Il passaggio
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Il testo non sembra presentare grossi problemi dal punto di vista della struttura grammaticale e sintattica, al netto di refusi e punteggiatura.
Il registro si mantiene costante, con alcuni eccessi di lirismo che, per quanto corretti nella forma, stonano con il resto del racconto, dando una sensazione di forzatura.
La trama è lineare, i personaggi sono delineati, forse anche troppo, sfociando in una tipizzazione fin troppo forzata. Stupisce come, nell'economia del racconto, una adolescente non si relazioni con i coetanei.
Il messaggio arriva, la conclusione è potente.
Personalmente, sfrutterei la narrazione esterna per rendere il racconto più elevato dal punto di vista dell'architettura: gli esercizi di stile, che al momento sono fini a loro stessi, potrebbero, se gestiti in maniera coerente e continuativa, divenire uno dei punti di forza. Al contempo, spoglierei un po' i personaggi dalla loro caratterizzazione eccessiva, sfaccettandoli e lavorando di più sulle interazioni che sugli stereotipi.
Ciao.
Re: Il passaggio
Felice,
apprezzo la lettura attenta, ma il tuo approccio da "chirurgo" letterario uccide la carne viva del racconto. Gli "eccessi lirici" che critichi sono cicatrici di storie vere.
La "tipizzazione/stereotipizzazione" che condanni è la gabbia di ferro in cui vivono i miei personaggi.
Quando dici "manca interazione coi coetanei" tradisci di non aver colto che Amalia è in guerra contro un mondo che vuole divorarla: perché non ha tempo per chiacchiere da liceo (o ITC).
Il mio stile non è un esercizio: ma un coltello.
E tu mi chiedi di smussarne la lama?
Per il resto, grazie.
Quell'unica verità, a mio modo di vedere, che hai detto ("la conclusione è potente") mi basta.
Perché significa che il coltello ha tagliato.
Tante belle cose, FeliceF,
Antonio Giordano
Re: Il passaggio
C'è un racconto, perché non dovrei poterlo commentare? Pensi che l'abbia letto con poca attenzione e superficialità?
Perché dici ciò? Non siamo qui per farci giudicare e per farci dare consigli? Uno scritto non va giudicato solo per la sua idea di base, ma va visto nel suo insieme e l'analisi di un testo implica anche l'eviscerazione dal punto di vista gramamticale, strutturale, sintattico, stilistico, psicologico, formale ecc.Yakamoz ha scritto: 21/06/2025, 11:40 il tuo approccio da "chirurgo" letterario uccide la carne viva del racconto.
Forse non ci capiamo sul significato di "lirico" e allora chiedo aiuto al vocabolario Treccani: "toni alati di linguaggio, ad accenti ispirati o anche soltanto enfatici".Yakamoz ha scritto: 21/06/2025, 11:40 Gli "eccessi lirici" che critichi sono cicatrici di storie vere.
Ti faccio un esempio: "Le lunghe ciocche bionde e serpentelle scivolano tra le dita, morbide e setose, proprio come quando era piccina. Ora però sono così tante… così lunghe… Mentre divide la chioma in tre per intrecciarla, la scruta riflessa nello specchio." Questo passaggio mi piace da morire!, ma è slegato dal resto del corpo narrativo. Ciò che intendevo dire è che, a mio avviso, varrebbe la pena ridisegnare il testo, impreziosendolo con questi giochi di stile. Per contro, metterne due o tre, sparsi nel nulla, danno solo l'effetto di renderli inappropriati.
E' chiaro che la caratterizzazione attraverso lo stereotipo è la tua maniera di dipingere i personaggi, ma (e lo ripeto sono solo personali impressioni) rischiano di rendere il racconto eccessivamente pesante: si ha già una idea di cosa farà chi, in ogni momento. Vedi, per contro, l'azione finale della ragazza, che fino all'ultimo sembra dover usare quella lama in altro modo, colpisce proprio perché, finalmente, agisce in maniera un po' meno prevedibile. Il finale mi è piaciuto molto, difatti.Yakamoz ha scritto: 21/06/2025, 11:40 La "tipizzazione/stereotipizzazione" che condanni è la gabbia di ferro in cui vivono i miei personaggi.
Rileggi quanto ho scritto: non ho asserito che "manchi" interazione con i coetanei, ma che "stupisce la mancanza di". Sono due cose completamente differenti.Yakamoz ha scritto: 21/06/2025, 11:40 Quando dici "manca interazione coi coetanei" tradisci di non aver colto che Amalia è in guerra contro un mondo che vuole divorarla: perché non ha tempo per chiacchiere da liceo (o ITC).
Vedo che non mi sono fatto capire. Comunque, se proprio vuoi usare questa metafora, io non sti sto dicendo che non devi smussare i coltelli, ma proprio il contrario! Li devi affilare molto di più, devono poter recidere al primo tocco e nel momento in cui si tolgono dalla ferita, devono poter lacerare le carni.Yakamoz ha scritto: 21/06/2025, 11:40 Il mio stile non è un esercizio: ma un coltello.
E tu mi chiedi di smussarne la lama?
Quindi mi stai dicendo che l'unica cosa che ti è piaciuta la prendi come verità e tutto il resto, per te, sono falsità? Qualche problemino nella gestione delle critiche?
