Alveari metropolitani

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'autunno 2021.

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Alveari metropolitani

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Alveari metropolitani

Faccio parte della miriade di api operaie che ogni mattina lasciano il loro alveare e fanno vivere questa città senza colore.
Beh, ape operaia è un termine frustrante. Ape impiegata, suona meglio, mi fa sentire un gradino al di sopra del nulla; la qual cosa non è molto ma è sempre meglio di niente.

Sono uno dei mitici e invidiati bancari! Sì, proprio quelli delle mitiche quindici mensilità, delle pensioni da paperoni, del posto garantito a vita. Sì, lo ammetto, sono un privilegiato in giacca e cravatta, dal sorriso smagliante e la felicità permanente… Tutto falso! Come l’illusione di benessere che ti ammalia camminando per le vie di questo carnaio chiamato metropoli!
Abito in un monolocale (io lo chiamo: monoloculo, viste le dimensioni lillipuziane della mia celletta) al dodicesimo piano di un alveare color del cemento, diviso in ben cinquantasette appartamenti, tutti della dimensione di uno sputo.
L’unica finestra si affaccia su una foresta di tegole e antenne, sotto le quali una selva di finestre si affacciano dentro altre finestre.
La mia vita ha uno svolgimento tragicamente lineare: colazione al mattino, corsa alla fermata della metro per raggiungere il posto di lavoro, rientro a casa, cena, televisore e poi letto.
Salvo rare eccezioni questa era la mia giornata tipo. Dico: era, perché da più di due anni ho iniziato a frequentare i residenti degli alveari dirimpetto alla mia finestra.

Stanco dei soliti programmi televisivi, iniziai a osservare… o per meglio dire: a spiare la vita degli altri, dei miei dirimpettai. E dalla mia postazione privilegiata ne avevo di finestre da visitare; alcune a un alito dal mio sguardo, altre un po’ più lontane.
Andai a curiosare sin dove la vista mi permise di arrivare, poi, per vedere meglio quelli che consideravo ormai amici di famiglia, e acquisirne dei nuovi, comprai un potente cannocchiale; uno di quelli appoggiati su un treppiede con il quale, stando comodamente seduto sul divano, puoi tirarti dentro casa la finestra e l’intero appartamento del vicino. Un vero spettacolo, altro che i reality!
E da quel giorno la mia, e forse anche la loro solitudine, finì.
Aprire una finestra sulla vita degli altri, vederli muoversi, parlare, infervorarsi senza poter udire nessun suono uscire dalle loro bocche, cercando d’interpretarne il labiale, fu come assistere alla proiezione di un film muto agli albori della cinematografia; c’era pure il bianco e nero delle loro vite scolorite a completare il quadro e rendere il tutto molto verosimile.
Così, per donare un po’ di colore e di movimento al loro piattume, decisi di diventare sceneggiatore, regista e doppiatore delle loro tragicomiche gesta.
Scelsi le finestre che più m’ispiravano, assegnai un nome ai protagonisti che vi si affacciavano e iniziai a girare il mio personale film sull’alienazione degli alveari metropolitani.

I primi interpreti a palesarsi sulla scena furono due anziani coniugi, presumo sulla settantina o giù di lì. Andrea e Ginetta, così decisi di chiamarli perché mi ricordavano i miei litigiosi nonni paterni.
Mentre li vedevo discutere in cucina, li doppiavo passando dalla voce baritonale quando interpretavo Andrea, a quella in falsetto indossando i panni di Ginetta.
«Te lo ripeto ancora una volta: ho incontrato Riccardo, ha voluto a tutti i costi offrirmi un caffè, non ho potuto dirgli di no, così siamo entrati nel primo bar, ci siamo seduti e parlando del più e del meno, il tempo è volato», dicevo, doppiando in tono esasperato Andrea.
«Non ci credo! Tu non me la racconti giusta! Hai perso tempo perché quella puttana della prestinaia ti ha fatto gli occhi dolci e tu ti sei sciolto in brodo di giuggiole! Ma questa è l’ultima volta che ci vai da solo a prendere il pane. Da domani ci andremo assieme, e se la vedo sbattere le ciglia come una farfalla in amore… glielo cavo l’occhio languido!» urlavo, doppiando la voce stridula della Ginetta.
«Ma quali occhi dolci vuoi che mi faccia la prestinaia? Ha settantacinque anni, porta gli occhiali con delle lenti spesse un dito, quella schiaccia gli occhi per mettere a fuoco la vista mentre legge il peso sulla bilancia», replicavo, ridendo, tornando a interpretare Andrea.
«Non ridere! Non prendermi in giro, sai! Altrimenti vado là e gliene canto quattro a quella!» ribattevo, infervorandomi, osservando l’infiammata Ginetta che lo afferrava per il bavero della giacca e lo scuoteva.

