E' buio sul ghiacciaio

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'autunno 2020.

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Roberto
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E' buio sul ghiacciaio

Messaggio da leggere da Roberto »


Era ancora buio sul ghiacciaio. Il sole sarebbe sorto fra un paio d’ore; ma non lo avremmo visto prima del mattino avanzato, quando sarebbe stato così alto da superare con i suoi raggi obliqui la lunga cresta ovest.
Stavamo camminando lentamente nella parte piana o in lieve salita del ghiacciaio, verso la parete nord. Le lampade frontali illuminavano la neve davanti a noi e il fascio di luce circolare quasi ci ipnotizzava. La mente era vuota di pensieri; il corpo, come un automa, comandava il movimento meccanico dei piedi, con una cadenza commisurata al nostro passo.
Spesso ci si fermava per picchiare con la piccozza a lato degli scarponi che, ostinatamente, formavano uno zoccolo di ghiaccio sotto i ramponi. Poi si riprendeva.
Non c’era la luna e le stelle brillavano ancora, prima dell’alba e l’aria era così ferma che parevano dei puntini brillanti, senza sfarfallamenti.
Lei era una macchia nera davanti a me, sebbene la sua giaccavento fosse rossa; eravamo legati uno all’altra da una corda azzurra che, strisciando sulla neve, lasciava un leggero solco, come la traccia di una biscia.
Il ghiacciaio saliva dolcemente e ad ogni passo la pendenza aumentava; fino a che la piccozza tornava utile, come appoggio e come sicurezza, dal lato a monte. Si andava verso la crepaccia terminale, larga e slabbrata – non sarebbe stato uno scherzo superarla.
Al di sopra di essa si alzava la lunga e ripida parete nord, uno scivolo di neve e ghiaccio, che si restringeva verso l’alto, arrivando in prossimità della vetta che, fra un paio d’ore, sarebbe stata illuminata dal sole.
Faceva freddo – l’ideale per evitare cadute di pietre o di blocchi di ghiaccio – la temperatura era dieci sotto zero e le previsioni del tempo davano sereno per tutto il giorno. Era opportuno essere molto in alto prima che il sole, amato ma non desiderato, scaldasse la cima.
La crepaccia terminale, come molti sanno, è quella spaccatura – un vero e proprio crepaccio – che viene a formarsi dove la pendenza cambia bruscamente. Le forze in gioco sono così diversamente distribuite che si forma una tensione tale da spaccare la continuità del ghiaccio, proprio lì, fra il piano e la parete che sale ripidissima.
Il crepaccio era di dimensioni veramente notevoli. Assicurato da lei, mi sporsi oltre l’orlo per valutarne la profondità. Tutto buio: la lampada illuminava due verdi pareti di ghiaccio, verticali e che si avvicinavano più sotto, sprofondando verso il nulla, mentre mille cristalli e superfici contorte e compatte riflettevano la luce.
La parte a monte della spaccatura era più alta del labbro a valle di quasi due metri; il punto più stretto fra i due bordi era di circa un metro: avevamo un problema.
“Che facciamo, cara?”
“Come che facciamo, siamo venuti fin qui…andiamo avanti, no?”
Il bello nell’arrampicata – così come nella vita – è il fatto che, quando ci si trova di fronte a una difficoltà, si aspetta sempre che sia l’altro, per primo, a gettare, in un certo senso, la spugna. Ma se l’altro non ci pensa proprio? E’ raro che ammettiamo onestamente, noi stessi per primi, che abbiamo paura, che non ce la sentiamo. Fra l’altro, non useremmo mai questa parola: paura. La nostra mente è così abile che riusciremmo a inventare qualche circonlocuzione, qualche gioco di parole, che nasconda la realtà nuda e cruda. Potrebbe essere che la parete non è in ‘buone condizioni’. Questa è gà una scusa sufficiente, ma decisamente sfruttata. Un’altra, molto usata anch’essa, è quella di dichiararsi, con rammarico, fuori forma o, forse, lamentare un qualche dolore insopportabile e improvviso, di cui – una volta ridiscesi al rifugio – dobbiamo stare attenti a non dimenticarci.
Ma, messi alle strette da un ‘continuiamo, che siamo venuti a fare?’, ci si sente disarmati e ci si deve arrendere. Quindi, non c’era alternativa dignitosa, se non proseguire.
A due metri dal bordo, dalla nostra parte, avvitai a terra nel ghiaccio, un chiodo tubolare di sicurezza, da cui lei mi avrebbe dato corda, lentamente.
“Stai attento!”
“Sì, fammi sicura”
“Vai tranquillo”
Non si parla molto quando si va in montagna, non si ha tempo. Ma, chiunque sia con te, diventa più di un amico, diventa un fratello. E impari a conoscere tutto di lui, anche nel silenzio.
