autorevoli, prima di essere un autore, aspirante scrittore, sono un lettore, e di quelli esigenti pure, infatti quando scrivo la domanda che mi pongo sempre è: Se lo avesse scritto qualcun altro lo troverei interessante? Quali parti vanno bene e quali sono noiose, superflue?
Purtroppo però non sempre ci riesco, autocorregersi è una delle più grandi difficoltà, a mio avviso, nel mondo della scrittura.
A presto.
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Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo »

Andr60 ha scritto:
26/03/2020, 9:18
Seconda (e ultima?) parte di un racconto ben scritto, e con dialoghi efficaci. L'unico appunto che posso muovere è che, dall'alto della mia esperienza sull'argomento (due stagioni intere della serie Narcos, tutti i sabati su Rai4), un boss del narcotraffico vive attorniato da un nugolo di guardie del corpo e non se ne separa mai.
Il fatto è comprensibile, visto che pochi di loro muoiono di vecchiaia.
E se il francese ha fatto un errore così marchiano beh, allora se lo è meritato di finire così.
Ciao Andr.
Sì, ultima parte. Da ora in poi questi personaggi spunteranno solo quando mi deciderò a scrivere la serie di romanzi dedicati a Borgobello che hanno una loro sommaria stuttura nella mia testa.
Come già detto, mi fa veramente piacere che, chi mi legge trovi i dialoghi efficaci, mi è sempre stato difficile riuscire a renderli "reali".
Ci sono cose non spiegate, dovuto al fatto che le gare sono strutturate per racconti brevi e questi personaggi fanno parte di un universo molto grande, e che quindi, ovviamente, il lettore non può sapere.
Una di queste è la struttura della sicurezza del Mounier. Praticamente, quello che ho in mente al momento è che questa sicurezza sarebbe alla stregua di una forza paramilitare, quindi uomini e donne addestrati secondo gli standard militari e pronti a dare la vita per il loro capo. Il nugolo di guardie del corpo quel giorno era stato lasciato a casa appositamente dal capo della sicurezza per poter compiere il suo tradimento; questo è l'unico motivo per cui non ne aveva. Inoltre, Mounier, credeva di essere intoccabile ed erroneamente si fidava dei suoi uomini, perché li pagava profumatamente. Volevo sottolineare questo fatto con il primo dialogo avvenuto tra Mounier e D'Alessandro, dove credevo fosse evidente la fiducia dell'uomo verso il capo della sicurezza, ma forse non ci sono riuscito.
Alla fine del tutto, probabilmente, amotivo della sua presunzione e spocchiosità, mi sa che se lo sia proprio meritato di finire così.
Grazie per la lettura e per il commento.
A presto.
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Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo »

