Il pacco del Padrino

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2021.

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Mariovaldo
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Il pacco del Padrino

Messaggio da leggere da Mariovaldo »


Per vedere un ritratto di mio padre, che riposi in pace, non serve andare a Palazzo Chiaramonte, nella bella Palermo: “La Vucciria” di Guttuso e talmente famosa che una copia la si trova ovunque, e mio padre è lì.
 E’ quello di spalle, con la coppola e le basette, in alto tra il quarto di bue e il banco dei formaggi.
 Un paio d’anni dopo essere stato immortalato, pensò bene d’andarsene per sempre. Io, unico figlio, a tre anni non avevo molte scelte: seguii la mamma che si era trasferita da sua sorella, a Cologno Monzese, periferia di Milano.
 In Sicilia non ero più tornato, la mamma si era messa insieme a una brava persona, un operaio di Lambrate rimasto vedovo, e io mi sentivo milanese.
 Avevo studiato, incorniciato un diploma, trovato un buon lavoro e mi godevo la mia libertà di scapolone.
 Ma evidentemente il sangue conta qualcosa se, a un certo punto, era riaffiorato un desiderio di tornare in Sicilia.
 Di sicuro una spinta era venuta dal mio essere un lettore vorace che, un giorno, s’imbattè in Sciascia.
 “Ommini, mezzi ommini, omminicchi e quaquaraquà”.
 Naturalmente, affascinato, affittai la cassetta e vidi più volte il film.
 Più tardi, Puzo divenne il mio idolo.
 “Gli faremo un’offerta che non può rifiutare”.
 Questa volta i film erano tre, inutile dire che li vidi e li rividi decine di volte; l’ultima in un cineforum, dove trascinai una riluttante Alessia, la mia ragazza del momento, a passare un pomeriggio e una serata “no stop” per la proiezione di tutta la serie.
 A quel punto, nutrito com’ero di quegli autori, dei loro racconti e dei film, devo ammettere che la mia visione dell’isola era un tantino distorta, ma quel fascino perverso che ci attira verso il Male alimentava la mia voglia di conoscere di persona quell’ambiente e quelle atmosfere.
 Finalmente, una trasferta di una decina di giorni mi aveva portato a installare dei macchinari in uno stabilimento vicino a Palermo.
 Mammasantissima, padrini e picciotti mi si affacciarono alla mente già la prima serata mentre, finito il lavoro, passeggiavo per il centro. Fatto un largo giro, m’infilai per via Argenteria per poi sbucare in piazza Caracciolo.
 Mi trovai in ciò che resta della “Bocceria Grande”, come la chiamava Agonzio Calandrino, personaggio di un racconto di Camilleri che avevo comprato per sbaglio, pensando fosse della serie di Montalbano. Insomma, ero in piena Vucciria.
 Ammetto che, al pensiero di mio padre, un poco mi commossi e cercai, aiutato dalla memoria visiva, quei banchi e quell’angolo dove lui era stato ritratto.
 Invano, tutto era cambiato. La vita sa confondere bene le sue tracce e tutto del passato può diventare materia di sogno.
 Vagai a caso tra le vie e le viuzze attorno alla piazza, oramai rassegnato, sino a quando fui attratto dall’insegna di un ristorante. Era dipinta a caratteri rossi direttamente sulle vetrate della porta d’ingresso, all’uso americano. Visto che non avevo ancora cenato e quella insegna mi ricordava vagamente qualcosa, entrai e rimasi un attimo senza fiato. Quel posto mi era dannatamente familiare, era forse uno dei famosi “dejà vu” dei quali avevo sentito favoleggiare?
 La pianta del locale, lunga e stretta, il pavimento a piccole losanghe bianche e nere, le brutte luci al neon sul soffitto, le sedie con l’ampio schienale ad arco, la disposizione dei tavolini su due file accosto le pareti. In fondo, sulla sinistra, l’alto bancone scuro, prima delle porte della cucina e della toilette. La toilette! Mi si accese la classica lampadina: il ristorante, ostentatamente, era la copia di quello dove Michael Corleone fa fuori un poliziotto corrotto e un boss mafioso, con una pistola nascosta appunto nella toilette.