Con qualche esitazione, una larga spaccata, per portare un piede dall’altra parte, con le punte dei ramponi che mordevano il ghiaccio, due metri sotto il bordo; e l’altro piede ancora di qua. Le gambe tremavano un po’, non solo per lo sforzo, mentre gli occhi si rifiutava di guardare il nero vuoto sotto di me. Veloce, avvitai un altro chiodo sopra la mia testa qualche spanna sotto il bordo; infilai nell’anello un moschettone e dentro passai la corda, rimanendo appeso per qualche secondo, giusto il tempo di rifiatare.
Poi, piccozza in una mano, martello da ghiaccio nell’altra, entrambi piantati con violenza sopra la mia testa, oltre il bordo, lavorando di ramponi e di braccia, mi tirai su, fuori da quel muro, finalmente ‘a riveder le stelle’.
Anche lei faticò non poco, ma, tempo mezz’ora, eravamo entrambi oltre la crepaccia, pronti a salire la nostra parete.
Il resto dell’arrampicata non presentò alcun problema: un tiro di sessanta metri, salita di lei fino alla sosta, ripartenza; ripetendo le stesse manovre. Cinque tiri di corda filarono via così. Ora eravamo poco sotto la vetta e ci aspettava un traverso verso destra per arrivare alla cresta ovest e, da lì, per sfasciumi, in cima.
“Occhio, mi raccomando, dobbiamo traversare. La neve è molto sottile, muoviamoci come se fossimo senza peso, ok?”
“Sì, vai, ti tengo”
Piccozza, martello, ramponi che si piantavano in pochi centimetri di neve già ammollata, fra roccette in equilibrio instabile, il fiato quasi trattenuto.
“Bene, ci sono. Vieni pure, ti recupero. Piano… piano!”
Finalmente eravamo entrambi sulla cresta, assicurati alla solida raccia, una garanzia che niente può sostituire.
Salimmo gli ultimi metri in conserva, e, infine, eccoci in cima, col sole alle nostre spalle e un cielo ancora celeste, ma che presto sarebbe diventato blu cobalto.
Via il casco, via gli occhiali, via i guanti e via, almeno per un po’, ramponi e scarponi.
“Non mangi?” le chiedevo.
“No, non ho fame. E poi…sai che devo andare!”
La consapevolezza si fece strada in me, dolorosa come una pugnalata fra le viscere. Cosa era successo, cos’avevo fattofino a quel momento, con chi avevo stillato sudore, respirando come un mantice? Era tutto troppo reale, mi dicevo, per essere solo un’allucinazione della mente. Lei era lì, mi parlava, l’avevo toccata per lunghissime ore. Eravamo così felici legati assieme dalla corda su quello scivolo di ghiaccio. Supplicai:
“No, ti prego, aspetta, stiamo ancora qualche minuto qui, al sole, senti il calore dei suoi raggi e che luce meravigliosa!. Non andartene, cara!”
“Stai tranquillo, amor mio, non preoccuparti, tornerò presto, lo sai. Mi è molto piaciutosalire con te, è stato bellissimo”
“Sì, la più bella salita che ricordi. Ma ti prego, aspetta ancora…”
Ma stavo parlando da solo, ormai, e la voce mi usciva strozzata, a singhiozzi, come quella di un bambino disperato. Ero ancora seduto su quel masso piatto, silenzio tutt’attorno, l’aria immobile e la luce abbagliante del giorno che nasceva.
Guardai in basso: laggiù, lontano, vedevo il rifugio e piccoli omini che si muovevano senza alcun senso, pronti a riprendere il cammino.
Ancora più in basso, il fondovalle, molte ore più sotto; e il torrente che vorticava, verde, fra una gorra e una cascata; e i pini che salivano lungo ripidi pendii, inframmezzati da balze rocciose.
E ora? Mi toccava scendere da solo? Ma…forse ero salito anche da solo?
Fui preso dalla rabbia e dalla disperazione, una rabbia impotente; e, accecato da un furore che mi era del tutto inconsueto, cominciai ad agitare la piccozza, come fuori di me; finchè non mi colpii un piede con la punta aguzza e urlai per il dolore.
…Apersi gli occhi e, per qualche secondo, non capii. Solo il gatto, già completamente sveglio, saltava per tutto il letto, come avesse l’argento vivo in corpo e, con gusto un po’ perverso, mi graffiava un piede con le sue unghie acuminate, oltre le lenzuola.
La prima luce del mattino filtrava dalla finestra e il cane, ritto sulle zampe posteriori, mi si poggiava contro il petto con quelle davanti, in mezzo il muso umido. Era ora di portarlo a fare la sua passeggiata.
Piano piano, mi riaccomodai alla nuova realtà. Mi chiedevo quale fosse mai quella vera. Mi vestii e scesi di sotto.
Fuori, l’aria era frizzante, qualche passero già cantava sul pino, sarebbe stata una giornata serena. Il cane scodinzolava felice.
Laura Traverso
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Messaggio da leggere da Laura Traverso »

