La caverna

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'autunno 2020.

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Goliarda Rondone
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Iscritto il: 08/02/2020, 21:48

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La caverna

Messaggio da leggere da Goliarda Rondone »


I faretti nel controsoffitto son stelle e corpi astrali, nel cielo bianco della mia cameretta. Ho sigillato la finestra con carta scura e nastro adesivo. Domani compirò quindici anni e faranno trenta giorni che non esco, eccetto pochi minuti di notte, per mangiare e per andare in bagno. Alla tv dicono che chiuderanno le scuole, per via di questa pandemia. Dicono anche che non si potrà più uscire di casa. È grandioso. Significa che mio padre, quello stronzo, rimarrà confinato nell’appartamento della puttana con cui vive. Non potrà rincasare, litigare con mamma, bestemmiare, picchiarla e poi ricominciare da capo.
Mamma mi fa pena. Si chiama Dolores. È tutta presa dalle apparenze, dalle formalità, dall’ordine maniacale delle cose insignificanti, come la disposizione precisa dei suoi ninnoli sul comò, oppure delle ciabatte ai piedi del letto. Alle amiche dice sempre questa frase esatta: “non faccio per vantarmi, ma mio figlio ha una sensibilità non comune e una proprietà di linguaggio impressionante, per la sua età”. A me invece dice che ho una luce speciale dentro, che aspetta soltanto di brillare. Non ho mai ben capito cosa intenda.
Bussa di continuo alla porta.
«Tesoro, quando mi farai entrare? Lo sai, vorrei solo che parlassimo un po’...»
«Lo so, mamma.»
«Quando possiamo parlare?»
Non le rispondo.
«D’accordo David, proverò a bussare più tardi, magari mi farai entrare.»
Se non altro è gentile. Ci sono state volte in cui ha cercato di forzare la porta, minacciando di chiamare mio padre, il fabbro, i pompieri, la polizia, l’esercito, un plotone di marines. Adesso è in modalità genitore comprensivo. Credo che parli di me con qualche psichiatra, perché ogni tanto cambia atteggiamento, come se le suggerissero nuove strategie. Non accetta questo fallimento. Continua a cucinare per me, lo ha sempre fatto. Lascia la cena sul lavello della cucina, sapendo che il suo cucciolo ogni notte sgattaiola fuori dalla tana per nutrirsi.
*****
Erano passati poco più di dieci minuti dall’inizio dell’anamnesi, quando l’esile mano di Dolores cominciò a tremare e dalla fronte iniziarono a sgorgare lucciconi di sudore e d’ansia.
«Io non so più cosa fare, dottoressa! Mi hanno detto che lei potrebbe aiutarmi.»
«Si calmi, signora. So quello che sta passando.»
La dottoressa Nadia Invano – così recitava il cartellino appeso al camice – era una neuropsichiatra infantile. Aveva un timido strabismo di venere e un viso paffuto, tutto l’opposto della sua interlocutrice. Chissà quante madri come Dolores aveva conosciuto, coi loro figli unici, adolescenti, sicuramente timidi, magari con un basso livello di autostima, un forte stress emotivo e sociale, una madre pretenziosa e un padre assente.
«Ha detto che è stato il dottor Fresa a indirizzarla da me?»
Dolores assentì.
«Qui siamo specializzati nella sindrome di hikikomori, sa cos’è?»
La donna estrasse un fazzoletto dalla borsa e deterse il sudore attorno agli occhi. Paolo Fresa, lo psicologo, gliene aveva parlato. Era convinto che quella fosse la malattia di David. Però lei non aveva ben compreso il significato di quella strana parola, così arricciò le labbra.
«Si tratta di un disturbo di natura psichiatrica che colpisce i ragazzi adolescenti. Una specie di isolamento sociale, un rifiuto dei rapporti interpersonali, anche nel nucleo familiare.»
«Come le dicevo, sono quasi due mesi che David non esce dalla sua cameretta. Non capisco perché.»
«Uscirà quando verranno meno le ragioni dell’isolamento.»
«E quali sarebbero?»
«Possono essere molteplici. Il ragazzo potrebbe isolarsi se percepisce delle pressioni psicologiche, forse delle eccessive aspettative su di lui, da parte...»
«Non lo abbiamo mai pressato. Cioè io... per il suo bene...»
«Oppure potrebbe provare un forte disagio all’interno del contesto sociale o familiare quotidiano.»
«Non sarà invece una dipendenza da internet e da quei videogiochi? Passa ore a...»
«È improbabile, signora. Credo piuttosto che internet, le chat, i social network e i videogame siano gli unici strumenti che suo figlio ha per interagire con l’esterno.»
«Forse qualche atto di bullismo a scuola, allora?»
«È possibile. Cosa glielo fa pensare?»