Penso di poter esprimere liberamente il mio giudizio, critico e personale, presentato sempre con il massimo del rispetto, per dare spunti di riflessione, perché ritengo che il confronto possa essere costruttivo. Se invece i commenti devono servire solamente ad incensarci a vicenda, non vedo possibilità di dialogo.
Re: Il passaggio
va bene così. Abbiamo due visioni del racconto molto diverse e distanti, e va bene che convivano.
Il tuo punto di vista mi ha fatto riflettere, ma rivendico con la stessa forza il mio.
Alla fine, conta solo ciò che resta dopo l'ultima riga.
Buona gara!
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Re: Il passaggio
Per cortesia, evitiamo di innescare polemiche.
Certamente siamo/siete qui per questo, ma ciò non significa che la critica debba essere accettata come tua verità assoluta solo in quanto tale.FeliceF ha scritto: 21/06/2025, 12:45Perché dici ciò? Non siamo qui per farci giudicare e per farci dare consigli?
L'autore si espone -> tu lo scritichi costruttivamente -> lui ti risponde.
Se dalla sua controrisposta nasce un dibattito costruttivo, ben venga, altrimenti fermatevi lì, felici in ogni caso di aver compiuto entrambi la vostra parte ed esservi espressi liberamente.
Non fatemi tornare su queste faccende e godetevi l'estate letteraria
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Un ottimo lavoro, complimenti!
Re: Commento
Ciao, Vittorio,Vittorio Felugo ha scritto: 22/06/2025, 11:41 Come al solito sei molto bravo a immergere il lettore nel racconto: le tue descrizioni, ambientali e psicologiche, sono molto accurate, e non posso che lodarle. Quanto alla trama: ci si attende la soluzione al problema dell'odioso ricatto dello Sciantoso, e Amalia opta per una decisione drastica: rendersi così indesiderabile da sfuggire alle attenzioni dell'aguzzino. Una scelta estrema, anche se non come quella, poniamo, di togliersi la vita (accaduto in casi simili, nella realtà); coraggiosa, disperata, forse anche un po' folle, ma che altro poteva fare? Cedere alle lusinghe del viscido? Il racconto pone l'accento anche sul malcostume moderno di certi comportamenti dei giovani (soprattutto), con questa mania di fotografarsi e farsi fotografare, senza pensare alle conseguenze,
Un ottimo lavoro, complimenti!
ti ringrazio di cuore, come si dice a' Napule, per il tuo bel commento. Hai colto perfettamente, nella tua sintesi, il senso più autentico/vero del mio racconto: la denuncia della violenza di genere. Al di là di eventuali difetti o limiti tecnici, che come in ogni opera possono esserci (e forse è un bene, perché nulla è perfetto, e per fortuna!), ciò che conta davvero, soprattutto in questo caso, è il messaggio che si vuole trasmettere. E sapere che ti sia arrivato con chiarezza è per me motivo di grande soddisfazione.
Anche la scelta del registro linguistico, sospeso tra il colloquiale e il dialettale da una parte, e il lirico-descrittivo dall'altra, è assolutamente voluta. Una polifonia, come direbbero quelli che parlano bene, che riflette e non contrasta l'anima partenopea, sia nell'ambientazione che nei personaggi. Archetipi, non stereotipi: nel senso puro della Maschera. Un'epifania, sempre come dicono quelli che parlano bene, dei suoi contrasti: dolce e amaro, chiaro e scuro, freddo e caldo, e di tutta la complessità e il sapore della mia terra.
Un caro saluto,
Antonio
P.S. In origine, il racconto era scritto in napoletano, e tradurlo mi è costato una certa fatica, proprio per renderlo accessibile a tutti. Grazie anche per il voto. Ricambierò presto la visita, come faccio sempre. Ora però sono un po' in difficoltà e, purtroppo, non posso. La gara è appena iniziata, comunque, quindi c'è tempo per leggere e commentare.
Aggiungo solo una cosa:
Mai muri, ma ponti! (soprattutto in questi tempi!)
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Credo non ci sia bisogno di specificare "poi pensa", soprattutto perché hai già distinto con virgolette di diverso tipo il dialogo reale da quello interiore… Credo che la fluidità del racconto guadagnerebbe dall'omissione di questo genere di indicazioni.
" «E credevi davvero che quell'insetto di Ciro, che lava i cessi all'autosalone di papà per due spicci, ti avesse regalato l'anello? Quello è oro vero, con una pietra autentica! Comprato di mia persona alla gioielleria Anzovino: seicento euro. Mica cianfrusaglie da bancarella! E sai cosa ha chiesto Ciro per consegnartelo e passarmi le foto? Cento euro! Quindi sali. Altrimenti le faccio girare, e tutti sapranno chi è davvero la signorina Amalia col buco da signora!»"
Questa frase invece la rileggerei, personalmente ho dovuto riattraversarla più volte per venirne a capo, puntualmente mi ci annodavo. Credo soprattutto dove scrivi "per consegnartelo e passarmi le foto", non è chiarissimo il passaggio logico.
A parte questi dettagli, comunque, il racconto mi è piaciuto molto: in poco spazio rende bene un doloroso spaccato di vita, con un finale che senz'altro sorprende. Credo però che sia partito molto bene e dopo un po' sia andato scemando, principalmente per la scelta di raccontare cos'è successo nei giorni d'isolamento della ragazza invece che farcelo vedere con altri dialoghi. Forse l'hai fatto per guadagnare spazio (ed è comprensibile essendoci un limite di caratteri), ma la cosa si sente e il racconto ci perde un po' (mi riferisco soprattutto alla parte 3.