La storia mi è piaciuta, crea aspettativa e tensione nel lettore, pensavo che la "lei" si volesse suicidare e invece il finale è stato sorprendente, non me lo aspettavo e mi è piaciuto. Le descrizioni della scalata sono assai buone, penso che chi ha scritto sia piuttosto esperto in materia. La forma è però da rivedere, ci sono molte parole unite (da staccare) e i tempi verbali non giusti. Se non fosse per questa ultima osservazione il mio voto sarebbe stato alto, mi fermo invece al 3, che poi non è affatto male.
Mauro Conti
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Re: E' buio sul ghiacciaio

Messaggio da leggere da Mauro Conti »

Ho trovato la storia fondamentalmente banale anche se discretamente ben descritta. L'ambientazione è sicuramente suggestiva e l'autore prova senza ombra di dubbio passione per la montagna in genere e la sue pertinenze, che si "respira" nel racconto. La forma insomma cosi' cosi', poco viva.
Se ci fossero i mezzi voti sarebbe un due e mezzo. Ma per lo spirito dell'ambientazione montano che ha sempre il suo fascino e la sua relativa descrizione arrotondiamo a 3.
Selene Barblan
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Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Mi è piaciuta la descrizione della scalata, quindi buona parte del racconto; amo la montagna e anche se non so se avrò mai il coraggio di percorrere sentieri "difficili" o, addirittura, fare scalata o andare per ghiacciai, le descrizioni ben permettono di vivere indirettamente l'esperienza.
Quando il racconto cambia per prendere una piega un pò misteriosa mi sembra perda un pò del suo fascino; mi sembra che sia un pò troppo costruito, messo lì per impressionare, non così legato, non so se mi spiego.
Credo poi che una rilettura permetterebbe di sistemare qualche imprecisione, che però non mi ha infastidito particolarmente.
Globalmente non mi è dispiaciuto, ma mi sarebbe piaciuto di più se l'onda iniziale fosse fluita in altro modo...
Roberto Virdo'
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Messaggio da leggere da Roberto Virdo' »

Ho recensito questo breve testo qualche tempo fa. Non so se è il caso di replicare quanto detto, un giudizio più che positivo sulla spiccata capacità descrittiva. Ho avuto anch'io l'impressione di una chiusura prematura del testo, che si collega forse un po' a quanto dice Selene. Avrei preferito in sostanza una maggiore gradualità nel passaggio tra sogno e realtà, se non perfino un più spinto "occultamento". Ma molto molto valido.
Francesco Pino
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Messaggio da leggere da Francesco Pino »

Mi è piaciuta particolarmente la parte dedicata alla paura, il finale invece mi ha deluso: stavo li a immaginarmi una scalata fatta da solo spinta dal forte ricordo della moglie morta in una scalata precedente e invece spunta il gatto!
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Fausto Scatoli
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli »

l'unica cosa che mi è piaciuta della storia è la capacità descrittiva dell'autore, per il resto devo dire che proprio non ho apprezzato.
ci sono molti errori e refusi, anche se alcuni sono stati sistemati, mancano degli spazi, ci sono d eufoniche da togliere e c'è un uso errato dei tre punti.
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente
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Marcello Rizza
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Messaggio da leggere da Marcello Rizza »

