Uccidiamo il chiaro di luna!

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'estate 2020.

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Lodovico
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Uccidiamo il chiaro di luna!

Messaggio da leggere da Lodovico »

3 marzo 1909.
«Marco, vieni a casa!»
Scesi controvoglia dal fienile, era ormai ora di cena. La stalla era chiusa, ma le mucche si facevano sentire. Il papà non era ancora andato a fare la mungitura della sera.
La piatta corte era ancora piena di fango per la pioggia della sera precedente e l’odore di terra umida si mescolava a quello degli animali. Era sinonimo di casa. Da sempre quelli erano i miei odori, quello era il mio panorama, quella la mia vita.
Si comincia a darsi da fare presto in campagna. Da quando avevo quattordici anni, conoscevo già la fatica di portare cesti pieni di uva per la vendemmia. Tanto pieni che la sera non avevo più la forza di alzare le braccia per accendere il camino in camera mia. E le fredde lenzuola si scaldavano del mio corpo, ma guai a spostarsi, anche di poco.
«Ehi, Marco! Dai che è pronto in tavola!»
La mamma, come al solito, gridava. Le abitudini delle famiglie di contadini. Che tu fossi a un chilometro di distanza, in mezzo alla vigna o a due metri, il volume della voce era lo stesso.
«E sbrigati che c’è il tuo amico Nino.»
Nino. Il mio compagno che viveva nella grande casa appena fuori dal paese. Che aveva già la luce elettrica e l’acqua che scrosciava nel lavandino. Avevano un sacco di soldi, i suoi genitori, ma Nino non lo faceva pesare, era uno di noi.
Entrai trotterellando nella cucinona della cascina. Quando vidi la schiena di Nino seduto di fronte al tavolo apparecchiato mi vergognai un po’. La mia casa, dalle pareti scrostate e la puzza di soffritto nell’aria, dovevano fare un effetto pessimo al mio ex compagno di scuola. Decisi di non pensarci e mi sedetti festante davanti all’amico.
«Ciao Nino, come mai da queste parti all’ora di cena?»
«Devo farti vedere una cosa stupenda.»
Il giornale era già aperto, ne lessi l’intestazione: “Gazzetta dell’Emilia”. Scorsi velocemente gli articoli di prima pagina: “Pellicani, coccodrilli ecc.”, “Notizie telegrafiche e telefoniche”, “Cronache letterarie”.
Guardai Nino con aria interrogativa. Un velo di ironia si leggeva sul suo viso, non si stupiva che non avessi compreso quale fosse la “cosa stupenda” cui si riferiva, poi capii. La maestra diceva che noi due eravamo i “letterati” della classe, quelli che, in italiano, prendevano sempre il voto più alto. Io e lui facevamo a gara a chi leggeva più libri, chi scriveva il tema più bello, chi trovava le parole più astruse.
Senza un fiato, solo con lo sguardo ci capimmo, come al solito. Mi misi a leggere l’articolo intitolato “Cronache letterarie”. Il sottotitolo era curioso: “Il Futurismo”. Immerso nella lettura non mi accorsi nemmeno che mia mamma era arrivata con il tagliere sopra il quale si trovava uno dei salami che avevamo appeso in cantina ad asciugare. Nino me ne porse una fetta. Non ne sentii nemmeno il sapore, tanto ero intento a leggere le parole sul giornale. Divorai salame e articolo, contemporaneamente, e insieme arrivai alla fine di entrambi.
«Questi sono pazzi, Nino! Hai letto bene quello che sta scritto su questo “manifesto futurista”? Predicano la lotta, la guerra, vogliono distruggere musei e biblioteche perché rappresentano il passato, in nome di un futuro di piroscafi, automobili e locomotive!»
Gli undici articoli del manifesto mi avevano colpito come un pugno allo stomaco. In particolare il nove recitava: “Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.”
«Vedi, Marco, il mondo non è quello che vivi tu in questa cascina: le mucche, il salame appena fatto, il fieno e il camino. C’è di più. E tu sei abbastanza intelligente per capirlo. Tutto ciò rappresenta una vita che sa di stantio, l’esistenza che attende me e te in questo angolo di mondo senza stimoli. Mani screpolate, pelle arsa dal sole e il nostro cervello, le nostre capacità spese per arare un campo e portare avanti la vendemmia. Non fa per me. Non più.»
Il suo sguardo era estremamente grave, non lo vedevo spesso così. Nino, l’allegro Nino, il compagno di giochi di quei diciannove anni passati correndo dietro il pallone di stracci e rubando mele ai vicini.
«Domani partirò per Milano. Lì c’è la vera vita, il progresso, la civiltà. Vedrò automobili scattanti e treni possenti, aerei e folle immense. Ho letto che ci sono circoli letterari, mostre e esposizioni. Quello è un posto per me.»
E mentre lo diceva una piccola lacrima, che si affrettò ad asciugare, rigava la sua guancia.
«Sono venuto a salutarti, Marco, ti scriverò.»
Abbandonò la sedia in legno e, dopo avere salutato sottovoce mia madre, varcò l’uscio.
Rimasi seduto a fissare il giornale per decine di minuti, poi lo appallottolai e lo scaraventai nel camino acceso.