Re: Commento
Ciao,Ishramit ha scritto: 23/06/2025, 1:13 ""Che palle! Sempre la solita solfa!" poi pensa."
Credo non ci sia bisogno di specificare "poi pensa", soprattutto perché hai già distinto con virgolette di diverso tipo il dialogo reale da quello interiore… Credo che la fluidità del racconto guadagnerebbe dall'omissione di questo genere di indicazioni.
" «E credevi davvero che quell'insetto di Ciro, che lava i cessi all'autosalone di papà per due spicci, ti avesse regalato l'anello? Quello è oro vero, con una pietra autentica! Comprato di mia persona alla gioielleria Anzovino: seicento euro. Mica cianfrusaglie da bancarella! E sai cosa ha chiesto Ciro per consegnartelo e passarmi le foto? Cento euro! Quindi sali. Altrimenti le faccio girare, e tutti sapranno chi è davvero la signorina Amalia col buco da signora!»"
Questa frase invece la rileggerei, personalmente ho dovuto riattraversarla più volte per venirne a capo, puntualmente mi ci annodavo. Credo soprattutto dove scrivi "per consegnartelo e passarmi le foto", non è chiarissimo il passaggio logico.
A parte questi dettagli, comunque, il racconto mi è piaciuto molto: in poco spazio rende bene un doloroso spaccato di vita, con un finale che senz'altro sorprende. Credo però che sia partito molto bene e dopo un po' sia andato scemando, principalmente per la scelta di raccontare cos'è successo nei giorni d'isolamento della ragazza invece che farcelo vedere con altri dialoghi. Forse l'hai fatto per guadagnare spazio (ed è comprensibile essendoci un limite di caratteri), ma la cosa si sente e il racconto ci perde un po' (mi riferisco soprattutto alla parte 3.
in merito a questa parte qui, non è difficile, forse complicata per via dell'intercalare dello Sciantoso:
"«E credevi davvero (tu Amalia) che quell'insetto di Ciro (per denigrarlo), che lava i cessi all'autosalone di papà per due spicci, ti avesse regalato l'anello? (lo Sciantoso sta dicendo che Ciro è un suo dipendente e che non può permettersi di fare regali molto costosi) Quello è oro vero, con una pietra autentica! Comprato di mia persona (di mia persona: da me, ma come si usa dire da noi) alla gioielleria Anzovino: seicento euro. Mica cianfrusaglie da bancarella! E sai cosa ha chiesto Ciro per consegnartelo (consegnarti l'anello, e quindi svela il tradimento di Ciro) e passarmi le foto? Cento euro (dice il soldi che ha preteso Ciro)! Quindi sali (dà un ordine ad Amalia di salire in auto). Altrimenti le faccio girare (le foto), e tutti sapranno chi è davvero la signorina Amalia col buco da signora! (buco da signora: è un'espressione abbastanza volgare napoletana per dire, attraverso un giro di parole: puttana molto giovane che non lo dà' a vedere, perché lo fa di nascosto)»"
Per quanto riguarda la terza parte, hai ragione, poteva essere migliore. Dialogica no, perché Amalia non parla, non ha un'amica del cuore con cui confidarsi; la madre è una figura protettrice ma inadeguata. Potevo farla parlare da sola? Difatti, pure io avevo dei dubbi sulla III parte e più volte ho pensato di costruirla su qualcosa di diverso: ma tante alternative, anche per limitare le battute, non ne ho trovate. Terza parte che comunque è funzionale, pure nell'economia e struttura del racconto, a creare attesa/suspense e introdurre la scena finale (il climax): un po' da tragedia greca, come Antigone. Necessaria quindi una terza parte, per dare "spazio e attesa" al finale.
Grazie per avermi letto, che ti sia piaciuto il racconto, e del tuo prezioso commento, e anche del voto, Ishramit.
Cari saluti,
Antonio
P.S. dice, afferma, pensa, rimbrotta… è un mio vizio, di usare verbi dichiarativi, quando scrivo dialoghi non molto serrati.
Spiego una cosa, una curiosità:
"La parola napoletana "sciantosa" deriva direttamente dal francese "chanteuse" (cantante). E si riferiva alle cantanti dei caffè-concerto parigini di fine '800, che erano viste come donne affascinanti, un po' eccentriche, eleganti e ammirate. Col tempo, a Napoli, il termine si è evoluto per descrivere (anche al maschile, "sciantoso") una persona vanitosa, che si veste in modo vistoso ed elegante e che ostenta un'aria di superiorità e fascino, proprio come il personaggio del mio racconto."
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Ammetto che la scelta della ragazza di sfregiarsi mi ha sorpreso, dunque un punto di merito in più. Ciò che colpisce è il totale isolamento della protagonista, incapace di confidarsi con chiunque, persino con la madre.
Se devo fare un'osservazione di costume, è che purtroppo (vedi i casi recenti di cronaca) episodi del genere colpiscono i pre-adolescenti, tanto che 17 anni si è ormai considerati vecchi.
Infine, una curiosità: la poesia che apre il racconto, riferita al film biografico su Nelson Mandela, è stata utilizzata anche da me in un altro racconto, "L'anima indomabile". Perdonatemi l'auto-citazione.