A prescindere dalla forma, dalla punteggiatura e da qualche refuso il racconto, a metà strada prometteva molto e a tre quarti conquistava. Il fatto che un finale non soddisfi il (un) lettore non vuol dire che sia sbagliato. Solo che le aspettative erano per un finale all'altezza della suspense che si era venuta a creare
Lucia De Falco
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Il racconto mi sembra ben scritto. Le descrizioni sono molto accurate. Devo dire, però, che mi ha un po' annoiata, perché non è il mio genere, non amo le descrizioni delle scalate. Poi mi ha sorpresa positivamente il finale: il sogno, con tutto ciò che può offrirci, con l'amore, l'illusione e la delusione.
Liliana Tuozzo
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Messaggio da leggere da Liliana Tuozzo »

Molto belle le descrizioni della scalata, la conquista della vetta in due, le descrizioni dell'ambiente intorno. Ho letto questo racconto, ma non ricordo dove. Come ti hanno detto ci sono dei refusi, ma quelli si correggono. La parte finale troppo repentina riporta a una realtà dove lui è solo con i suoi amici a quattro zampe, insomma con la realtà tutto cambia.
Stefyp
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Messaggio da leggere da Stefyp »

Fino a tre quarti mi è piaciuto, belle le descrizioni e la suspense creata quando ci si rende conto che la compagna non c'è. Avrei preferito che fosse una salita in solitaria in memoria della moglie morta o qualcosa del genere. Il finale con il gatto non mi ha entusiasmato. È pur sempre però un parere personale. I refusi però vanno corretti e quello si può fare rileggendo e rileggendo il racconto.
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MattyManf
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Messaggio da leggere da MattyManf »

Lettura molto piacevole. Impossibile non essere rapiti dalle tue descrizioni e dall'atmosfera che riesci a trasmettere.
Peccato per la storia in sè che invece mi ha un po'deluso. Ad un certo punto ho pensato si trattasse di una lunga metafora dalla conclusione sgrodolce... ma poi si è rivelato un sogno. Quella stessa chiarezza descrittiva che ho amato, non ha permesso ad altri dubbi di formarsi: lui si è svegliato ed ha un cane ed un gatto. Punto.

Ti faccio i complimenti per lo stile narrativo e ti ringrazio per avermi intrattenuto que questa strana montagna... che al mattino è sparita. Ti rileggerò con piacere!
:smt100 :smt100 :smt100
Date un'occhiara "Il Carillon di Absindaele" ,
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Fatemi sapere cosa ne pensate!

Illustrazioni: https://www.instagram.com/chinevesperiane/
Wattpad: https://www.wattpad.com/user/NovelleVesperiane
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Déjà vu - il rivissuto mancato

Déjà vu - il rivissuto mancato

antologia poetica di AA.VV.

Talvolta, a causa di dinamiche non sempre esplicabili, uno strano meccanismo nella nostra mente ci illude di aver già assistito a una scena che, in realtà, la si sta vivendo solo ora. Il dèjà vu diventa così una fotocopia mentale di quell'attimo, un incontro del pensiero con se stesso.
Chi non ha mai pensato (o realmente vissuto) un'istantanea della propria vita, gli stessi gesti e le stesse parole senza rimanerne perplesso e affascinato? Chi non lo ha mai rievocato come un sogno o, perché no, come un incubo a occhi aperti?
Ventitrè autori si sono cimentati nel descrivere le loro idee di déjà vu in chiave poetica.
A cura di Francesco Zanni Bertelli.

Contiene opere di: Alberto Barina, Angela Catalini, Enrico Arlandini, Enrico Teodorani, Fausto Scatoli, Federico Caruso, Francesca Rosaria Riso, Francesca Gabriel, Francesca Paolucci, Gabriella Pison, Gianluigi Redaelli, Giovanni Teresi, Giuseppe Patti, Ida Dainese, Laura Usai, Massimo Baglione, Massimo Tivoli, Pasquale Aversano, Patrizia Benetti, Pietro Antonio Sanzeri, Silvia Ovis, Umberto Pasqui, Francesco Zanni Bertelli.
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