7 luglio 1909.
Bill ringhiava, assatanato, facendo tintinnare furiosamente la catena cui era legato. Non c’erano dubbi, stava arrivando Giacomo, il postino, con la sua bicicletta. Non sapevo se Bill odiasse di più il velocipede o chi lo montava. Decisi di salvare la vita all’anziano portalettere e gli evitai il passaggio davanti ai denti del cane. La lettera, candida, recava il mio nome. In alto, a destra un francobollo da quindici centesimi con l’immagine baffuta di Vittorio Emanuele III. E poi il nome di Nino Frascotti, via Archimede, Milano. Le mani tremanti faticarono a lacerare la carta.
“Caro Marco,
la vita qui è più dura di quanto pensassi. Ho trovato lavoro come spazzino alla Stazione Centrale. Vedessi l’ardita tettoia di vetro e metallo! Questa sì che è una struttura degna dei nostri tempi. La sfida alla gravità e al cielo! E i treni, cavalli d’acciaio che trainano tonnellate di merci e migliaia di persone. Ieri sono andato a visitare l’aeroporto. Mi sembrava di vedere stormi di uccelli metallici che prendevano il volo correndo sull’asfalto. Sono entrato in un circolo letterario, si parla di futuro, di ardimento, di guerra e di coraggio. Io e altri tre ragazzi vorremmo andare a Parigi. Là hanno costruito una torre in metallo alta centinaia di metri. Ma, per ora non ne abbiamo la possibilità. Ti scriverò ancora, però i soldi non mi bastano mai, sono riuscito a risparmiare i pochi centesimi per il francobollo e la busta, ma tutto costa così caro.
Ti saluto
Nino.”
Misi la lettera nel cassetto del mio comodino, sopra la copia della “Gazzetta dell’Emilia” che mi ero fatto ricomprare dal mio amico Franco. Avrei tenuto i cimeli di quel pazzo di Nino, finché, spossato dalla fame e dalla fatica, fosse tornato a vivere in paese. Ci avremmo riso sopra, alla sua follia futurista.

15 settembre 1909.
I grilli cantavano ancora, nonostante il sole fosse tramontato ormai da tempo. Il profumo di Maria mi riempiva le narici, insieme a quello del fieno settembrino appena tagliato. Il sapore del suo bacio era dolce. Noi, stesi tra l’erba, nell’immenso del campo verde e sotto il chiaro di luna. Forse la sposerò, magari a giugno, l’anno prossimo. Bisognerà uccidere il maiale, quello grosso. E inviteremo mezzo paese, il prete, le zie che vengono dal nord, e inviterò anche Nino. Chissà se verrà. Ci si sposa una sola volta, lo voglio al mio matrimonio, il mio migliore amico, a costo di pagargli il viaggio. La lettera che era arrivata ieri non prometteva bene. Aveva perso il lavoro da spazzino e si era messo a raccogliere stracci da rivendere. Nonostante tutto passava ancora le serate al circolo letterario. Aveva ancora la speranza di raggiungere Parigi. Aveva pure iniziato a dipingere. Mi aveva spedito una specie di quadro fatto da lui su di un cartone unto. Una serie di linee orizzontali che, a suo dire, rappresentavano un’automobile in velocità. Io non ci vedevo nulla di più che un sacco di righe curve. Maria sospirò sotto i colpi dei miei baci e alzò il petto procace verso di me. Io, lei e il chiaro di luna.

19 novembre 1909.
La donna singhiozzava. Il suo vestito elegante era scosso dal pianto. I capelli arruffati, come non li avevo mai visti su quella signora raffinata e gli occhi rossi. Raccontava di un’automobile veloce, e della strada per Parigi, di un albero e di uno schianto. Raccontava di suo figlio Nino, di come non sarebbe venuto al mio matrimonio, di come non l’avremmo visto mai più. La velocità, il progresso, la sua ossessione, la sua tomba. Piangevo come non avevo mai pianto prima, nemmeno quando avevo rotto la bicicletta, nemmeno quando era morto Bill. Mai.

