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Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2021.

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Loredana De Luca
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Stazione

Messaggio da leggere da Loredana De Luca »


Ascoltare. Amo ascoltare. Il silenzio, i rumori, le voci, la musica.
 Non parlo molto. Credo che sia stato sempre così. Sin da quando ho imparato a parlare, conquista da me raggiunta piuttosto tardivamente, stando ai racconti della mia infanzia di nonne, nonni, madre e padre, sin da quando ho cominciato a servirmi della parola, l'ho sempre fatto con molta parsimonia. Specie in presenza di persone che non conoscevo direttamente, le amiche di mia madre, la vicina di casa, o anche parenti, zii e zie, che frequentavamo di rado, parlavo poco, o non parlavo affatto. Preferivo ascoltare. Ascoltavo i discorsi dei grandi, lunghi discorsi che capivo solo in parte e che dimenticavo quasi subito, essendo per me di nessun interesse.
 A scuola, l'unico luogo da me frequentato in cui potevo sperimentare una qualche forma, seppure essenziale, di socialità, avevo l'impressione, quando parlavo, o tentavo di dire qualcosa, che nessuno mi ascoltasse. I miei compagni, abituati al mio silenzio, non davano peso o forse non percepivano nemmeno più le mie poche parole.
 Ben presto mi resi conto che questa condizione implicava dei vantaggi. Mi permetteva infatti di eludere il nocciolo irrisolto del mio stare al mondo; era lo scudo che mi proteggeva da ciò che temevo di più: il confronto con l'altro. Affrontare l'altro, fronteggiare una situazione semplice, frequente, ma per me angosciosa, come incontrare, lungo il tragitto che da casa mi portava a scuola o quello che da scuola percorrevo per rientrare a casa, uno dei miei compagni di classe, camminare affiancati senza sapere cosa dire, nel silenzio più nero e più pesante: tutto ciò era sufficiente a sprofondarmi nell'ansia, le mani sudate, le tempie strette in una tenaglia che impediva al pensiero di prendere forma annientando il mio intelletto. Questo incontrollabile disagio ingigantiva in qualche caso o, al contrario, poteva ridursi al minimo. Se l'altro era fatto della mia stoffa, il suo mutismo diventava elemento moltiplicatore della mia ansia. Se, invece, avevo la fortuna di imbattermi in una di quelle ciarliere ragazzine che, in virtù della loro parlantina, sarebbero andate avanti, camminando e parlando, noncuranti o, in qualche caso, allegramente ignare della partecipazione e dell'ascolto eventuale della loro compagnia, se questa fortuna mi arrideva, allora riuscivo quasi a rilassarmi e a raggiungere la meta senza troppi contraccolpi.
 Questa insolita quanto nefasta miscela di insicurezza, timidezza, introversione era dunque tale da pregiudicare ogni rapporto interpersonale. Quale amicizia sarebbe mai potuta nascere se la resistenza a qualunque possibilità di incontro era pressoché invincibile?
 Non parliamo poi delle esperienze amorose che occupavano sempre più i pensieri e i discorsi dei miei compagni e delle mie compagne.
 Guardavo il mondo intorno a me muoversi e agitarsi secondo regole, criteri, consuetudini a me estranei, per me incomprensibili e inaccettabili.
 Guardavo e ascoltavo, mentre il tempo scorreva. Mi lasciavo assorbire dai libri. Leggevo e studiavo instancabilmente. A scuola, svettavo su tutti i miei compagni e questa mia manifesta superiorità accresceva la mia diversità, mi allontanava sempre più da tutto e da tutti e faceva di me una creatura incomprensibile, estranea. Una doppia estraneità di cui ero vittima ed artefice. Una parziale consolazione derivava da una inspiegabile ma fortunata circostanza: la mancanza di dileggio da parte dei miei compagni. Non accadeva infatti ciò che accade spesso in questi casi: non ero oggetto di beffa o derisione. Semplicemente, non ero.
 Fin quando ho incontrato lei.
 Mi piacciono i luoghi affollati, dove l'anonimato e la reciproca estraneità, il prezioso bene da me costantemente ricercato, sono condizione certa e inevitabile. Perciò avevo preso a frequentare la stazione ferroviaria. Saloni gremiti di gente che si muove con lo sguardo rivolto verso l'alto a cercare sui pannelli luminosi le informazioni più aggiornate. Mi piacciono quei saloni. Lì posso perdermi fra visi sconosciuti che non si interesserebbero a me neppure se io cercassi di ottenere la loro attenzione. Tra quella folla di individui, estranei gli uni agli altri, noncuranti ciascuno di tutti gli altri, che ora si sfiorano con un braccio, ora si urtano con una spalla, muovendosi in tutte le direzioni, mi muovo anch'io e osservo quella foresta di corpi e di teste da cui si leva un vociare tanto forte quanto inintelligibile.