Oltre alla vita di Andrea e Ginetta, sceneggiavo e interpretavo anche quella di Armando. Ma con lui il doppiaggio non serviva.
Armando viveva solo, il mutismo e la cupezza dello sguardo narravano una solitudine immensa. Ingrandendo all’inverosimile il suo volto cercai, penetrando nel fondo degli occhi, di leggerne il pensiero.
Il dolore di un giovanile perduto amore, forse un tradimento, oppure una disgrazia. In ogni caso una delusione così grande dalla quale non si è mai ripreso, e da allora vive solo nel ricordo, guardando e baciando fotografie ingiallite che poi, come le carte di un eterno solitario, posa ordinatamente sul tavolo. Questo lessi nello sguardo pieno di struggimento di un cinquantenne.

Altre finestre accesero la mia curiosità, altri personaggi entrarono in scena, come protagonisti di una lunga narrazione, o comparse di una breve apparizione.

E poi c’era lei ad allietare cupi momenti. Viviana, così l’avevo chiamata in onore della mia collega di lavoro, che se la tirava perché era la preferita del direttore.
Viviana, la venere della scala B dell’alveare prospiciente il mio. Se non ci fosse stata lei a donare un po’ di colore e calore al mio film, avrei smesso di girarlo da un pezzo.
Viviana, l’unica vera stella splendente nel firmamento della mia solitudine, entrava in scena preferibilmente il venerdì sera; solitamente in primavera ed estate, alcune volte in autunno e raramente d’inverno.
Il venerdì sera, prima di uscire con le amiche, Viviana si chiudeva in bagno, spalancava la finestra per far uscire il vapore, poi andava sotto la doccia e ci restava per una ventina di minuti; naturalmente con il freddo la finestra rimaneva socchiusa e allora d’inverno, e spesso d’autunno, addio spettacolo. Quando usciva dalla doccia, ponendosi davanti allo specchio del lavabo con indosso l’accappatoio, si asciugava i lunghi capelli, poi controllava minuziosamente ogni centimetro del viso e iniziava a truccarsi, concludendo con un finale epico!
Voltandosi verso la finestra spalancava l’accappatoio, e lasciandolo cadere a terra esibiva le sue grazie. Allargando le gambe si guardava il pube nero sapientemente aggiustato, ritoccandolo ai lati con il rasoio; poi prendeva una bomboletta spray e si spruzzava per bene il pube e fra le cosce: presumo con del deodorante intimo, sicuramente non con dell’insetticida. Infine usciva dal bagno e andava in camera a completare la vestizione adatta alla movida.
La serena bellezza e la voglia di divertirsi di Viviana m’illusero che sì, si poteva essere felici anche vivendo in un quartiere alveare. Ma mi sbagliavo, e lo scopersi nel modo più agghiacciante.
In un insolitamente caldo venerdì autunnale, la vidi aprire la finestra del bagno, salire nuda sul parapetto e, nonostante le urlassi di non farlo, lanciarsi nel vuoto allargando le braccia come se volesse volare via, lontano dalla città e da questa vita.
Il volo terminò pochi attimi dopo sul selciato, spegnendo con la sua vita le mie residue speranze che si potesse trovare la felicità in questo triste contesto.

Ho trascorso l’inverno, riflettendo sul perché di quel gesto. Ed ora, con la nuova primavera sono qui, sul lastrico solare del mio alveare, pronto a planare in direzione dell’ultimo prato di margherite, prima che l’asfalto lo fagociti, trasformandolo in una nuova immensa rotatoria, dove uomini alienati chiusi nelle loro scatole di latta si fanno centrifugare per lanciarsi nella via di fuga laterale che conduce alla prossima rotatoria, da dove proseguire dopo l’ennesima centrifuga verso un'altra e poi ancora un'altra, così fino alla fine delle rotatorie… o del tempo che la vita ha loro concesso.

