Non credo alle storie con il lieto fine

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'autunno 2021.

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Ilario Iradei
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Non credo alle storie con il lieto fine

Messaggio da leggere da Ilario Iradei »

leggi documento Spiacente ma, in questo browser, la lettura a voce non funziona.

Lei non era magra come le ragazze che riempiono i giornali di moda. Non era bella, né granché simpatica e neanche troppo intelligente. Alcuni uomini le avevano detto che era sensuale, che aveva un modo di fare che attirava i maschi come nettare le api; ma nel profondo del suo cuore sapeva che erano complimenti rubati, che avevano l’unico obiettivo di riuscire a farsi una sveltina con lei. Era nata a Timisoara ed era fuggita da quella città triste appena compiuti diciott’anni. Prima cameriera in un pub a Budapest, poi donna delle pulizie a Vienna e infine l’Italia: era scivolata nello stivale attratta dal suo calore e dalle cartoline stereotipate della tivvù.
Viorela aveva capelli biondi tinti alla meglio con un prodotto acquistato sottoprezzo in un qualche discount nei pressi di Aviano e la faccia tonda e paffuta di chi ha come unico vantaggio la propria giovinezza. Si chiamava Viorela Antonescu, un nome come tanti nel buio dei locali frequentati dai piloti della vicina base americana, nel frastuono della musica tecno delle discoteche perdute nel buio in mezzo al nebbioso Friuli.
L’avevano messa a servire ai tavoli Viorela dai limpidi occhi d’acqua marina, anche se non capiva un tubo delle ordinazioni che le facevano e decifrava solo ciò che le indicavano nella carta. I suoi sogni non c’erano mai stati o forse s’erano perduti per strada ed erano rimaste soltanto le illusioni a farle compagnia la sera quando si ritirava nella sua camera in affitto.
Lui si chiamava John. Un John qualsiasi che veniva dagli sterminati campi di granturco dell’Iowa e che aveva sposato il desiderio di fare il pilota con l’uniforme della US Air Force. Sacrifici tanti per lui che veniva dalla periferia del grande impero, dalle campagne, figlio di contadini, da generazioni legati alla terra e alla coltivazione del mais, alla fatica e ai ritmi lenti della terra, indebitatisi fino al midollo per assecondare i sogni del figlio.
Si erano incontrati in quel locale, balbettando entrambi in un italiano che non esisteva se non nelle loro bocche. Entrambi stranieri in terra straniera, precipitati in quel luogo per uno strano scherzo del destino. Viorela aveva voglia di credere in un futuro migliore e offrì la parte migliore di sé a quello sconosciuto che veniva dall’altra parte del mondo e che le parlava di libertà, di spazi infiniti, di sogni che era possibile realizzare solo che lo si volesse. John era un romantico, un tipo alla buona, grasso come i manzi delle sue parti, allegro come solo i contadini sanno essere.
Avevano fatto l’amore tante volte in quell’Humvee verde scuro, sotto gli archi romani che agli occhi di lui ardevano d’una luce esotica e che per Viorela erano nient’altro che vecchie pietre malmesse. Forse si erano anche innamorati. Forse si erano scambiati reciproche promesse abbracciati insieme sotto la luna delle Alpi, in un Friuli straniero per entrambi. Ma quando la loro storia venne alle orecchie dei superiori di John questa gli causò parecchie noie. La cameriera rumena divenne la puttana rumena e tutti i suoi commilitoni cominciarono a sfotterlo e a farsi beffe dei suoi propositi di matrimonio.
John Eisler divenne per tutti John Draculescu nella base dei paladini della libertà del mondo libero.
Non credo alle storie con il lieto fine. E sono sicuro che a questo punto punto vi aspettereste un qualche finale al calor bianco: tipo lei aspetta un figlio e lui da perfetto mascalzone la molla, oppure una conclusione mista tra il noir e l’horror, lui è un sadico maiale che la sevizia e la lascia moribonda in una strada di campagna, gli occhi celesti fuori dai bulbi rosicchiati dai topi.
E invece no: perché John era un uomo d’onore e seppe vincere i tentennamenti e i pregiudizi del suo comando e le critiche gratuite e malvagie dei suoi compagni. Perché John alla fine sposò la piccola Viorela figlia di nessuno perché quello era l’unico modo che conosceva di stare insieme e si comportò da marito attento e affettuoso e le rimase anche fedele, non tradendola mai, neanche col pensiero, fino alla fine dei suoi giorni
E allora forse Viorela lo molla dopo avergli rubato fino all’ultimo centesimo scappando con un altro ingenuo come lui, diranno molti di voi.
Ma alla fine Viorela fu una moglie altrettanto devota e divenne per il suo John come il bastone per il giovane albero. E insieme vissero una vita felice, ebbero tanti figli e innumerevoli nipoti e riscattarono dai mutui la vecchia fattoria dei genitori di John, vivendo i loro ultimi anni insieme a coltivar granturco, nelle sterminate pianure dell’Iowa. Amen.
RobertoBecattini
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Messaggio da leggere da RobertoBecattini »