 Mi muovo e osservo. Cammino e ascolto. Ascolto quel vociare e immagino che sia la strana, incomprensibile voce di un gigantesco individuo fatto dei corpi delle centinaia di individui che affollano quel salone. Un gigantesco, un unico, un solo enorme e mostruoso viaggiatore che urla, parla con una voce di voci una lingua incomprensibile, stonata, sguaiata, ma attraente. Osservo e ascolto. Inseguo questa mia fantasia fin quando il gigantesco viaggiatore si scompone e scompare, mentre ricompaiono centinaia di viaggiatori che si muovono, parlano, si cercano.
 Forse, ci cercavamo anche noi?
 Continuo a bighellonare tra la gente. È pomeriggio inoltrato. Alcuni binari si riempiono di pendolari che rientrano dopo una giornata di lavoro. Sono quasi tutti uomini. Sembrano tutti uguali nei loro completi, quasi tutti di colore grigio: grigio chiaro, grigio antracite, grigio perla. Qualcuno è più grande d'età, molti sono giovani. Vengono tutti dallo stesso binario, hanno viaggiato sullo stesso treno. Li osservo.
 Ripenso ad allora. È passato un anno. La rivedo ora come allora.
 Era pomeriggio inoltrato. La moltitudine dei pendolari aveva invaso la banchina. Una larga scia grigia si muoveva spedita in direzione dell'uscita. Ho indugiato, non so dire il perché, volevo osservarli. Ho notato allora una figuretta intenta a mantenere in equilibrio una borsa appoggiata sul bordo superiore di una valigia su ruote che tratteneva con la stessa mano con cui impugnava la tracolla della borsa. Nell'altra mano un altro bagaglio.
 Mi allontano, c'è davvero troppa folla che si riversa nel grande salone dal quale passare per uscire dalla stazione. Sta diventando tardi. Il cielo, ancora azzurro, comincia a scurirsi. L'aria, fredda e asciutta, mi rinfranca, ma prima di attraversare la vetrata che mi separa dallo spazio esterno e che si è già spalancata al mio avvicinarmi, indugio ancora un po'.
 La sua immagine si impone nella mia mente. La sua voce. L'avrei ascoltata per tutta la vita, anche se avessi avuto il dono dell'immortalità. La sua voce e la sua viola. Se parlava, se cantava, o quando suonava, qualcosa si scioglieva dentro me e, come la lava di un vulcano non risparmia niente e tutto incenerisce, si portava via le mie paure, il ricordo dei miei tanti fallimenti che la mia solitudine rendeva palesi: mai un'amica, mai un amico, mai un'anima viva con cui mi fosse stato possibile stabilire una qualche forma di relazione. Nessuno.
 La sua voce. La sua musica. I suoi abbracci.
 Ancora non so spiegarmi come sia accaduto tutto ciò. Una ragazza, una sconosciuta mi chiede un'informazione all'uscita della stazione e io, che in tutta la mia vita non avevo mai neppure scambiato due parole con un mio simile senza diventare preda del panico, meno di un'ora più tardi sono nel suo appartamento.
 Lei parla. Io ascolto. Poi si mette a suonare. È tardi. Immagino, ora, che fosse tardi. Ma il tempo, dentro quell'appartamento, non esisteva più per me.
 Lei continua a parlare. Io l'ascolto. La sua voce suona come una musica. L'avrei ascoltata per l'eternità.
 Per pochi brevi momenti mi risveglio da questo incanto e mi guardo intorno. La casa è minuscola: un solo ambiente, un letto coperto di cuscini, un tavolo coperto di spartiti, un pavimento coperto di tappeti di tutti i colori.
 Il cielo si è scurito ancora, ormai è sera. Oltrepasso la vetrata. L'aria fredda mi viene incontro e mi scuote. Vorrei piangere ma sento ancora la sua voce dirmi a che ti serve piangere. Anche una frase così dura, pronunciata dalla sua voce, diventava la più armoniosa delle sinfonie.
 Mi guarda mentre io osservo stupita la sua casa. Adesso è anche tua, mi dice.
 Ancora non so spiegarmi come sia accaduto tutto quanto. Una sconosciuta mi chiede un'informazione, poi mi invita a casa sua per parlare di musica, e poche ore più tardi sono nel suo letto.
 Ripenso a lei, alla sua voce. Non riesco a non tornarci col pensiero. Eppure, ho promesso. Le ho promesso che non ci avrei pensato più. Va bene così, mi ha ripetuto. Siamo state bene insieme il tempo che siamo state insieme. Lo diceva sorridendo. E io l'ascoltavo.
 Adesso è tardi davvero. I ricordi mi hanno condotto sulla strada di quella casa piena di cuscini, di spartiti e di tappeti. Le tapparelle sono abbassate. Nessuna luce filtra.
 Ripenso a lei. Ripenso alla sua voce, a quando l'ascoltavo e mi beavo di quella musica, dei suoi abbracci.
 Ripenso al mio passato. E so che è il mio passato. Non una lacrima mi bagna il viso.
Roberto Virdo'
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Messaggio da leggere da Roberto Virdo' »