FINE
Ultima modifica di Nuovoautore il 25/11/2021, 21:48, modificato 1 volta in totale.
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Marino Maiorino
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Minchia (scusate il francesismo): "Nuovoautore"!
È bello, molto bello, con dei momenti perfino aulici: "c’era pure il bianco e nero delle loro vite scolorite a completare il quadro" è genio puro.
Soffre qualche incoerenza: Armando non dovrebbe far parte della lista di storie dopo la frase "Scelsi le finestre che più m’ispiravano", perché dopo averlo visto una volta, ti toglie l'ispirazione! E anche la fine: "uomini in scatole di latta" o "api in scatole di latta"?
Nondimeno, una bellissima prova, con un bel ritmo e una giusta conclusione.
«Amare, sia per il corpo che per l'anima, significa creare nella bellezza» - Diotima

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Commento: Alveari metropolitani

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Questo racconto mi ricorda qualcosa di "nuovo, anzi d'antico". Forse perché ti scrive un bancario d'altri tempi, ormai.
È il ritratto della vita in quei casermoni tipo quelli del quartiere Gallaratese a Milano.
Mi è rimasta la curiosità di sapere qualche cosa di più della nostra ape operaia, pardon impiegata.
Esempio: come è finito a vivere in quel loculo?
Perché non ha tentato di conoscere la bella dirimpettaia, magari salvandola dal suicidio?
E poi tutto il resto. Insomma vita e miracoli di questa ape impiegata da colazione, metro, lavoro, rientro a casa, cena, televisore e poi letto.
Salvo rare eccezioni? Almeno una non ce la potevi raccontare? Tanto il racconto era già lunghetto (7867 battute) e non avevi nemmeno la scusa di voler restare entro le 5000 battute.
Avanzo le mie richieste incoraggiato dalla tua scrittura di “qualità” e so che non mi deluderesti. Un po’ come raramente succede anche a me e non è detto che io abbia sempre voglia di allungare “il brodo”.

Suggerimenti:
propongo di variare le frasi:

“Andai a curiosare sin dove la vista mi permise di arrivare” in
-Curiosavo sin dove la vista mi permetteva di arrivare-

“degli alveari metropolitani” in
negli alveari metropolitani

“non si è mai ripreso, e da allora vive solo nel ricordo, guardando e baciando fotografie ingiallite che poi, come le carte di un eterno solitario, posa ordinatamente sul tavolo.”
Qui passi al tempo presente. A me suonerebbe più giusto rimanere nell’imperfetto

“lo scopersi nel modo più”
Preferisco: lo scoprii

Concordo anche con il commento di Marino Maiorino.
Voto 4 e alla prossima, magari svelando chi si nasconde dietro il misterioso “Nuovoautore”.
Temistocle
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Molto bello, non c'è che dire!
Perfetto (a mio vedere) nella scrittura e armonico nella narrazione.
Se è un'opera prima, ma ne dubito… , hai davanti a te una vita da scrittore.
Il finale è tragico, ma visto tutto il racconto precedente ci può stare.
Voto: 5!
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Re: Alveari metropolitani

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Risposta a Marino Maiorino. Armando lo ossrerva per due, tre giorni, forse una settimana per carpire il suo triste segreto leggendo il suo sguardo il suo modo di comportarsi, sempre uguale. E alla fine se ne va a "bussare" a un'altra finestra. Ti ringrazio. Ciao
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Re: Alveari metropolitani

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Risposta a Roberto Marcolli. Quand'ero ragazzo (molti molti anni fa) Al mio paese un lavoro in banca era considerato un assegno circolare da staccare ogni mese per il resto della vita. Oggi, non è più così. Il posto di lavoro del bancario, al pari di molti altri, scricchiola pauorasamente. Così, quando decisi di scrivere il racconto, scelsi di piazzare il simbolo di un'era fa, nel mio alveare. Il nostro bancario, al suo primo impiego, arriva dalla provincia, forse anche da un'altra regione; e, naturalmente, con gli affitti della metropoli, non può permettersi un appartamento in centro. Aggiungici che ha un carattere chiuso, che fatica a legare con gli altri... ed eccolo lì il nostro bancario che usa il binocolo come strumento per conoscere altri soggetti, alienati. Ti ringrazio. Ciao.
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Re: Alveari metropolitani