Saluti, a rileggerti
Re: Commento
Cia', Andr60, so' cuntento ca t'è piaciuto 'o presepe!Andr60 ha scritto: 23/06/2025, 17:08 Racconto scritto in stile colloquiale "verace" per renderlo più genuino, una scelta che ho apprezzato (se fosse stato in napoletano stretto lo avrei apprezzato anche di più, però coi sottotitoli).
Ammetto che la scelta della ragazza di sfregiarsi mi ha sorpreso, dunque un punto di merito in più. Ciò che colpisce è il totale isolamento della protagonista, incapace di confidarsi con chiunque, persino con la madre.
Se devo fare un'osservazione di costume, è che purtroppo (vedi i casi recenti di cronaca) episodi del genere colpiscono i pre-adolescenti, tanto che 17 anni si è ormai considerati vecchi.
Infine, una curiosità: la poesia che apre il racconto, riferita al film biografico su Nelson Mandela, è stata utilizzata anche da me in un altro racconto, "L'anima indomabile". Perdonatemi l'auto-citazione.
Saluti, a rileggerti
Ti posto l'incipit originale:
"«Malijè, 'a sveglia è già sunata! Sosete! Te hà 'a prepàrà p'a scola! 'A zupp' 'e latte t'aspèt 'ngòpp' o' tavule 'e cucina!» allucca Mamma Nunzia.
Amalia però fatìca a scippàrse d' 'o ninnillo, e storduta arresponne:
«Mammà, n'at' cinche minùte…» 'E cinche minùte se ne stànne lunghe e langhe, addiventano diece, quìnd'ce, nfin' a quanno sfreve ll'uocchie cu 'e mmane 'a ppugno, sbadiglia, stènne 'e vrazze, se leva 'a cunzeglia e scenn' 'o lettino cu tutte o cosce a' fore e 'a maglietta d' 'o p'giamm'."
Come avrai modo di notare non è molto comprensibile per chi non è madrelingua. E poi si può scrivere in tanti modi il napoletano, non essendoci una codifica unica su come farlo. Di solito, io sono stretto nella parlata: tant' è ca manco "un' 'e Napule a' vot o' capisce" (o capisch, si legge con e finale muta e la "s" che sibila). Cioè, quasi tutto non si legge come si scrive. Insomma! Tutto un burdello (casino).
Pure qui:
"Scippàrse d' 'o ninnillo" = staccarsi dal giocattolo, ma "ninnillo" vuol dire pure bambino; quindi, in un certo senso, bambolotto o bambola che si dà a un/a bambino/a per farlo/a acquietare e addormentare. Espressioni idiomatiche che in italiano non esistono proprio. Perciò "Scippàrse d' 'o ninnillo" nella frase ha valore di una cosa tipo così: «Amalia però fa fatica a strapparsi via dal dolce tepore del sonno/dal comfort del letto.»
Finita la lenziocina
Ora che resta da dire? Resta da dire che scrivere può essere anche una ricerca linguistica, a dispetto dei puristi, dei pignoli, dei tronfi, che ti dicono come dovrebbe essere e non com'è. Com'è nella realtà vera, viva, vissuta e quotidiana; d'altronde nessuno parla come un personaggio di un libro, lo stesso vale per un film e altro. E discutere, dissertare, se sia meno nobile aderire a una forma idiomatica più "controllata" o meno è un esercizio sterile e vacuo, perché la varietà dipende da quello che si vuole fare e dal contesto.
Sì, Invictus, che non ti ho copiato, ma che è stata fonte d'ispirazione, essendo molti i passaggi nel testo e quindi non è un puro ornamento. Questi, sette:
a) Il passaggio dall'infanzia/adolescenza all'età adulta;
b) Il passaggio dalla fiducia al disincanto;
c) Il taglio dei capelli: passaggio dalla bellezza alla disidentificazione;
d) Il passaggio dal dolore silenzioso alla denuncia visibile;
e) Il passaggio dalla sottomissione alla sfida finale;
f) Il passaggio che offre lo "Sciantoso";
g) Il passaggio delle foto.
E scavando, con occhi attenti, ci sono ancora altri riferimenti ad altri "passaggi".
Con una scrittura uniforme più verista/realista sarebbe stato, forse, più coerente/forte il racconto. Ma io scrivo d'istinto. Sono pur sempre un dilettante della scrittura, e per me va bene così!
Mi fermo, altrimenti divago troppo e magari poi, non sapendo dove mi può portare il vento, finisco col parlare delle Guerre puniche tra Roma e Cartagine.
È notte ormai e anche un altro giorno sta passando…
Cari saluti, Andr60, grazie di avermi letto e di tutto il resto.