 Affascinato, chiesi un tavolo e m’immersi in quell’atmosfera, crogiolandomi come un maialino nella sua pozza di melma.
 Per soprammercato, trovai la cucina davvero ottima, siciliana dura e pura, con tutti i sapori decisi eppure armoniosi di quella terra soleggiata. Per farla breve, m’innamorai del ristorante che da quella sera divenne l’approdo sicuro per tutte le mie cene solitarie.
 Ma certo non immaginavo gli sviluppi che ne sarebbero seguiti.
 Per alcuni giorni tutto proseguì come al solito: il lavoro, il girovagare serale, il ristorante, la cena squisita, una breve camminata e infine una buona nottata di sonno in albergo. Sino a quella sera, l’ultima della mia trasferta: la mattina dopo mi aspettava un volo per Milano.
 Entrai nel ristorante accolto dal “buonasera, ingegnere” del proprietario e dal sorriso a denti falsi di Turi, il vecchio cameriere. Inutile precisare ancora che non ero ingegnere, ci avevo già provato ma senza successo.
 Il proprietario, “il Ragioniere” come tutti lo chiamavano con rispetto, era un uomo sulla cinquantina, stempiato e grassoccio, sempre vestito di un’eleganza vistosa ma non sgradevole. Amava dirigere il suo ristorante dalla cassa, leggermente sopraelevata vicino alle cucine. Da lì, con fare regalmente distaccato, inviava i suoi messaggi allo chef e al signor Turi.
 Il mio tavolo mi aspettava, invitante, e mi sedetti con un sorriso soddisfatto.
 Amavo quel momento, era l’inizio di un’ora di distensione e appagamento dei sensi; o meglio, di alcuni di essi, visto che io ero lì a Palermo e Alessia era a Milano.
 Ma era finita, l’indomani sarei finalmente rientrato e la giornata con Alessia era già organizzata.
 Mi avrebbe atteso a Linate, il solito motel sulla Paullese già prenotato, a pranzo insieme e dopo… dopo un corno! Dopo tutta quell’astinenza sarebbe stato il pranzo ad aspettare.
 Iniziai a immaginare il menu, a partire dagli antipasti: “ Prima ci spogliamo, anzi no, io mi faccio spogliare, poi… “, ma qualcosa d’insolito che stava accadendo nel locale mi distolse dai piacevoli sogni a occhi aperti.
 Da pochi minuti era entrato un signore anziano, elegantissimo almeno secondo canoni molto sorpassati, un po’ claudicante. Era in compagnia di una bella donna di molto più giovane, appariscente e dall’aria sfrontata. Avevo notato che altri due uomini, dall’aspetto poco rassicurante, erano entrati con la coppia ma si erano seduti a un tavolo vicino. Sembravano i tipici “gorilla”.
 Ma la cosa veramente strana era il comportamento del Ragioniere.
 Aveva immediatamente lasciato il suo trono, si era precipitato as accompagnare la coppia al tavolo e ora stava prendendo di persona le ordinazioni con l’aria di un cagnolone festoso ma conscio del proprio ruolo subordinato. In tante serate di frequentazione, mai avevo visto il Ragioniere avvicinarsi al tavolo di un cliente e prendere personalmente le ordinazioni.
 Facile per me tirare le conclusioni: era entrato il “Don” del quartiere, o forse qualcosa di più, con i suoi guardaspalle e la bellona di turno. Il proprietario ci teneva a dimostrare tutto il suo giusto rispetto.
 Un vero Padrino! Era molto eccitante.
 Ma l’eccitazione si trasformò in apprensione verso la fine della cena.
 Il Ragioniere si era avvicinato al tavolo del “Don” - oramai lo avevo battezzato così - con una bottiglia in mano. A un cenno dell’uomo, la bellona si era alzata ed era scomparsa nella toilette. Ma il fatto veramente strano era la chiacchierata che si erano fatti il Don e il Ragioniere: avrei giurato che stessero parlando di me. Qualche occhiata di sfuggita, l’eco di una parola pronunciata a voce più alta, che mi sembrava “Milano”, i due gorilla che si erano messi a fissarmi come se mi stessero prendendo le misure, il successivo atteggiamento di ostentata indifferenza del Ragioniere, che aveva evitato accuratamente di guardarmi mentre tornava al suo posto di comando, alla cassa.