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Risposta a Temistocle. No, non è un'opera prima. Credo, in venti anni o poco più, di averne scritti un mezzo migliaio di racconti. Naturalmente, non tuttti sono al lvello di questo. Essendo un autodidatta mi sono migliorato racconto dopo racconto: con l'allenamento, si potrebbe dire. Ciao.
Egidio
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Mi piace, questo racconto, per come è scritto, meno per la visione della vita che tratteggia. L'autore ci descrive un film in bianco e nero di api/impiegati in un alveare/condominio-casermone. L'unica nota di colore è una ragazza un po' ninfomane che, però, sul più bello, decide di suicidarsi. Una visione troppo pessimistica della condizione umana. Comunque, è scritto con la disinvoltura di un abile ed esperto narratore.
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Egidio ha scritto: 25/11/2021, 3:44 Mi piace, questo racconto, per come è scritto, meno per la visione della vita che tratteggia. L'autore ci descrive un film in bianco e nero di api/impiegati in un alveare/condominio-casermone. L'unica nota di colore è una ragazza un po' ninfomane che, però, sul più bello, decide di suicidarsi. Una visione troppo pessimistica della condizione umana. Comunque, è scritto con la disinvoltura di un abile ed esperto narratore.
Oh, finalmente dopo due giorni, credo d'aver compreso cosa e dove premere per rispondere ai commenti. Mi scuso con gli autori a cui, precedentemente, ho risposto usando un metodo non convenzionale. Detto cio, rispondo al commento: dici che è una visione troppo pessimistica? Può essere, ma se guardo come va oggigiorno, tra il virus, il clima impazzito, la gente che pare seguire il clima ecc. Non credo di esserci andato troppo lontano... Naturalmente, spero di sbagliarmi, potrebbe anche essere il mio pessimismo di fondo ad ispirare alcuni (molti, a dire il vero) miei racconti. Ad ogni modo, mi fa piacere leggere che ti è piaciuto. Ti ringrazio. Ciao, Egidio.
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Innanzitutto complimenti per la scelta del vocabolo "prestinaia" che francamente non conoscevo. Ammiro molto chi riesce a riesumare termini desueti o rari. Probabilmente non a caso messo in bocca a una coppia di anziani. Inserito in un racconto non certo ampolloso, tiene desta l'attenzione e incuriosisce. Ho letto con piacere, il racconto scorre, in alcuni punti forse un po' prevedibile. Hai però descritto bene l'ambiente e i personaggi, implicitamente anche il protagonista, che all'inizio sembra un freddo entomologo, ma poi si lascia coinvolgere nel tragico finale.
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Ottimo racconto, non solo perché lo sento affine al mio modo di scrivere. Centrata la figura del "travet" che osserva e immagina le vite degli altri per evadere dalla propria, grigia come il condominio dove abita. L'epilogo è piuttosto pessimista ma, d'altro canto, tutta la vicenda non è certamente solare.
Riguardo alla forma sono d'accordo con alcune osservazioni di Alberto e con quella di Marino sulle api, mi sembra giusta per chiudere il cerchio con l'incipit. In più ti segnalo questa frase: "Sono uno dei mitici e invidiati, bancari!" Secondo me la virgola è superflua, poi, dopo poche parole, trovo ancora "mitiche". E te lo dice uno che spesso inciampa sulle ripetizioni.
Complimenti per il notevole esordio in queste gare.
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica. (Gesualdo Bufalino)
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Ben arrivato, cominci proprio col botto. Un racconto davvero molto bello il tuo. A parte qualche piccola imprecisione che già ti hanno segnalato, scorre via liscio e si legge tutto d'un fiato. Il messaggio arriva diretto e le descrizioni sono azzeccate. E per finire, è proprio il tipo di storia che mi piace leggere, quindi voto alto. Spero di leggere presto altro di tuo.
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Roberto Bonfanti ha scritto: 25/11/2021, 20:38 Ottimo racconto, non solo perché lo sento affine al mio modo di scrivere. Centrata la figura del "travet" che osserva e immagina le vite degli altri per evadere dalla propria, grigia come il condominio dove abita. L'epilogo è piuttosto pessimista ma, d'altro canto, tutta la vicenda non è certamente solare.
Riguardo alla forma sono d'accordo con alcune osservazioni di Alberto e con quella di Marino sulle api, mi sembra giusta per chiudere il cerchio con l'incipit. In più ti segnalo questa frase: "Sono uno dei mitici e invidiati, bancari!" Secondo me la virgola è superflua, poi, dopo poche parole, trovo ancora "mitiche". E te lo dice uno che spesso inciampa sulle ripetizioni.
Complimenti per il notevole esordio in queste gare.
Sì, le osservazioni di Alberto e di Marino le ho lette e ho provato a metterle sul mio testo di word, ma ci sto ancora riflettendo. Per la virgola, invece, hai ragione mi era proprio sfuggita. La ripetizione invece... non lo so, il protagonista lo dice, presumo, in tono sarcastico per rafforzare il concetto che di mitico nel suo lavoro e, di riflesso, nella sua vita, non c'è proprio nulla. Inoltre c'ho un problema grosso come una casa: il fatto è che mi sto impratichendo e non ho ancora ben capito come correggere il testo. Ti ringrazio. Ciao, Roberto.
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RobertoBecattini ha scritto: 25/11/2021, 17:47 Innanzitutto complimenti per la scelta del vocabolo "prestinaia" che francamente non conoscevo. Ammiro molto chi riesce a riesumare termini desueti o rari. Probabilmente non a caso messo in bocca a una coppia di anziani. Inserito in un racconto non certo ampolloso, tiene desta l'attenzione e incuriosisce. Ho letto con piacere, il racconto scorre, in alcuni punti forse un po' prevedibile. Hai però descritto bene l'ambiente e i personaggi, implicitamente anche il protagonista, che all'inizio sembra un freddo entomologo, ma poi si lascia coinvolgere nel tragico finale.
Prestinaia, in dialetto "prestinèra" è un vocabolo in uso nel mio paese, nella bassa padana, non lo so se viene usato da altre parti. Dovendo far parlare due vecchi, mi è venuto logico usarlo. Ti ringrazio. Ciao, Roberto
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Nuovoautore ha scritto: 25/11/2021, 21:27 Inoltre c'ho un problema grosso come una casa: il fatto è che mi sto impratichendo e non ho ancora ben capito come correggere il testo.