Scritto molto bene, oscilla forse tra retorica e la retorica dell'antiretorica. È pure vero che certi stereotipi sono riflesso di una realtà. Nel complesso mi è piaciuto, purtroppo quando si condensano storie di vita in poche righe si perde tutto il sapore dei dettagli. Sarebbe interessante vederli in un momento, in una giornata della loro vita. Infatti i due protagonisti hanno secondo me un bel potenziale. Insomma sembra più il soggetto di un film o di un romanzo.
RobediKarta
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Marino Maiorino
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Messaggio da leggere da Marino Maiorino »

È bello, non c'è che dire, ma merita una critica severa.
La merita perché se tu, autore, ti dirigi così apertamente al lettore, vuoi che il lettore ti risponda.
La chiosa diventa un pistolotto: vuoi scrivere la storia così com'è e lasciare che ciascuno abbia la libertà di farsi la propria opinione, o siccome la storia è tua (tua di possesso, cosa che non mi sono mai permesso di credere delle storie da me scritte) dobbiamo capire per filo e per segno quello che ne pensi tu? Così l'ammazzi, la storia, non le permetti di vivere la SUA vita!
Che è anche una bella storia, indipendentemente dal fatto che abbia o meno un lieto fine.
O forse il problema è che, per tanti motivi che non sto qui a elencare, scrivere un lieto fine è meno banale di quel che sembra e hai cercato di chiudere così. In questo caso (ipotetico) "la normalità non è mai banalità". Tra l'altro, i tuoi personaggi, bellissimi (letterariamente parlando), sono tutt'altro che banali. Condivido l'opinione di RobertoBecattini che hanno un potenziale, notevole!
Sullo scritto: introduci tre volte il nome di Viorela, secondo uno schema che serve a dare un "volto" ai personaggi, ma sono troppe. La prima volta puoi farlo per presentarla, poi devi usarlo, quel nome, o diventa un fermaposto.
Insomma, il voto lo merita la storia, ma a te t'aggia tira' 'e 'rrecchie (quello che si dice di un bravo ragazzo figlio di un biasimevole genitore).
«Amare, sia per il corpo che per l'anima, significa creare nella bellezza» - Diotima

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Roberto Bonfanti
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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Non credi alle storie con il lieto fine e, invece, ce ne rifili uno dorato come il granturco che cresce al sole dello Iowa.
Il racconto mi è piaciuto, ho apprezzato anche l'ironia suggerita dall'uso disinvolto di certi stereotipi, il giocare con il lettore anticipando le domande e svicolando in altra direzione. Concordo con chi mi ha preceduto nei commenti sul potenziale dei personaggi, non del tutto espresso, ma la storia mantiene una leggerezza che la rende gradevole.
In questa frase "E sono sicuro che a questo punto punto vi aspettereste un qualche finale…" c'è un "punto" di troppo.
Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica. (Gesualdo Bufalino)
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Letylety
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Messaggio da leggere da Letylety »

Leggendo mi è ritornato in mente un film di parecchi anni fa. Il titolo era La pianista con una splendida Isabelle Huppert. Il finale era tragico e tempo dopo, parlandone con una persona che lo aveva visto, mi disse che era normale, che non c'erano storie a lieto fine. In quel caso vedevo un certo pessimismo. Qui vedo ironia, una bonaria presa in giro del lettore, e un messaggio sottostante che consiglia di affezionarsi alla storia con il giusto distacco, immagazzinarla, rivoltarla e sognarsela a piacimento. Detto questo magari hai usato questa tecnica per mille svariati motivi legati al momento, e magari ora te li sei pure dimenticati. Bello, perché ognuno di chi ti legge riporterà un'impressione diversa.
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Alberto Marcolli
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Commento : Non credo alle storie con il lieto fine

Messaggio da leggere da Alberto Marcolli »

Accidenti a te. Racconto breve e commento impegnativo.