"L'avrei ascoltata per tutta la vita, anche se avessi avuto il dono dell'immortalità. La sua voce e la sua viola". Loredana ho scelto la sequenza che contiene i due momenti secondo me clou del piccolo testo, intenso, fortemente vissuto dentro. Non so se ci siamo mai incrociati ma io non sono il "recensore" perfetto, ogni tanto mi piace ricordarlo. Non credo di avere quella capacità di spacchettare un racconto analizzandolo in più punti. Ecco, come la protagonista del tuo racconto vengo investito improvvisamente dal sentimento, ed è ciò a cui sono veramente sensibile, la mia forza, la mia debolezza. Di sentimento ce n'è qui, tanto, forse qualcuno ti dirà "troppo" ma a me va benissimo così. Non ricordo in quale canzone di Vasco Rossi (altra mia essenza vitale è la musica) c'era una frase: "sei un'inguaribile romantica". Ma perdonami, come sempre vago un pò troppo. Le due parti sono complementari: il vuoto di una prepara il pieno dell'altra. La giovinezza è malinconica attesa, velata di una tristezza accennata. Ma consapevole, questo colpisce, consapevole di una forza realmente posseduta. E poi l'esplosione in un lampo. Posso dirti che l'accostamente tra l'eternità dell'attimo, la voce e la viola danno un bellissimo quadro,poetico, la scelta dello strumento in particolare è proprio penetrante. Hai trasformato la grande stazione in un giardino pieno di rose, tanto da trasformare la folla di pendolari in un unico mostro attraente. La fantasia è spiccata, vedo una grande affinità spirituale con alcune immagini che proponi.
Loredana mi permetto solo un consiglio, quello di chi ha apprezzato, riduci la lunghezza dei periodi e otterrai un effetto più potente, e appena un pò anche quella del testo per "comprimere il carburante e avere un'esplosione maggiore". Ok metafora poco poetica, lo ammetto.
Ti darò un voto alto, solo un pò di pazienza perchè inizierò a votare dopo la pubblicazione del mio testo. Ti seguirò nei tuoi scritti, stanne pur certa.
Loredana De Luca
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Re: Stazione

Messaggio da leggere da Loredana De Luca »

Ti ringrazio, Roberto, per le tue parole. E anche dei tuoi consigli. Anch'io penso che spesso la mia scrittura sia ridondante e i periodi eccessivamente lunghi. Forse è anche faticoso leggerla. Da quando ho cominciato a rendermene conto, ho preso a scrivere racconti molto brevi con uno stile che faticheresti a riconoscere. Sorge a questo punto spontanea una domanda: e perché ti sei messa in gara con un racconto di cui tu stessa riconosci qualche pecca? Rispondo: per vari motivi. Innanzitutto, perché questo è forse il pezzo a cui sono più affezionata. E poi perché mi piace così, non riesco a farne qualcosa di diverso, come invece ho fatto e sto facendo ancora con altri racconti che erano debordanti (molto più di Stazione) e li ho ridotti della metà.
Roberto Virdo'
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Re: Stazione