La donna abbassò lo sguardo, come se la discussione la ferisse.
«Ecco... quando è morto il nonno alcuni ragazzi lo hanno preso in giro. Lui ne ha sofferto molto. L’ho scoperto leggendo un suo diario.»
«Sarebbe necessario che io riuscissi a parlare col ragazzo. Glielo accenni ma non lo forzi. Vorrei escludere che possa trattarsi di disturbi simili, di natura ansiogena o umorale come la depressione, o di natura psicotica come la schizofrenia. Ne discuterò col dottor Fresa. Nel frattempo sarebbe utile se lei compilasse alcuni questionari.»
Dolores assentì.
*****
Lunedì finirà il lockdown, dopo sessantanove giorni. Sembrano tutti impazienti, come cagnolini nel momento in cui realizzano che il padrone sta per portarli al parco. Un tizio in tv sta dicendo che “adesso abbiamo consapevolezza della fragilità dell’uomo e della società in cui viviamo”. Nessuno invece dice che il mare sta tornando al suo colore naturale, che gli animali e la vegetazione stanno riconquistando il loro habitat.
Ricomincerà tutto da capo.
La scuola. Mio padre. Il virus umano sta vincendo contro l’altro virus. È sabato, sono le tre di notte, quindi è già domenica. È quasi la fine. Una vocina nella testa continua a parlarmi: ora o mai più, mi dice. Ora o mai più. Poggio l’orecchio sulla porta e riesco a sentire mamma che russa. Esco, ma stavolta non vado in bagno né in cucina. Non ho fame, non ho sete, non devo fare pipì. Mi fermo davanti l’uscio di casa. Per la prima volta, dopo tanti mesi, sento il desiderio di uscire. Non solo dalla mia cameretta e neanche dall’appartamento. No, stavolta voglio andare in strada. Ora o mai più. Uscire e restare fuori fino all’alba, è l’ultima occasione. Ora o mai più.
Esco.
Ecco la città. Nell’ultima notte di quarantena è una creatura docile, stupefacente. Posso abbracciarla, entrare in simbiosi con lei, come non m’era mai capitato, come non mi capiterà più. Non è semplice descrivere come mi sento. Mi torna in mente un cortometraggio sull’attentato dell’undici settembre. So spiegarlo soltanto così. In quel filmato c’è una fioriera sul davanzale di una finestra. Le piante sono avvizzite, perché le torri gemelle gli fanno ombra. Quando quei giganti crollano, allora i fiori vengono inondati di sole e di luce. Finalmente sbocciano. Ecco io mi sento così, come quei fiori. D’un tratto intuisco il significato delle parole di mamma, sulla luce che mi brilla dentro. Però tra poco finirà tutto, risolleveranno le torri, faranno di nuovo ombra, i fiori appassiranno. Tornerò per sempre nel mio cielo bianco.
Scriverò un biglietto a mamma, per la prossima volta che verrà a bussare: “La luce che ho dentro stanotte ha brillato, ma adesso si è rinchiusa dentro una caverna. Perdonami se non uscirà mai più”.
*****
«I nonni?» chiese il parroco.
Dolores non rispose.
«E suo marito? Il padre del ragazzo?»
La donna scosse il capo, nascosta dietro la mascherina chirurgica e gli occhiali da sole, avvolta dentro quel foulard nero con cui David, da piccolino, amava farsi solleticare i piedini. Rideva tanto, allora.
«Mi dispiace...» sussurrò il prete, interrompendosi a causa di un groppo alla gola. Sembrava che faticasse a deglutire. Trasferì negli occhi l’espressione più compassionevole di cui fosse capace, e proseguì.
«Mi dispiace per la tragedia che sta passando, anche perché dobbiamo svolgere queste esequie in forma privata, per via della pandemia ma anche perché... insomma lei capisce che la Chiesa...»
Con un gesto della mano Dolores interruppe l’imbarazzo del sacerdote, che ingoiò una sorsata d’aria, si morse un labbro, e cambiò discorso.
«Le confesso che sono in imbarazzo. Ho pregato il Signore affinché mi illuminasse su cosa dire, ma non ci sono riuscito. Conoscevo David, ho il cuore angosciato. Lei si aspetta da me delle parole di conforto, di speranza, una spiegazione. Invece sono impotente, sono smarrito quanto lei.»
Dolores dentro di sé disapprovò. “Non quanto me”, avrebbe voluto dire. Ma non fiatò.
«Al dolore del distacco si aggiunge il peso di un grave peccato, al quale non posso... non riesco a trovare giustificazione. La tentazione del darsi la morte origina dal male. San Pietro ci aveva edotto...»
Un luccicone precipitò lungo la guancia della donna.
«Per favore, padre, lo benedica e basta.»
Don Errico rimase un instante interdetto, con la mascella appesa. Infine assentì.
«Certo. Certo.»
Ultima modifica di Goliarda Rondone il 02/12/2020, 13:12, modificato 11 volte in totale.
Marcello Rizza
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Messaggio da leggere da Marcello Rizza »