Antonio
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Mi spiego, se la ragazzina aveva così tanto timore del padre, e pure tutto sommato dalla madre, giudicata incapace di difenderla (al punto da tacere il suo tormento) come sarebbe stato poi possibile giustificarsi con lui/loro dopo essersi sfregiata, rasata e resa irriconoscibile da un digiuno protratto? Ho ben capito che lo ha fatto per punire il trentenne rendendosi indesiderabile (che poi non è detto, in quanto non lo spieghi, se il tipo l'abbia comunque caricata come da consenso della ragazza). Avrei compreso di più se, come la cronaca sovente riporta, si fosse tolta la vita (anche perché, penso che dopo, la vita gliela avrebbe tolta il padre bifolco) ma così, il sacrificio di accettare il passaggio, con le scontate conseguenze, mi è parso inutile, salvo pensare a una ragazzina con forti tendenze masochistiche, che non pareva avere nella prima parte del racconto, dove appariva pavida e sicura, ma capisco anche, ripeto, che gli atteggiamenti descritti sono comuni tra adolescenti. Quindi si, il finale del racconto è una variante al suicidio, assai peggio dal mio punto di vista. I dialoghi sono molto incisivi e veri, il racconto è scorrevole e avvincente. Fa riflettere, provoca tristezza, almeno a me. Un caro saluto. Voto 4
Re: commento
-Laura Traverso ha scritto: 24/06/2025, 23:11 Ciao Antonio, ho letto con piacere, e non senza una sensazione crescente di disagio, il tuo bel racconto che affronta tanti temi importanti. Infatti spazia dai rapporti familiari, con l'ottuso e insopportabile padre, principale responsabile, a mio parere, della tragedia poi avvenuta, (ma anche la madre ha la sua colpa, per aver permesso al marito di trattare costantemente a pesci in faccia la figlia); alla profonda solitudine degli adolescenti nonostante l'indossata corazza da emancipati (comune a tutte le epoche, più o meno); al tradimento del fidanzatino; ai pericoli della rete. Sino al bullo e prepotente di turno. Insomma, come dicevo, gli argomenti che affronti sono seri e purtroppo comuni in tante famiglie e situazioni. Devo dirti, però, che il finale l'ho trovato di grande impatto ma forse un poco inverosimile.
Mi spiego, se la ragazzina aveva così tanto timore del padre, e pure tutto sommato dalla madre, giudicata incapace di difenderla (al punto da tacere il suo tormento) come sarebbe stato poi possibile giustificarsi con lui/loro dopo essersi sfregiata, rasata e resa irriconoscibile da un digiuno protratto? Ho ben capito che lo ha fatto per punire il trentenne rendendosi indesiderabile (che poi non è detto, in quanto non lo spieghi, se il tipo l'abbia comunque caricata come da consenso della ragazza). Avrei compreso di più se, come la cronaca sovente riporta, si fosse tolta la vita (anche perché, penso che dopo, la vita gliela avrebbe tolta il padre bifolco) ma così, il sacrificio di accettare il passaggio, con le scontate conseguenze, mi è parso inutile, salvo pensare a una ragazzina con forti tendenze masochistiche, che non pareva avere nella prima parte del racconto, dove appariva pavida e sicura, ma capisco anche, ripeto, che gli atteggiamenti descritti sono comuni tra adolescenti. Quindi si, il finale del racconto è una variante al suicidio, assai peggio dal mio punto di vista. I dialoghi sono molto incisivi e veri, il racconto è scorrevole e avvincente. Fa riflettere, provoca tristezza, almeno a me. Un caro saluto. Voto 4
Ciao, Laura,
nei miei racconti, anche se semplici, sono presenti molti elementi psicologici e simbolici. Non sempre si vedono in modo evidente, ma dovrebbero comunque essere percepiti dal lettore attraverso l'inconscio o una riflessione più profonda. Amalia, in effetti, rappresenta la perdita dell'innocenza e il tentativo di riconquistare se stessa. Un corpo, per bello o brutto che sia, è la nostra vera casa. Qualcosa di profondamente "soggettivo", che ci appartiene e definisce la nostra identità, come un "contenitore" che ospita la nostra anima. Ma, oltre alla nostra, esiste anche una visione "oggettiva" del corpo, quella che nasce dallo sguardo insinuoso degli altri. Nel racconto, Ciro e lo "Sciantoso" rappresentano proprio questo sguardo, trasformando il corpo di Amalia in un oggetto di desiderio, qualcosa da possedere. E il "passaggio delle foto e il ricatto" simboleggiano un'invasione, atti di appropriazione indebita: come entrare in un territorio che non ti appartiene, perché anche l'amore fisico tra due persone nasce da una concessione reciproca, da un consenso consapevole.
Per questo motivo, il gesto finale di Amalia non è davvero autodistruttivo, anche se in apparenza può sembrarlo. È piuttosto un tentativo di riappropriarsi del proprio corpo, di sottrarlo allo sguardo degli altri. Quel corpo non deve più essere visto come oggetto di desiderio, ma tornare a essere semplicemente "la casa della sua anima". Il taglio dei capelli e sul viso diventano un confine, e l'anello è il sigillo: gesti simbolici per tornare padrona del "proprio destino e capitano della propria anima", perché all'inizio del racconto, infatti, per una crudele/amara ironia, Amalia non lo è affatto.
Comunque, Laura, la tua analisi è appropriata, lucida. Hai colto un altro punto fondamentale e importante: il problema affonda anche nelle radici, nella famiglia. Un padre che la sminuisce trattandola da stupida/incapace, e una madre che sa essere soltanto affettuosa e la infantilizza: la vuole tenere con sé come una bambina; per questo le tira la treccia. Se Amalia, nel racconto, avesse avuto genitori più equilibrati, in particolare una madre con maggiore forza e carattere, forse non avrebbe sentito il bisogno di mortificarsi e di rendersi brutta. E Lo "Sciantoso", queste cose le intuisce. Forse le ha ascoltate da Ciro. È come un leone che osserva le fragilità e sceglie prede sole e facili. Non sfida chi ha forza, non disturba l'elefante o chi fa gruppo. Ma non sempre il predatore riesce a divorare la sua preda. Amalia è la mia Antìgone: la figlia di Edipo che sceglie la morte, qualcosa di ancora più crudele e assoluto, per rimanere fedele a se stessa; così Amalia sceglie di "uccidere" la sua vecchia immagine per salvare la sua anima. Entrambe, di fronte a un "passaggio tanto stretto" da non poter essere attraversato altrimenti.