Giorgio Leone ha scritto:
27/03/2020, 14:09
Caro Eliseo, ora che ho letto il prequel esplicativo al tuo precedente racconto, non posso che ribadire quanto già rilevato in precedenza. Metti molta più attenzione e intelligenza nella parte "estetica" dei tuoi racconti, che nello studio della trama la quale, in un "giallo", è però basilare anche perché i lettori di questo genere sono attenti, pignoli, smaliziati e non perdonano. Il testo è veramente scritto bene, proprio come l'altro, e non c'è che da farti i complimenti. Però la storia è la seguente. Un mafioso francese, invece di starsene a Marsiglia, stabilisce il suo quartier generale in uno sconosciuto paesotto siciliano e reinveste i proventi della droga – addirittura miliardi di euro - proprio in aziende “vere” di Rogobello create ad hoc per riciclare, prima delle quali una fabbrica di gesso. Il paese prospera e diviene una fiorente cittadina, ma le forze dell'ordine non si accorgono di nulla, né vengono allertate dai Ros che da solo da due anni indagano. Non solo ciò è poco credibile, ma anche le aziende lo sono in quanto il riciclaggio avviene notoriamente tramite ristoranti, alberghi, casino, supermercati, prostituzione, gioco d’azzardo, lotterie, corse di cani e cavalli, compravendita di immobili, società offshore, banche compiacenti, truffe fiscali, nonché un’infinità di escamotage finanziari e assicurativi, società di comodo e fantasma, investimenti e disinvestimenti in oggetti d’arte, ecc. Le fabbriche che esistono realmente e portano benessere non sono contemplate nel novero, se non come copertura.
Tornando alla trama, adesso sappiamo che De Rosa, un boss locale, incarica il suo fidato luogotenente Cuore di cane affinché commissioni al D’Alessandro l’omicidio di Mounier, e poi l’uccida per non lasciare tracce. D’Alessandro esegue e cancella il video di sorveglianza nella parte in cui viene ripreso, per poi venire a sua volta ucciso. Ok, ma perché ordinare la pizza a Cristoforo che poi deve dire alle autorità che ad aprirgli è stata una gran gnocca? A cosa serve? Così ce n’è un altro da uccidere e il circolazione rimangono due potenziali testimoni, ovvero l’amico in moto di Cristoforo e la prostituta che potrebbe riconoscere il D’Alessandro che le ha dato la pizza che è sparita dalla scena del crimine.
Per cui, molto modestamente mi sento di darti qualche consiglio. O scrivi un racconto di questo tipo solo dopo aver architettato una trama credibile e bene o male originale (niente mancini, orologi che si rompono con l’ora segnata e gemelli identici), oppure te ne fotti della trama e scrivi direttamente un noir d’azione o psicologico (cosa che sai senz’altro fare) che descriva ad esempio un litigio fra rapinatori, piuttosto che una vendetta a lungo covata, oppure la faticosa giornata di un killer professionista, o altro di questo genere. Così non correrai il rischio di impantanarti in qualcosa di improbabile o imperfetto.
Sempre con grande simpatia e, visto che ti conosco da tanto, quasi incredulità per gli enormi progressi che hai compiuto nello scrivere.
Ciao Giorgio.
Io sono uno di quelli che a volte vengono definiti: perfezionisti. Non ho ancora capito se sia un pregio o un difetto, tuttavia è così, sia nella scrittura, come nel lavoro, come nella vita quotidiana.
Quando scrivo parto sempre dalla pagina ben strutturata con il rientro della prima riga di ogni paragarafo, il giusto carattere e la giusta dimensione, uso subito le caporali, insomma alla fine del racconto devo solo rileggerlo per trovare eventuali errori di battitura o grammaticali. Spesso infatti mi blocco pure in determinati passaggi e non penso: vabè intanto lo scrivo così, poi lo rileggo e vediamo; non lo faccio perchè quel determinato punto, se non mi piace subito, lo troverò brutto pure alla rilettura, trovandomi costretto ad eliminarlo e in caso a cambiare tutta la storia o parte di essa, creando poi papocchi e bruttezze. Il caos non mi piace, il disordine molto meno e queste cose sfociano spesso in un senso di "niente sottocontrollo" mentre a me piace avere sempre un quadro chiaro e tutto sotto controllo, quindi detto questo è vero, hai ragione, do molta importanza al fattore estetico delle cose che scrivo.
La trama in questo caso ha molti buchi per il semplice fatto che il racconto di questa gara, in teoria non doveva esistere. Nella gara precendente, avendo inserito personaggi che vorrei usare in un contesto molto più ampio, volevo lasciare un senso di mistero, a tratti diciamo di curiosità. In alcuni non sono riuscito, in molti invece sì, quindi visto il "successo" del racconto precedente ho voluto dare delle risposte alle domande sorte, ma forse non sono stato abbastanza bravo perché ne sono sorte altre, di domande, e sono venuti fuori diversi buchi di trama, oppure è dovuto al fatto che molte cose non possono essere ben spiegate dato il limite dei caratteri, confondendo così il lettore.
Quando ho letto Marsiglia mi sono indispettito, perché il Mounier sarebbe veramente originario di marsiglia, quindi troppo scontato, involontariamente mi hai dato uno spunto per migliorare la storia originale.
Le aziende. Per quando riguarda il crime (giallo/noir/thriller che sia) lo apprezzo molto soprattuto nei film e nelle serie Tv, e onestamente mi sono rotto dei casino, delle prostitute e di tutte le "classiche" vie per riciclare il denaro, quindi ho immaginato un nuovo metodo, che sarebbe quello di creare aziende pulite; ora per quanto possa puzzare il fatto che un francese dal nulla arriva e crea un impero, è più credibile che lo abbia fatto con il duro lavoro e con dei giusti investimenti, piuttosto che stare tutto il giorno a bighellonare e chiedere il pizzo spaccando bottiglie di vetro sulla testa dei poveri baristi. Forse l'idea non funziona, però credo che lavorandoci bene sopra, potrei venirne a capo e uscire dal classico cliché. Se così non fosse, quantomeno ci avrò provato.
Il fattorino era uno scagnozzo del D'Alessandro, gli serviva come scudo, per così dire. Il D'Alessandro doveva essere insospettabile, quindi voleva far ricadere la colpa su un terzo, scelta però poco intelligente. La prostituta non era un testimone perché non era nei pressi della villa, inoltre il capo della sicurezza, come se nulla fosse, si fece vedere in giro, come a crearsi un alibi. Per la pizza sparita dalla scena del crimine, in effetti non ci avevo pensato, questo è stato un grosso errore.
Infine ti dico che mi ha fatto molto piacere il tuo commento, è stato fonte di spunti e riflessioni. Ti sono grato per le ultime parole spese, credo che sia gratificante, per un autore, vedere riconosciuti i miglioramenti degli ultimi sei anni (che a pensarci bene sono molti, però se c'è voluto tutto questo tempo per raggiungere una certa maturità nello scrivere un motivo ci sarà stato, spero che non debbano passarne altri sei prima di riuscire a pubblicare o autopubblicare qualcosa di mio).
Attendo il tuo racconto per questa gara.
A presto
Mostrare ad altri le proprie debolezze lo sconvolgeva assai più della morte