 Appena la bellona tornò dal suo lungo incipriarsi il naso, la coppia, seguita dagli altri due uomini, uscì dal ristorante tra inchini e sorrisi ma senza che si fosse vista l’ombra di un conto.
 Stavo ancora rimuginando sull’accaduto, quando la voce del Ragioniere mi fece quasi sobbalzare sulla seggiola.
 - Ingegnere, le dispiace se mi siedo un momento?-
 In realtà il Ragioniere si era già seduto e aveva in mano una bottiglia, la stessa almeno mi parve, che aveva portato al tavolo del “Don”. Mi riuscì appena di sussurrare un banale - Prego, si figuri, è a casa sua -.
 Il Ragioniere sorrise.
 - Permette? Vorrei offrirle un buon bicchiere di Passito, è l’ideale per accompagnare i nostri cannoli.-
 Il tono non ammetteva rifiuti, del resto non avevo nessuna intenzione di rifiutare.
 - Ingegnere, lei è un tecnico e di certo non ama le chiacchiere. Verrò al punto.- Notai che l’accento palermitano sembrava più marcato del solito. Ero curioso di capire dove si andasse a parare e lo lasciai continuare.
 - Così domani la perdiamo, ritorna a Milano, giusto?-
 Strano, ero sicuro di non aver mai parlato dei miei piani al ristorante.
 - Sì, è vero, qui ho finito per ora. Può darsi che debba tornare più avanti.-
 - Sarà sempre il benvenuto, tra l’altro allo stabilimento si dice un gran bene di lei, pare che nel suo lavoro sia il migliore.-
 Ah, si chiacchierava a Palermo, a quanto pareva. Quasi mi avesse letto nel pensiero, il Ragioniere proseguì:
 - Eh, questa è una grande città, ma le voci girano se si sa dove ascoltarle, ho reso l’idea?-
 A questo punto ero più irritato che sconcertato.
 - Che altro si dice di me in questa città?-
 - Oh, non molto, non molto: lei alloggia qui vicino, al Massimo Plaza, è una persona puntuale e affidabile, nella pausa mangia sempre un panino al formaggio, la sera fa una doccia poi esce, fa un giretto passando dalla Vucciria e viene a cena da me. Vede, non sappiamo poi molto… ah sì, ha una bella ragazza a Milano, mi pare si chiami Alessia, e domani l'aspetta all’aeroporto.-
 Io vuotai in un sorso il passito e feci cenno di no all’offerta di riempire nuovamente il bicchiere. Ero davvero arrabbiato, avevano ficcanasato troppo.
 - Ragioniere, mi pare invece che ne sappiate abbastanza sul mio conto, a cosa devo questo interesse?-
 - Non mi faccia torto e accetti un altro bicchiere. - Versò senza aspettare una risposta - Vede, è normale informarsi sulle persone alle quali si vuole chiedere un favore, non crede?-
 No, non lo credevo ed ero preoccupato. Un favore… che genere di favore?
 Per fortuna lavoravo nell’industria elettronica e non nelle pompe funebri, mi venne da pensare.
 - Se posso, volentieri - ma quel “volentieri” suonò un tantino forzato.
 - Vossia è troppo modesto, certamente che può, e poi vedrà che è vantaggiosa per tutti, è una proposta che non può rifiutare.-
 “Omammasantissima eccoci qua, sta capitando proprio a me!”. Questo pensiero mi attraversò il cervello in un lampo, e subito mi parve di vedere sul tavolo la testa mozzata di un purosangue con gli occhi sbarrati che mi fissavano accusatori.
 Indifferente alla reazione che aveva provocato – il mio pallore doveva essere evidente – il Ragioniere proseguì.
 -Vede, abbiamo la necessità di fare una consegna urgente e molto importante, e purtroppo in questo momento non abbiamo nessuno che possa andare di persona a Milano. Mi farebbe un enorme piacere se domani portasse un pacchetto a qualcuno che l’aspetterà a Linate.-
 - Un pacchetto? Ma, veramente ho la valigia piena, non so se… - provai a balbettare.