Messaggio da leggere da Roberto Virdo' »

Capisco perfettamente. Capita anche a me di avere tra i racconti il "figlio prediletto". Probabilmente capita a tutti, è quella parte umana che poi viene in fondo anche apprezzata dal lettore, anzi: dal prossimo. Che tu scriva veramente bene è fuori discussione. La tua sincerità nel testo e nel dialogo qui sul forum è qualcosa di molto bello e ti fa onore. Scrivere è innanzitutto saper dare, e il collegamento è evidente. A presto.
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M.perrella
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Messaggio da leggere da M.perrella »

Ciao Loredana. Il racconto è in prima persona, il narratore si pone come protagonista o come testimone diretto delle vicende del protagonista. Si tende a far prevalere il lato riflessivo del personaggio che comunica forti emozioni, promettendo che ci sarà molto di più nella storia. Va bene così, ma potresti lavorarci ancora per farne una narrazione di più ampio respiro, magari con dei dialoghi.
Ma ripeto, va benissimo anche così.
Laura Traverso
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Messaggio da leggere da Laura Traverso »

Ho apprezzato molto il tuo racconto, è una storia originale, non banale e molto bella. Hai tratteggiato benissimo la particolarità della protagonista, senza luoghi comuni come ad esempio il fatto che non fosse derisa a scuola dai compagni, dicendo: "non ero oggetto di beffa o derisione. Semplicemente, non ero". Trovo, perciò, che il tuo sia un racconto di notevole profondità di analisi.
Si tratta, anche, dell'amore tra due donne e l'ho compreso, se non ho capito male, da questa frase: "Siamo state bene insieme il tempo che siamo state insieme". Comunque ciò ha poca importanza... Circa la forma, forse avrei evitato la terminologia un po' artificiale (anche se corretta) come ad es. "inintelligibile" e anche "arrideva". Come anche "zii e zie, nonni e nonne". Forse zii e nonni sarebbe andato meglio ai fini di non appesantire la lettura. Ma so bene che ogni autore ha il proprio stile e va rispettato. Ho detto la mia opinione solo perché siamo qui per questo. Per concludere, voto alto a questo tuo bel racconto, ciao
Loredana De Luca
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Re: Stazione

Messaggio da leggere da Loredana De Luca »

Grazie, Laura, delle tue parole e dei tuoi suggerimenti. E della strepitosa gentilezza con cui avanzi qualche critica! Rifletterò sulle tue osservazioni.
Andr60
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Messaggio da leggere da Andr60 »

E' curioso come il cambio del punto di vista possa modificare totalmente la percezione di un fatto. Ad esempio, adottando una visione dall'esterno, sembra che una ragazza con disturbi dello spettro autistico sia stata adescata in una stazione ferroviaria da una donna omosessuale in evidente ricerca di prede facili e, sentendosi sicura dell'impunità (visto che queste cose, di solito, le fanno solo gli uomini, è risaputo) la porta a casa sua e ne approfitta.
Invece, il racconto in prima persona ribalta la prospettiva e fa pensare a un coup de foudre reciproco: a Pirandello l'ardua sentenza...
Ho apprezzato il monologo interiore: vero che i periodi sono lunghi, ma credo che sia inevitabile trattandosi quasi di un flusso di coscienza.
Un modo di scrivere opposto rispetto al mio; queste gare servono anche ad apprezzare stili diversi, quindi ben venga la varietà.
Loredana De Luca
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Re: Stazione

Messaggio da leggere da Loredana De Luca »

Prima di tutto: grazie! Ti ringrazio per i tuoi rilievi che mi hanno fatto e mi fanno riflettere.
Anch'io mi sono resa conto più volte e sempre più mi convinco che farei meglio ad alleggerire la mia scrittura, come ho già ho osservato nella risposta ad altri recensori. Da qualche tempo, mi sto muovendo in quella direzione sia riesaminando racconti che consideravo chiusi e revisionandoli con lo scopo di farli "dimagrire" un po': stessa storia, stesso profilo dei personaggi, stesse descrizioni, ma con un minor numero di parole; sia adottando uno stile più essenziale, più asciutto nello scrivere nuovi racconti. Il primo tentativo di questo "nuovo filone" della mia narrativa è L'albero, che da oggi pomeriggio è qui su braviautori fra le opere pubblicate.
Quello che invece mi sorprende è il "cambio di punto di vista": il che può voler dire varie cose. Per esempio, che la mia prospettiva è così ottusa che non solo non so cambiare punto di vista, ma mi sbalordisce che qualcuno lo faccia. Può tuttavia voler dire anche che le cose stanno in un modo che si dovrebbe poter escludere che certi punti di vista possano essere presi in considerazione…
Nuovamente grazie!
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Ishramit
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Messaggio da leggere da Ishramit »