Il merito a questa parte qui, la questione che mi poni:
"(che poi non è detto, in quanto non lo spieghi, se il tipo l'abbia comunque caricata come da consenso della ragazza). Avrei compreso di più se, come la cronaca sovente riporta, si fosse tolta la vita (anche perché, penso che dopo, la vita gliela avrebbe tolta il padre bifolco)"
In realtà il finale l'avevo scritto, ma poi ho preferito toglierlo e lasciare che fosse il lettore a immaginarlo. Detto questo, c'è un dettaglio importante: l'appuntamento avviene di mattina presto, vicino a un bar. Ora, anche se è presto, è un momento in cui la città si sveglia: gente che prende il caffè al volo prima del lavoro, studenti che aspettano l'autobus, motorini che sfrecciano, traffico che comincia a ingolfarsi. Insomma, il solito tran tran quotidiano. E poi non siamo in un vicolo isolato, ma al Vomero: un quartiere vivo, benestante, pieno di gente, attività. Napoli è una metropoli super-abitata. Ed è verosimile pensare che qualcuno la noti per strada, o magari la veda salire sull'auto. Quindi è parimenti credibile che lo "Sciantoso" se ne vada e che, poco dopo, qualcuno si accorga di Amalia e la soccorra.
Per quanto riguarda il padre: sì, è severo, burbero, distante, ma non un mostro. Non credo che arriverebbe a farle del male. Amalia ha più paura del giudizio degli altri, della sua famiglia, della comunità in cui vive. E per cose che, tra l'altro, non ha nemmeno fatto. Nel racconto si dice chiaramente che è ancora pura/illibata:
"Perché quelle di Gennarino sono soltanto sue sconce fantasie, conclusioni errate che la sua mente ha tratto guardando le foto. In quanto Amalia, a Ciro aveva dato di sé solo quelle immagini del suo corpo e nulla più. E mai nulla di più intimo, nemmeno un bacio che andasse oltre l'innocenza di un saluto, aveva concesso a un ragazzo."
Perciò quella di Amalia è una lotta di dignità/libertà per affermare la verità di fronte alla menzogna.
Ultima cosa: sulla possibilità che Amalia possa essere un po' masochista, è probabile; infatti, il bar non a caso si chiama 'O Bar d''o Pazzo.
Scusa la lunghezza di questa risposta, ma la tua riflessione meritava un'analisi articolata.
Sono un po' "filosofo", scusami ancora, Laura Traverso.
Cari saluti, e grazie della tua attenzione al mio piccolo racconto,
Antonio
P.S. Pure il nome di Amalia è simbolico: ricorda il verbo "Ammaliare". La mela, il peccato. Sono un po' kafkiano quando scrivo.
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Ho apprezzato il punto più intenso della storia in cui Amalia si chiude in bagno, il punto in cui la tensione sale fino a far credere che forse voglia farla finita, ma poi invece no. Stupisce tutti e dona un finale spettacolare alla vicenda che io, personalmente, ho apprezzato.
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Saluti,
Antonio
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Re: Il passaggio
grazie
Scusate se sembro pedante per queste cose, ma devo fare i conti con le dimensioni del database, che si sta avvicinando alla soglia oltre la quale dovrei acquistare un pacchetto annuale aggiuntivo... e vorrei evitare. Infatti sto spurgando qua e là cose vecchie e obsolete per alleggerire un po' il tutto.
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Re: Il passaggio
Boh! Premetto che la "gara" non l'aspetto preminente per me: 1, 2, 3, 4, 5, per me va bene qualsiasi voto. Ma almeno in minimo di coerenza, senza fare polemiche inutili, tra commento e voto ci dovrebbe essere, no?
Grazie per il commento, Corrado,
A rileggerci…
P.S. Non puoi dare voti come si distribuiscono le caramelle ai bambini: perché hai votato, a parte il racconto di fantascienza, tutti con 3. Cosa che non capisco, ma va bene così!
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Re: Il passaggio
Yakamoz ha scritto: 07/07/2025, 16:24 Ma come "protagonista memorabile" e poi mi dai un voto di "cortesia"?
Boh! Premetto che la "gara" non l'aspetto preminente per me: 1, 2, 3, 4, 5, per me va bene qualsiasi voto. Ma almeno in minimo di coerenza, senza fare polemiche inutili, tra commento e voto ci dovrebbe essere, no?
Grazie per il commento, Corrado,
A rileggerci…
P.S. Non puoi dare voti come si distribuiscono le caramelle ai bambini: perché hai votato, a parte il racconto di fantascienza, tutti con 3. Cosa che non capisco, ma va bene così!
Non te la prendere, piuttosto copia quel messaggio e anche il racconto in uno di quei siti che rilevano l'uso di IA e... capirai.