 - Non si preoccupi, ci starà, è grande così - e accennò col dito al bancone, dove era posato un pacchetto della forma e delle dimensioni di una scatola da scarpe. - Anzi, è proprio quello, mi sono permesso di prepararlo.-
 - Ma… posso sapere cosa contiene? All’aeroporto ora fanno tante domande…-
 - Lo metta nella valigia e non nel bagaglio a mano e nessuno le farà domande, – rispose molto serio – e poi… è un regalo per qualcuno che lo aspetta, non si preoccupi.-
 Già, un regalo… magari era droga, oppure una bomba, o un’arma. Le implicazioni di un coinvolgimento in qualche traffico illecito erano spaventose: corriere della droga, o di armi, magari complice di un omicidio… provai ancora a obiettare qualcosa.
 -Ma se è importante, non vorrei che il mio bagaglio andasse perso, lo sa a volte succedono questi incidenti…-
 Lo sguardo bonario del Ragioniere s’indurì di colpo.
 - Forse non mi sono spiegato bene? Eppure vossia non è un quaquaraquà, è figlio della Vucciria! Noi chiediamo solo un piccolo favore e il destinatario del pacchetto la compenserà in modo molto soddisfacente, mi creda.-
 Lasciò che io digerissi le implicazioni: conosceva le mie origini e poi mi offriva la classica carota. Ora sarebbe arrivato il bastone?
 - Quanto agli incidenti – continuò - è vero, Dio ce ne scampi, ne possono capitare. Magari uno esce dal ristorante, cade dal marciapiede e si rompe una gamba, o domani a Milano… la Paullese è una strada pericolosa con tutti quei camion… ma non deve preoccuparsi, vedrà che il suo bagaglio arriverà e saremo tutti soddisfatti.-
 Era arrivato il bastone. Le minacce non erano tanto velate e la Paullese era la statale che avrei preso per andare con Alessia al solito albergo. C’era qualcosa di me che non sapesse?
 Ero in trappola, era proprio una proposta che non potevo rifiutare.
 Il Ragioniere non aggiunse altro. Aveva ripreso la sua espressione allegra. Si alzò, andò a prendere il pacco e me lo consegnò.
 - Ne abbia cura, ingegnere, e tanto per mostrarle quanto le sono grato, non si preoccupi per il conto, stasera è ospite mio. Buona notte e buon viaggio per domani.-
 Me ne andai, lo confesso. strisciando lungo i muri e guardando con sospetto a chiunque mi passasse vicino. Mi feci forza pensando che in fondo, ora che avevo quel pacchetto in mano dovevo essere in qualche modo sotto la protezione del “Don”.
 In albergo non mi riuscì di dormire veramente. Appena chiudevo gli occhi, mi assalivano le immagini del mio amatissimo “Il padrino”. Ma il viso dalle guance cadenti di Don Vito sfumava in quello del misterioso Don. Nere automobili a gomme fumanti spuntavano dalle rotonde della Paullese e dai finestrini si affacciavano, letali, le canne dei mitra. “Ho una proposta che vossia non può rifiutare”, su questa battuta, pronunciata dal Ragioniere vestito da Don Vito, mi svegliavo di soprassalto, la fronte imperlata di sudore. Accendevo la lampada sul comodino e lo sguardo si posava invariabilmente sul pacchetto che riposava, apparentemente innocuo, sul tavolino sotto la finestra. Di aprirlo non se ne parlava proprio. L’unica cosa che avevo notato, da tecnico, era il peso specifico, che rendeva quella scatola molto meno leggera di quanto apparisse. Ma il fatto in sé non diceva nulla.
 Finalmente venne il mattino ed io, stravolto dalla stanchezza, lasciai l’albergo per farmi portare da un taxi all’aeroporto.
 Stranamente tutto andò nel migliore dei modi: il volo puntuale, il tempo ottimo e l’atterraggio a Linate da manuale.