Segnalazioni:
della tivvù. - meglio della TV.
diciott’anni – per me non si usa l’apostrofo
toglierei qualche “Viorela” – per me basterebbe qualche pronome.
s’erano -- per me non si usa l’apostrofo
d’una -- per me non si usa l’apostrofo
a questo punto punto vi aspettereste – un solo punto (già segnalato in altri commenti)
alla fine dei suoi giorni -- manca il punto
da quella città triste appena – dopo triste ci sta bene una virgola
Proposta di modifica:
Viorela aveva capelli biondi tinti alla meglio con un prodotto sottoprezzo, acquistato in un qualche discount nei pressi di Aviano, e la faccia tonda e paffuta di chi ha come unico vantaggio la propria giovinezza.

discoteche, perdute nel buio - dopo discoteche ci metterei una virgola

C’è un uso spropositato del “che” – ben 22 – seguono due esempi di come sia possibile eliminarne alcuni.
Proposta di modifica
che erano complimenti rubati, con l’unico
Proposta di modifica
che veniva dall’altra parte del mondo e le parlava di

commento al contenuto del racconto.

Mi piace l’idea di far parlare direttamente l’autore, non è una novità ma ci sta bene.
La vicenda è semplice ma accattivante, la narrazione procede secondo un giusto filo logico.
Non aggiungo altro.
Ottimo il commento di Marino Maiorino, e non saprei esprimere meglio di lui queste sue osservazioni veramente perfette e alle quali mi associo completamente.
Voto dal 3 al 4 – Inutile dire che questo sistema di valutazione ridotto mi mette in difficoltà.
Ultima modifica di Alberto Marcolli il 30/11/2021, 20:58, modificato 2 volte in totale.
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Ishramit
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Re: Non credo alle storie con il lieto fine

Messaggio da leggere da Ishramit »

Ho apprezzato il sarcasmo, anche se diretto contro il lettore può essere uno sparare a salve e qui sta un po' il limite del testo. Per il resto molto buono, ma forse dargli più spazio potrebbe farlo funzionare si più
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Fausto Scatoli
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli »

ci sono un po' di refusi ed errori, che comunque già ti hanno segnalato.
aggiungo che "tivvù" è sbagliato.
poi dici che non ami il lieto fine e invece ne metti uno ad hoc, di quelli da Harmony.
a mio parere potevi risparmiarti alcune frasi rivolte al lettore nella fase finale, indeboliscono parecchio il racconto.
nel complesso direi che si lascia leggere
l'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente
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Egidio
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Messaggio da leggere da Egidio »

Racconto scritto bene, che utilizza personaggi e situazioni un po' stereotipati, presi a prestito da vecchi film e un ben preciso filone narrativo. Il tutto è, però, trattato con ironia e un certo distacco: il che lo avvalora. Nel complesso, il mio giudizio è positivo. Voto: 4
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Maria Spanu
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Messaggio da leggere da Maria Spanu »

Una bella storia piena di realtà e anche sofferenza. Lei, bersagliata da luoghi comuni e stereotipi, (che ahimè ne ho abbastanza, siamo nel 2022 caspiterina! evolviamoci) sola in un paese sconosciuto, lui altrettanto solo e triste. Queste due anime che si incontrano e che finalmente smettono di essere sole, insieme. In fondo il lieto fine ha il suo perchè, in barba a tutti gli altri scenari rimangono insieme, il che, oggi, sembra più unico che raro. Nel mondo degli individui, del cane mangia cane, sembra scontato ma così non è.
Il racconto è molto fluido, mi ha fatto veramente piacere leggerlo e ti ringrazio per averlo condiviso con noi!
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