Ottima la prima parte, poi succede qualcosa che mi manda in confusione. Probabilmente è questo "gioco" tra la stazione del presente (che forse è un presente effettivo, forse un presente "generico" insomma non è importante se la narratrice stia in stazione mentre parla effettivamente) e quella del passato che fa perdere un po' le coordinate, le descrizioni interne degli stati emotivi sono ottime ma si sente difficoltà nell'uscire fuori… e direi che è coerente con un personaggio/narratore così introverso. Quindi mi manda in confusione sì ma in senso positivo, è efficace se non si ha fretta.
Un altro elemento interessante è l'approccio a quest'altra ragazza che… sembra quasi non avere una forma. Si disperde nella voce, nella musica, nell'emozione dell'abbraccio, tanto da renderla quasi evanescente, la sua casa sembra più concreta di lei. Direi che mi ha stupito positivamente.
Francesco Pino
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Messaggio da leggere da Francesco Pino »

Mi sono perso un attimo anch'io nello stesso punto di cui parla Ishramit, poi tornando a rileggere con più attenzione diventa chiaro.
E' scritto veramente bene e la prima parte del racconto mi coinvolge direttamente riportandomi alla mia infanzia.
Probabilmente mi è più facile dilungarmi sulle critiche che sui complimenti, ma mi è piaciuto davvero.
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Liliana Tuozzo
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Messaggio da leggere da Liliana Tuozzo »

Un racconto molto bello. La protagonista emerge con le sue debolezze, le sue paure… La prima parte ha ricordato la mia adolescenza introversa, il terrore del confronto con l' altro.
Il cambiamento di registro mi ha spiazzato.
Una storia breve, ma vissuta intensamente riesce a scuotere la protagonista che ha asciugato le sue lacrime, anche se la sua storia appartiene al passato. Possibile che basti un incontro e tutto cambia?
Essendo un racconto tutto può diventare vero.
La storia a mio parere sembra quasi un sogno e si dipana soprattuttoaccentuando le sensazioni.
un ottima prova.
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Ida Dainese
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Messaggio da leggere da Ida Dainese »

Anch'io trovo che questo racconto abbia un'atmosfera impalpabile, come un sogno. Forse perché la protagonista parla in prima persona e quindi si "confida" con il lettore, rendendolo partecipe dei suoi pensieri, dei suoi timori e delle sue emozioni. Questo capita soprattutto nella prima parte, dove si comprende come si sia formato il carattere introverso del personaggio. La seconda parte riaccende la speranza, grazie al sentimento che nasce così inaspettato e coinvolgente. Molte belle frasi colpiscono nella lettura per il modo poetico di descrivere momenti importanti ( affiancati nel silenzio più nero - io non ero - la sua voce e la viola -), di una malinconia poetica il finale. Alcune osservazioni mi trovano d'accordo, su discorsi più brevi e l'uso di alcuni termini, però credo sia una questione che si risolverà col tempo.
Loredana De Luca
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Re: Stazione

Messaggio da leggere da Loredana De Luca »

Buongiorno Ida e grazie delle tue parole, della tua analisi e dei tuoi apprezzamenti. Grazie anche dei tuoi rilievi circa i periodo molto lunghi. Come ho avuto modo di osservare nei giorni scorsi, sto sperimentando altre forme, sia nella scrittura di nuovi racconti sia rimaneggiando e "alleggerendo" scritti che consideravo ormai chiusi. Ciò che non riesco a fare con Stazione, al quale sono molto affezionata, e non mi sento di ritoccarlo. In ogni caso, suggerimenti e notazioni sono utili in quanto ci consentono di vedere con altri occhi ciò che dal nostro punta di vista non era possibile percepire. Nuovamente grazie!
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