Accanto al titolo del tuo racconto, in alto a destra, trovi tre icone, la prima è una penna, cliccandola puoi editare il testo.
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica. (Gesualdo Bufalino)
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Stefyp ha scritto: 25/11/2021, 21:17 Ben arrivato, cominci proprio col botto. Un racconto davvero molto bello il tuo. A parte qualche piccola imprecisione che già ti hanno segnalato, scorre via liscio e si legge tutto d'un fiato. Il messaggio arriva diretto e le descrizioni sono azzeccate. E per finire, è proprio il tipo di storia che mi piace leggere, quindi voto alto. Spero di leggere presto altro di tuo.
Grazie per il benvenuto. Mi fa piacere legggere che è nelle tue corde. Per quanto riguarda altri racconti, in questa sezione se ne può postare soltanto uno, credo. Ad ogni modo ne trovi altri due sulla home: un giallo, e un racconto storico. Ora sono intenzianato a postarne uno fantascientifico, poi un horror, uno umoristico e, infine, uno romantico; in modo di completare il catalogo dei generi con cui mi sono cimentato, per capire quale o quali hanno più presa sugli autori del sito. Grazie ancora. Ciao, Stefy
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Roberto Bonfanti ha scritto: 25/11/2021, 21:34 Accanto al titolo del tuo racconto, in alto a destra, trovi tre icone, la prima è una penna, cliccandola puoi editare il testo.
Ok, ti ringrazio. Per ora ho tolto la virgola, è molto più semplice di quanto pensassi.
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Secondo me le risposte che hai dato ai commenti di Marino e di Roberto M. avrebbero dovuto trovar posto tra le righe del racconto.
E' un lavoro veramente molto bello, intriso di tristezza e realistico pessimismo. Considerazione personale: possiamo guardare dall'esterno finché vogliamo la vita degli altri, ma non sapremo mai cosa vivono davvero. Chissà quante persone che ci sembrano felici in realtà non lo sono. Non è Armando a gettarsi dalla finestra, ma sorprendentemente, Viviana.
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L'ho trovato davvero ottimo. Se come dici sei davvero autodidatta non posso che farti i miei complimenti: tanto di cappello perché la tua costanza ed esercizio hanno sicuramente premiato!
L'ho trovato molto molto interessante, scritto in modo ottimo, con un linguaggio ricercato il giusto e mai eccessivo rispetto allo stato sociale del personaggio. L'idea mi è molto piaciuta, è originale e dal finale non scontato e sicuramente d'impatto.
Penso che sia sicuramente uno degli scritti più autoconclusivi presenti in questa gara (anche se non li ho letti ancora tutti), racconta tutto quello che c'è da raccontare ed il lettore riesce a cogliere quello che voleva essere il messaggio dell'autore - o perlomeno quello che ci ho letto io - l'alienazione e l'ineluttabilità della condizione umana.
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Francesco Pino ha scritto: 26/11/2021, 10:15 Secondo me le risposte che hai dato ai commenti di Marino e di Roberto M. avrebbero dovuto trovar posto tra le righe del racconto.
E' un lavoro veramente molto bello, intriso di tristezza e realistico pessimismo. Considerazione personale: possiamo guardare dall'esterno finché vogliamo la vita degli altri, ma non sapremo mai cosa vivono davvero. Chissà quante persone che ci sembrano felici in realtà non lo sono. Non è Armando a gettarsi dalla finestra, ma sorprendentemente, Viviana.
Forse nessuna di quelle che crediamo felici, dentro di loro lo sono realmente, o totalmente... la felicità, se veramente esiste, è un attimo che può ripetersi molte volte, ma mai durare per sempre. Così la vedo io, ma potrei essere smentito da chi felice si sente veramente. Ti ringrazio. Ciao, Francesco.
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Gabi Celeste Pisani ha scritto: 26/11/2021, 10:34 L'ho trovato davvero ottimo. Se come dici sei davvero autodidatta non posso che farti i miei complimenti: tanto di cappello perché la tua costanza ed esercizio hanno sicuramente premiato!
L'ho trovato molto molto interessante, scritto in modo ottimo, con un linguaggio ricercato il giusto e mai eccessivo rispetto allo stato sociale del personaggio. L'idea mi è molto piaciuta, è originale e dal finale non scontato e sicuramente d'impatto.
Penso che sia sicuramente uno degli scritti più autoconclusivi presenti in questa gara (anche se non li ho letti ancora tutti), racconta tutto quello che c'è da raccontare ed il lettore riesce a cogliere quello che voleva essere il messaggio dell'autore - o perlomeno quello che ci ho letto io - l'alienazione e l'ineluttabilità della condizione umana.
Autodidatta, lo sono veramente. Pensa te che nella mia prima vita, facevo il falegname. Ho iniziato a sctrivere (allora non sapevo nemmeno cosa fosse il pc) un romanzo su cinque quaderni venti anni fa, una storia biografica fantastica, nella quale immaginavo di risalire il tempo per cancellare il giorno che aveva cambiato per sempre la mia vita. E da lì, non ho più smesso. La scrittura per me, è diventata la medicina, l'analgesico per chetare il dolore lacerante che ha sconvolto la mia esistenza. Ti ringrazio. Ciao, Gabi Celeste.
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Premetto che non ho letto gli altri commenti, quindi non so se sia gia' stato detto, ma questo bel racconto a un vecchio cinefilo come me ricorda quel capolavoro di Hitkhok " La finestra sul cortile". Naturalmente e' solo una somiglianza nello spunto iniziale, il tuo racconto poi prende altre strade, e si fa apprezzare per linguagggio, struttura e leggibilità. I miri complimenti
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Mariovaldo ha scritto: 27/11/2021, 9:57 Premetto che non ho letto gli altri commenti, quindi non so se sia gia' stato detto, ma questo bel racconto a un vecchio cinefilo come me ricorda quel capolavoro di Hitkhok " La finestra sul cortile". Naturalmente e' solo una somiglianza nello spunto iniziale, il tuo racconto poi prende altre strade, e si fa apprezzare per linguagggio, struttura e leggibilità. I miri complimenti
E' vero, l'inizio ricorda molto il capolavoro di Hitchcock, poi il racconto prende altre strade, virando dal giallo al dramma. Ti ringrazio. Ciao, Mariovaldo.
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli »

in linea di massima concordo col commento di Alberto Marcolli e con le sue osservazioni.
aggiungo ch modificherei un poco di punteggiatura, visto che in alcuni momenti utilizzi troppo certi elementi, tipo i due punti o l'esclamativo.
ciò non toglie nulla alla bellezza e alla tragicità della storia, molto ben esposta.
complimenti per il lavoro.
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente
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Fausto Scatoli ha scritto: 29/11/2021, 16:59 in linea di massima concordo col commento di Alberto Marcolli e con le sue osservazioni.
aggiungo ch modificherei un poco di punteggiatura, visto che in alcuni momenti utilizzi troppo certi elementi, tipo i due punti o l'esclamativo.
ciò non toglie nulla alla bellezza e alla tragicità della storia, molto ben esposta.
complimenti per il lavoro.
Grazie per i complimenti. La punteggiatura, è sicuramente un mio punto debole (non l'unico) che, nel tempo, ho provato a migliorare, riuscendoci solo in parte. Ciao, Fausto.
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Devo dire che mi ha sorpreso questo racconto, mi sono ritrovata immersa già dalle prime righe. Il pessimismo, personalmente, lo apprezzo molto in quanto dà spessore ad una storia (non sono come Leopardi però :) :) ). Forse più che chiamarlo pessimismo io lo chiamerei realismo. Chi non ha mai osservato le vite altrui dalla propria finestra? Chi non si è mai trovato alienato dal mondo alla ricerca di un briciolo di felicità che stenta ad arrivare? Chi si non è mai sentito imprigionato in una vita che non voleva?
Per me la felicità è un soffio di vento d'estate che a volte rinfresca il viso e altre volte lo brucia. Non sembra facile trovare un pizzico di felicità ma solo i ciechi non riescono a vederla nelle piccole e misere cose.
Complimenti per la scrittura, veramente ondulata e fluida come lo scorrere di un fiume. Voto 5
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Messaggio da leggere da Nuovoautore »