Re: Il passaggio
Ciao, ma si capisce leggendolo che "non è del tutto umano" (salvo smentite dell'autore). Bastava dirlo o fare una piccola premessa: "Mi sono avvalso di… per scriverlo." Non sarebbe cambiato nulla. Alla fine, sempre un racconto rimane. Io, ad esempio, mi sono ispirato "nella scena in cui Amalia si taglia i capelli" alla canzone di Ivan Graziani: "Canzone per Susy". Non è plagio, ma solo una fonte d'ispirazione, interpretata in modo diverso. E poi non me la sono presa. Mi è sembrata solo un po' ingiusta la cosa, anche verso gli altri partecipanti.Ishramit ha scritto: 07/07/2025, 21:42 Non te la prendere, piuttosto copia quel messaggio e anche il racconto in uno di quei siti che rilevano l'uso di IA e… capirai.
Buona serata, Ishramit!
P.S. A Napule se rice "Ca nisciuno è fess!"
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Re: Il passaggio
Tuttavia una cosa è certa: se qualcuno è così idiota da farsi scrivere un testo dall'IA (sia esso un racconto o un commento) e postarlo come se fosse suo, questo sito non è il suo posto.
Quindi:
- se un autore non intende sprecare un grammo di fantasia umana per noi, almeno lo renda noto;
- se un autore pensa di aver ricevuto un commento scritto da una IA, lo legga, lo digerisca e amen.
L'unica cosa che purtroppo all'autore umano resta, è il voto dell'autore sfaticato. Su questo possiamo farci poco, ma il calcolo della media ponderata cui vengono sottoposti i voti di ogni singolo testo serve proprio a mitigare queste esatte circostanze.
In ogni caso, evitate polemiche, accuse o sospetti, tanto è fatica sprecata. Il tempo aggiusterà tutto, fidatevi.
Re: Il passaggio
Dice poi Bukowski:
"Procurati una grossa macchina per scrivere / e come i passi che vanno su e giù / fuori dalla tua finestra / picchia quella cosa / picchiala duro / fanne un combattimento da pesi massimi / fanne il toro quando carica la prima volta…"
Quindi, il processo creativo che porta alla "creazione" di qualsiasi cosa è importante: non affrontarlo è come (faccio un esempio strano) conquistare una bella donna senza averla desiderata, amata, corteggiata… e ogni cosa che ne segue.
E ho detto tutto! Come dice Peppino.
Ciao, Max
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Un racconto corposo e scritto in maniera impeccabile. Il registro è colloquiale, il narratore segue la protagonista passo dopo passo, ma ogni tanto si ferma per illuminare la scena con qualche squarcio sui genitori di Amalia, sullo Sciantoso, con qualche riflessione di carattere più generale. La sintassi del tuo italiano è quella corrotta dal dialetto (preferisco il termine lingua), o viceversa. Da siciliano comprendo perfettamente l'intento di Antonio e non ho problemi nel mettere a fuoco il significato di ogni frase, la sua costruzione. Devo dire che il registro linguistico, anzi il linguaggio che adoperi per descrivere la tua gente, è la parte più vera e meglio riuscita del racconto. Anche quel lirismo un po' barocco che alle volte viene fuori come acqua che sgorga dalla nuda roccia lo comprendo bene perché fa parte anche del mio retaggio culturale e del mio modo di scrivere. E comunque è un segno distintivo del proprio modo di scrivere. Non tutti siamo capaci, o lo vogliamo, d'essere asciutti e sintetici.
Il racconto presenta dei topoi piuttosto adoperati. La madre di Amalia è la classica mamma chioccia che fa di tutto per proteggere la figlia e a diciassette anni le chiede se le piacciono i maschietti, come se di anni ne avesse dieci la cocca, o meno. Il padre è l'uomo di casa, che stabilisce regole e impone la sua volontà perché è lui a portare il pane a casa. Lo Sciantoso è il classico viscido capace pure di rischiare venti anni di galera per farsi la ragazzina, accecato dalle proprie pulsioni. Ciro è anch'esso un corrotto o quanto meno un debole, non certo una figura positiva. Tutti gli adulti che circondano Amalia sono in definitiva personaggi negativi.
Detto questo credo che però il tema portante del racconto sia l'evoluzione di Malijé, la piccola di casa, un po' svogliata, viziata, apatica, indifferente e ripetente, strafottente, da ragazzina a donna. Il racconto è quello di una metamorfosi che da Malijè ci porta ad Amalia. La ragazza diventa improvvisamente adulta e sfida lo Sciantoso in pubblico e nel suo stesso campo. Il sarcasmo, la cattiveria, la sfrontatezza. Tanto che a vederla, senza capelli e sfregiata questo si mette paura. L'adulta Amalia capisce che non si può fidare e soprattutto non può delegare la propria difesa ad altri. La vecchia Malijé stava chiusa in casa, si nascondeva, alla fine quella Malijé avrebbe confessato a Mammà e tutto sarebbe finito malissimo in Tribunale o al Campo Santo. Amalia invece decide da sola, cresce e sfida lo Sciantoso, che probabilmente batterà in ritirata. A lui piacciono le ragazzine manipolabili, non le donne adulte colla cazzimma.
Quello che forse manca è il perché. Perché questa mutazione in un senso piuttosto che in un altro? In questo senso ti limiti a mostrare il cambiamento, non a farcelo capire a descrivercene i passaggi. Parlo dei motivi profondi, che pure la piccola Malijé/Amalia doveva possedere dentro di sé.
Dunque è un ottimo racconto, leggibilissimo, ambizioso ma non velleitario.