 Un po’ di attesa, con tanta ansia, al ritiro bagagli, ma la mia preziosa valigia spuntò sul nastro tra le prime. Arrivai a pensare che dietro tanta insolita efficienza ci fosse lo zampino del potentissimo “Don”.
 Recuperata la valigia, ne estrassi il pacchetto e mi avviai verso l’uscita.
 Passate le porte automatiche, vidi subito Alessia, che però non era sola. Con lei c’era un’altra ragazza. Molto bella, notai, il classico tipo mediterraneo dai capelli nerissimi e ondulati e un viso… mi ricordava qualcuno, ma non avevo il tempo di pensare a questo, volevo liberarmi di quel maledetto pacchetto. Dov’era la persona che doveva prenderselo?
 - Ciao tesoro, finalmente! – Alessia mi venne incontro con un sorriso che mi allargò il cuore, nonostante la preoccupazione.
 L’abbracciai. Avrei voluto dirle tante cose, quanto mi fosse mancata, soprattutto raccontarle cosa mi stava accadendo, ma la presenza dell’altra ragazza mi frenò. Guardai Alessia con una domanda muta negli occhi.
 - Questa è Rosaria, una mia cara amica. Mi ha fatto compagnia nell’attesa, poi le diamo un passaggio alla metro -.
 Sbrigai in fretta i convenevoli, ero più che mai sulle spine. Ma dov’era quel “picciotto”?
 Mi guardavo intorno mentre tutti e tre insieme ci dirigevamo verso l’uscita. Il pacchetto mi pesava come fosse di piombo.
 - Roberto cos’hai? Sei nervoso. Sembra che cerchi qualcuno.-
 - Nulla, anzi sì, in effetti aspetto qualcuno, nulla di particolare, una commissione da sbrigare, una cosa veloce.-
 Le due ragazze si guardarono e scoppiarono a ridere. Le fissai piuttosto incavolato. Cosa c’era da ridere? Sapessero cosa avevo patito e stavo ancora patendo…-
 - Non è che mi devi consegnare quel pacchetto che tieni in mano?-
 La voce di Rosaria era rotta dalle risa e gli occhi le lacrimavano.
 Restai un attimo impietrito.
 - Ma… come, cosa ne sai… sei tu…? -.
 - Certo che è lei, asino, dalle quel pacchetto e facciamola finita, abbiamo altri programmi, vero?-
 Questa volta era Alessia a fare sforzi per non contorcersi dalle risate.
 Imbambolato, consegnai il pacchetto a Rosaria.
 - Grazie, oggi è il mio compleanno e qui ci sono dei buonissimi cannoli, io ne vado matta.
 - Mi volete spiegare cosa succede? Io credevo…-
 - Tu e la tua ossessione per la mafia e “Il ]Padrino”. Così impari a farmi vedere e rivedere quegli accidenti di film, a parlare sempre di quei libri e a rompermi le scatole con le storie di Montalbano. Ti abbiamo fregato, io e Rosaria, stupidone.-
 - Come sarebbe a dire che mi avete fregato? Cosa ne sapete di quello che mi è successo?-
 - Tutto sappiamo! Vedi, la mia amica è di Palermo, e si dà il caso che il proprietario di quel bel ristorantino che ti piace tanto sia suo zio.-
 Una luce iniziò a illuminare fiocamente le mie meningi.
 - Suo zio? Vuoi dire che…-
 -Voglio dire che lo zio di Rosaria è “il Ragioniere” ed è anche un gran buontempone. Quando la settimana scorsa al telefono mi hai raccontato di quel ristorante e dell’atmosfera da “Padrino”, mi è venuto un colpo, sapevo da Rosaria di quel locale, ma per fortuna non ti avevo detto nulla. Poi ho parlato con lei della tua ossessione e abbiamo combinato tutto con suo zio, io ho dovuto soltanto fornire qualche dettaglio su di te. -
 - Già - intervenne Rosaria - e mio zio ieri sera, quando sei uscito dal ristorante tutto scombussolato, si è attaccato al telefono e a momenti moriva soffocato a raccontarmi di come lui e la sua banda di amici ti avevano messo in mezzo. “Figlio della Vucciria”… è stato grande!-
 Io rimasi incerto se prenderle tutte e due e strozzarle sul posto o mettermi a ridere con loro. Nel frattempo Alessia aveva preso in mano la situazione.