È un racconto molto, molto forte. Il covid c'entra e non c'entra. Quando mi ero ripromesso di non leggere più di covid, che non ne potevo più, mi sono imbattuto anche nel concorso che parla di covid per il calendario. Ok. Fastidio iniziale. Ma poi ho letto la ricostruzione accurata che hai svolto, anche dal punto di osservazione "clinico", tanto da pensare che: hai vissuto una storia simile; hai conoscenze nel settore; hai svolto una grande ricerca. La tua sensibilità è alta, sono quei racconti che mi piace scrivere e leggere. È anche scritto molto bene, nonostante due o tre errori che altri sapranno meglio di me puntualizzarti, ma sono sviste. Col cuore triste ti dico che è veramente un bel racconto, che non c'è niente di "pirotecnico" ma c'è tanto di conosciuto e da conoscere. Brava.
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli »

a parte un paio di refusi, il testo è scritto molto bene ed è abbastanza scorrevole.
ciò nonostante non mi ha preso.
non sono riuscito a entrare in empatia con la storia, sebbene tratti di un argomento molto grave e poco conosciuto.
non ti saprei dire cosa manca, probabilmente è solo una mia impressione.
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente
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Lucia De Falco
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Messaggio da leggere da Lucia De Falco »

Si tratta di un racconto sugli effetti del covid a livello psicologico. Sappiamo che tale virus ha prodotto della conseguenze anche dal punto di vista psicologico in molte persone: depressione, ansia, fobie. Sicuramente i giovani sono più a rischio. Qui sono presenti due casi di adolescenti: la prima, chiusa in casa, rifiuta di parlare con la madre, ed esce di notte per godersi la sua città prima che scatti la chiusura, l'altro, pure chiuso in se stesso, per il quale la madre si rivolge ad uno specialista, finisce col suicidarsi. Diciamo che forse ci vorrebbe un maggior collegamento tra i due racconti, c'è qualcosa che manca, ma non saprei dire cosa. Comunque il testo è apprezzabile.
Liliana Tuozzo
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Il racconto è chiaro è molto triste. L'isolamento in cui il ragazzo di chiude a causa del lockdown deriva probabilmente da una depressione o uno stato di fragilità del ragazzo, solo la punta di un iceberb. Triste quel rifiuto dell'amore materno che resta fuori la porta, il rapporto madre-figlio già difficile di per sé diventa impossibile. Il racconto è bello, lo stile narrativo poco incisivo, l'ultima parte è un coltello in più nella piaga. Io chiuderei col messaggio del ragazzo.
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MattyManf
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Un buon protagonista, quello di questo racconto. Pensa e non solo per farci capire le azioni che fa, ma anche per condividere ciò che lo rende a suo modo unico. Anche le sue riflessioni, a tratti ingenue, ma vere servono a dipingere questo bambin insicuro, introverso ma che forse ha qualcosa da insegnare.
Ben fatto! Merita.
:smt100 :smt100 :smt100
Date un'occhiara "Il Carillon di Absindaele" ,
il mio racconto gotico nella Gara d'Autnno!
Fatemi sapere cosa ne pensate!

Illustrazioni: https://www.instagram.com/chinevesperiane/
Wattpad: https://www.wattpad.com/user/NovelleVesperiane
Laura Traverso
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Il racconto è molto triste e va ad affrontare argomenti di penosa realtà. Comincio dal finale, da quel prete che non riesce a dire una parola di conforto a quella povera madre (un tempo, quando io ero bambina, ai suicidi non era neppure consentito di entrare in chiesa...). La madre, che come troppe donne, sopporta lo stronzo di turno (con le nefaste conseguenze anche, e soprattutto, sui figli). Insomma c'è molto dolore nel tuo racconto. La storia, le descrizioni degli stati d'animo dei personaggi e dell'ambiente circostante sono espresse a meglio. Brava!
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