Maria Spanu ha scritto: 01/12/2021, 13:58 Devo dire che mi ha sorpreso questo racconto, mi sono ritrovata immersa già dalle prime righe. Il pessimismo, personalmente, lo apprezzo molto in quanto dà spessore ad una storia (non sono come Leopardi però :) :) ). Forse più che chiamarlo pessimismo io lo chiamerei realismo. Chi non ha mai osservato le vite altrui dalla propria finestra? Chi non si è mai trovato alienato dal mondo alla ricerca di un briciolo di felicità che stenta ad arrivare? Chi si non è mai sentito imprigionato in una vita che non voleva?
Per me la felicità è un soffio di vento d'estate che a volte rinfresca il viso e altre volte lo brucia. Non sembra facile trovare un pizzico di felicità ma solo i ciechi non riescono a vederla nelle piccole e misere cose.
Complimenti per la scrittura, veramente ondulata e fluida come lo scorrere di un fiume. Voto 5
La felicità è fatta di attimi, sempre troppo brevi, intrvallati da momenti di prostrazione, sempre troppo lunghi. Ti ringrazio. Ciao, Maria.
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Messaggio da leggere da Andr60 »

Ben scritto ed efficace nel descrivere la complessiva tragicità dell'esistenza, oltre alle apparenze.
Vero che il mestiere del bancario oggi è diventato precario quanto quello di (quasi) chiunque altro. Del resto, oggi (2021 e... seguenti?) il lavoro non è più un diritto ma una concessione temporanea subordinata.
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Messaggio da leggere da Nuovoautore »

Andr60 ha scritto: 03/12/2021, 12:25 Ben scritto ed efficace nel descrivere la complessiva tragicità dell'esistenza, oltre alle apparenze.
Vero che il mestiere del bancario oggi è diventato precario quanto quello di (quasi) chiunque altro. Del resto, oggi (2021 e... seguenti?) il lavoro non è più un diritto ma una concessione temporanea subordinata.
Stiamo vivendo l'era del precariato imperante, il mitico "posto fisso", è oramai un miraggio per i più. E in futuro, purtroppo, temo che andrà sempre peggio. Ti ringrazio. Ciao, Andr60.
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Messaggio da leggere da Ibbor OB »

Il testo è scritto bene, non c'è che dire. il susseguirsi degli eventi suscita un certo interesse che spinge a leggere il testo fino in fondo. L'episodio della donna che si getta nel vuoto lascia però molti interrogativi aperti in quanto i dettagli sono davvero pochi, magari qualche elemento in più ci stava. Comunque bel racconto.
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69 Orizzontale: l'Antologia erotica

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