27 dicembre 1909.
La casa dormiva ancora. Ci si alza presto in campagna, ma non alle quattro del mattino. Indossai i pantaloni e controllai le tasche. Un piccolo rotolo di soldi mi finì in mano. Sarebbero bastati per le prime spese. Avevo calcolato tutto. Il tragitto a piedi e poi il tempo per raggiungere la mia meta. Sul comodino la lettera per Maria. Estrassi dal cassetto il giornale. Lessi.
“1 Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
2 Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3 La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”
Il futuro era questo, il mio futuro era questo, la mia meta Milano e poi Parigi. Il testamento spirituale di Nino mi nominava suo erede universale. Erede culturale universale.
Lui non ce l’aveva fatta.
Ma lo avrei ucciso io, quel chiaro di luna!
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Francesco Pino
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Messaggio da leggere da Francesco Pino »

Un buon racconto davvero. Uno di quelli che porta a ripassare un po' la storia, a fare delle riflessioni e a prendere posizione con le proprie opinioni. E' una storia ambientata nel 1909, ma potrebbe forse avere altre date, altri luoghi e altri "manifesti".
Pieni voti per me.

Mariangela
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Messaggio da leggere da Mariangela »

Mi è piaciuto questo racconto perchè l'ambientazione agli inizi del secolo scorso lo rende originale e fuori dai soliti schemi. L'ambiente contadino è reso con vividezza da tanti dettagli accurati e sembra proprio di essere nell'assolata (o nebbiosa, a seconda delle stagioni) campagna emiliana

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Fausto Scatoli
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli »

onestamente devo dire che non mi è piaciuto molto.
probabilmente non sono riucito a capirlo, a recepire il messaggio. problema mio.
è ben scritto, non ci sono refusi o errori salvo qualche dubbio sui tempi verbali in un certo tratto, dove è solo con Maria. credo siano riflessioni del protagonista, ma allora andrebbero virgolettate o scritte in corsivo.
nel complesso è comunque un buon lavoro e lo premio per la stesura.
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente
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Roberto Virdo'
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Messaggio da leggere da Roberto Virdo' »

Scritto molto bene, senza dubbio. Peraltro, come già evidenziato, l'epoca storica è particolare e l'atmosfera creata ha la capacità di darne un buon riflesso, almeno credo. Sarò sincero, sul contenuto ho qualche riserva poiché per mio personalissimo gusto proprio non amo questo genere di tematiche ma ribadisco: questione di sensibilità personale. Proprio per questo attendo di leggere altri commenti prima di dare un voto. Lettura sicuramente valida.

Lucia De Falco
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Messaggio da leggere da Lucia De Falco »

E' un racconto toccante e meritevole, innanzitutto perchè riflette un periodo storico e un clima culturale, in secondo luogo per la descrizione dell'ambiente contadino, di cui si riescono a sentire persino gli odori, infine per il sentimento di amicizia che lega i due personaggi. Mi chi chiedo se sia in parte vero. Mi è dispiaciuto per il finale, perchè da romantica speravo nel matrimonio e nel legame col mondo contadino, invece il protagonista, anziché rigettare il progresso, che ha ucciso il suo amico, decide di combattere la sua battaglia culturale al suo posto.

Namio Intile
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Messaggio da leggere da Namio Intile »

Per come l'ho interpretato io il racconto più che una critica al futurismo mi pare una critica alla modernità il cui mito il futurismo incarnava. E questo anche se il protagonista nel finale sembra prendere il testimone dall'amico morto (non a caso a causa di un'auto) per cantarne le lodi e viverla con pienezza tra Milano e Parigi. E magari finire qualche anno dopo ucciso dalle mitragliatrici o dai gas nelle trincee lungo la Somme e la Mosa o sull'Isonzo.
E quindi se la corretta interpretazione è questa non può che trovarmi d'accordo. La modernità è stata un mito abbagliante che ha annientato più d'una generazione.
Il racconto funziona, ma rifletterei su alcuni particolari. Il primo volo dei fratelli Wright è del 17 dicembre 1903. Le automobili erano piuttosto rare in quell'inizio di secolo persino nelle grandi città e le strade si cominciò ad asfaltarle sistematicamente solo nel primo dopoguerra.
Un buon lavoro.

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Ida-59
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Messaggio da leggere da Ida-59 »

Una storia ben scritta e contestualizzata, originale con il riferimento al manifesto del futurismo.
Ho apprezzato molto il contesto contadino, reso davvero bene, ma il finale mi ha lasciato un grande amaro in bocca. Proprio a causa dell'inatteso finale, che cambia le carte in tavola rispetto a tutto il resto, non sono sicura di aver compreso il messaggio del racconto, che mi pare quindi contraddittorio o, quanto meno, le motivazioni del finale non sono state ben esplicitate: sembra che l'autore abbia puntato soprattutto sulla sorpresa del lettore a scapito però della sua comprensione.

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