POSARE LA MIA PENNA E' TROPPO PERICOLOSO IO VIVO IO SCRIVO E QUANDO MUOIO MI RIPOSO


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Namio Intile
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Messaggio da leggere da Namio Intile »

Ciao, Eliseo. Hai continuato la serie vedo, e credo che tu abbia fatto bene. Solo scrivendo gialli si impara a scrivere gialli.
A ogni modo, Giorgio ha ragione quando scrive che i lettori dei gialli sono pignoli e attenti ai particolari, perché io leggo gialli da una vita e appena ne comincio uno provo subito a indovinare il chi e il come e mi intestardisco sui particolari. Ma se nell'impresa ormai sono diventato abilissimo (e quindi immagino subito il chi e il come) a meno che l'autore non bari (ma in quel caso lo mando a quel paese), più difficile è la costruzione dei personaggi e degli ambienti.
Non so se hai mai letto Simenon o Vazquez Montalban (da cui Camilleri ha attinto a piene mani, cognome compreso, che non è un omaggio alla nostra Montalbano Elicona, ma a Vazquez Montalban e al suo Pepe Carvalho), ma se ti capita fallo.
E soprattutto prendi i gialli di Fruttero & Lucentini. La donna della domenica, A che punto è la notte, Enigma in luogo di mare, sono dei capolavori non solo del genere. La costruzione di personaggi come il commissario Santamaria o il maresciallo Butti sono insuperabili e quando hai finito di leggere ti mancano e invidi chi non ha ancora letto quelle pagine.
Quanto al tuo racconto, hai voluto chiarire ciò che era rimasto oscuro: e questo va bene. Per inciso se è vero che il denaro sporco deve essere riciclato, e di solito ciò avviene con le modalità indicate da Giorgio, sarà anche vero che il denaro riciclato debba poi essere investito. Qui la fantasia si può più sbizzarrire.
Il tuo racconto, dicevo, comincia in modo impagabile: "Eleganti auto nere ben lucidate, dai vetri oscurati, non sono mai ambasciatrici di buone notizie. Il maresciallo Primo Maroni ne ebbe conferma pochi istanti dopo aver visto, attraverso la finestra del suo ufficio, un uomo in alta uniforme intento a richiudere lo sportello posteriore dell'auto."
Ben riuscito, a mio avviso, l'accostamento tra cattive notizie e quel tipo di auto.
Però, che un generale si scomodi per un maresciallo è poco credibile. Tutt'al più a fare la lavata di capo al maresciallo ci va il comandante della Compagnia, che ha il grado di capitano.
Dicevo, ti sei voluto concentrare sulle spiegazioni, ma hai tralasciato la parte più riuscita del primo racconto e anche di questo racconto: la presenza del maresciallo Primo Maroni, con la sua semplicità, il suo temperamento, la sua umanità, le sue debolezze.
Il giallo adotta di solito il PdV del detective e segue il dipanarsi del racconto con gli occhi del protagonista. Questa volta tu l'hai messo da parte il protagonista, e ti sei immedesimato con Mounier (che è un cattivo niente male pure lui, con le sue ragioni, le sue spiegazioni), ma questo tradimento ha degli effetti sull'economia del racconto.
Se devi scriverne un altro giallo, una serie di Borgobello per esempio, riparti da Primo Maroni, o da un personaggio con cui è facile provare empatia, descrivi la gente, i posti, il cattivo di turno, ma il tuo protagonista non l'abbandonare mai.
Un caro saluto

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