 - Mentre decidi se strozzarci – mi conosceva bene la ragazza! – io vado al parcheggio a prendere l’auto. Voi due aspettatemi qui, ci metto cinque minuti.-
 Decisi di far buon viso a cattiva sorte, forse quello scherzo crudele me l’ero meritato. Così trovai la forza di fare un mezzo sorriso a Rosaria.
 - Però tuo zio, che attore! Fantastico. Sembrava davvero un piccolo Padrino. Pensa che mi aveva parlato anche di una generosa ricompensa alla consegna; mi ha proprio preso bene per il sedere, ci sono caduto come un pirla.-
 Rosaria mi guardò con una luce strana negli occhi. Poi aprì la borsetta, ne trasse qualcosa, si accostò e mi sfiorò le labbra con un dito, nel classico segno del silenzio, mentre con l’altra mano faceva scivolare nella mia un biglietto da visita.
 - Non so cosa avesse in mente mio zio ma se mi telefoni una di queste sere, parliamo della ricompensa.-
 Mentre Rosaria, come se nulla fosse, armeggiava con la lampo della borsetta che si era inceppata, io rimasi un momento immobile, congelato sul posto.
 Non era stata la sorpresa o la prospettiva della ricompensa a raggelarmi: ero maggiorenne e abbastanza scafato da non sorprendermi più di tanto. Avrei dovuto avvertire Alessia di scegliersi meglio le amiche.
 Però mi era caduto lo sguardo su quell'elegante borsetta ancora aperta,
 Perché, nella penombra di quello che era stato uno sventurato coccodrillo, avevo intravvisto qualcosa decisamente poco consueto: pareva proprio una minacciosa, letale, pistola a tamburo.
Andr60
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Messaggio da leggere da Andr60 »

Piaciuto molto: lo scherzo al protagonista ossessionato dai film sulla Mafia sembra riuscito, ma alla fine sarà uno scherzo o no? E quel pacchetto contiene davvero dei cannoli o qualcos'altro?
Ti segnalo solo che nel romanzo di Sciascia le famose categorie sono cinque: ci sono anche i "pigliainculo", che nella versione cinematografica saranno edulcorati nei "ruffiani". In entrambi i casi, un esercito.
Un ottimo lavoro, complimenti.
Francesco Pino
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Messaggio da leggere da Francesco Pino »

Mi è veramente piaciuto questo racconto. Intanto scorre molto bene e poi hai proprio voglia di arrivare alla fine. Buona anche la scelta dell'espediente della borsetta per lasciare nel dubbio il lettore.
Per quanto riguarda Il Padrino il terzo film per me non è all'altezza dei primi due e il primo è reso imbattibile dall'interpretazione di Marlon Brando. Poi di Mario Puzo anche Il Siciliano è un libro molto bello… Tornando al tuo racconto, da siciliano ti dico: complimenti. Un episodio vagamente simile a quello da te narrato una volta mi capito' davvero:
- la ragazza è cosa mia, trattatela bene, mi raccomando.
- Non si preoccupi, è già una nostra buona cliente ed è sempre stata trattata bene.
- E ora che sai che è con me la tratti ancora meglio.
A volte giù da noi va cosi', puo' essere considerato perfino pittoresco.
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Laura Traverso
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Messaggio da leggere da Laura Traverso »

Il racconto è, dal mio punto di vista, perfetto. Scritto benissimo, con una trama molto coinvolgente e un umorismo gradevolissimo: mi è piaciuto tutto, a partire dall'introduzione fotografica sino alla fine un po' misteriosa. Ho apprezzato anche, da donna, la "finezza" delle descrizioni sull'incontro, tanto atteso, con Alessia: hai fatto capire benissimo ma senza la minima volgarità. Mi ha fatto anche piacere sentire parlare di Palermo, città che ho visitato nel 2019 rimanendone incantata. Pertanto: massimo dei voti. Un saluto e... complimenti ancora.
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