A rileggerti
Re: Il passaggio
hai ragione a porre questa domanda:
"Quello che forse manca è il perché. Perché questa mutazione in un senso piuttosto che in un altro? In questo senso ti limiti a mostrare il cambiamento, non a farcelo capire, a descrivercene i passaggi."
Da autore, una risposta ce l'ho. Amalia e Malijé non sono due fasi distinte, ma due aspetti che coesistono nel personaggio. Malijé è la parte infantile, quella che vuole restare piccola, protetta, vezzeggiata. È il rifugio, il bozzolo. Amalia, invece, è la figura che sta emergendo: una donna che inizia a vedere se stessa, anche fisicamente, in modo diverso.
Nella scena dello specchio, Malijé si guarda e non vede più la bambina da pettinare, ma una persona che suscita altri desideri, altri sguardi. Questo passaggio del racconto è difficile, a tratti contraddittorio, ma proprio per questo, forse, più autentico: è la crisi identitaria dell'adolescente, che non è più bambina e non è ancora adulta.
È la "terza via", quella che può permettersi di dire allo Sciantoso "Adesso basta!", rappresenta il momento in cui lei prende in mano la propria identità. Non è più Malijé né Amalia. È semplicemente se stessa: una "quasi donna", consapevole e decisa, che traccia un confine circolare attorno a sé (come un compasso), rappresentato dalla linea del taglio sulla guancia, che non deve essere oltrepassato.
Erano quindi abbastanza difficili da spiegare, in un racconto di poche battute, queste mie idee: meglio mostrarle. Poi, il bello della scrittura è che nei testi ognuno ci legge quello che vuole; però io, mentre scrivevo il racconto, pensavo proprio a questi concetti.
Purtroppo è un periodo un po' incasinato per me e non riesco a essere troppo presente qui: scrivo quando posso, anche di notte, se capita!
A presto,
Antonio
P.S. Ho letto la tua risposta al mio commento al tuo racconto: sempre molto esaustiva, grazie!
La risposta, invece, alla domanda che ti ho posto, magari, sta nell'ultimo verso della poesia di Neruda:
"La luce vola con le sue api."
La "luce" da intendere come messaggio. Una risposta poetica, forse utopistica… chissà!
Ho capito anche perché la nipote di Lucia si chiama Euskia: è un riferimento all'epigrafe storica che parla di Santa Lucia. E quindi è Lucia che parla con Lucia: due generazioni distanti e diverse che si ascoltano e si interrogano a vicenda. E non è il nome di un nuovo SUV, come ha pensato Vittorio!
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Un tema molto contemporaneo, in un mondo in cui si condivide di piu' online che nella vita reale.
Interessante che tu definisca il tuo esercizio di scrittura come una lama, che e' cio' che Amalia una per risolvere il problema. La scrittura e' sempre un modo per risolvere problemi. Credo che su questo tutti concordiamo, per questo siamo qua.
Grazie del racconto
La Gara 36 - De Rerum Scientia
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La Gara 4 - Ciak, si gira!
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FEMILIA - abbiamo sufficienti riserve di sperma
In seguito a un'escalation di "femminicidi", in tutto il mondo nasce il movimento "SupraFem", ovvero: "ribellione delle femmine che ne hanno abbastanza delle violenze dei maschi". La scintilla che ha dato il via al movimento è scattata quando una giornalista ben informata, tale Tina Lagos, ha affermato senza mezzi termini che "nei laboratori criogenici di tutto il mondo ci sono sufficienti riserve di sperma da poter fare benissimo a meno dei maschi. Per sempre!". Le suprafem riescono ad avere un certo peso nella normale vita quotidiana; loro esponenti si sono infatti insediate in numerosi Palazzi, sia politici che economici, e sono arrivate al punto di avere sufficiente forza da poter pretendere Giustizia.
Copertina di Riccardo Simone
di Mary J. Stallone e Massimo Baglione.
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Nota: questo libro non proviene dai nostri concorsi ma è opera di uno o più soci fondatori dell'Associazione culturale.
A Quattro mani
antologia di opere scritte a più mani
Una collaborazione, di qualunque natura essa sia, diventa uno stimolo, la fusione di peculiarità ben definite, la concretizzazione di un'intesa, la meraviglia di scoprire quel qualcosa che individualmente non si sarebbe mai potuta fare. È una prova, una necessità di miglioramento, il superamento dei propri limiti stilistici o di quei blocchi creativi che sovente ci pongono di fronte a un disarmante "foglio bianco". Gli autori di questa antologia ci hanno voluto provare.
A cura di Massimo Baglione.
Copertina di Antonio Abbruzzese.
Contiene opere di: Chiara Masiero, Mauro Cancian,
Stefania Fiorin,
Anna Rita Foschini,
Ida Dainese,
Alberto Tivoli,
Marina Paolucci,
Maria Rosaria Spirito,
Marina Den Lille Havfrue,
Cristina Giuntini, David Bergamaschi,
Giuseppe Gallato,
Maria Elena Lorefice.
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Metropolis
antologia di opere ispirate da un ambiente metropolitano
Cosa succede in città? - Sì, è il titolo di una nota canzone, ma è anche la piazza principale in cui gli autori, mossi dal flash-mob del nostro concorso letterario, si sono dati appuntamento per raccontarci le loro fantasie metropolitane.
A cura di Massimo Baglione.
Contiene opere di: Gianluigi Nardo, Andrea Pozzali, Antonella Jacoli, Roberto Virdo', Francesco Pino, Giulia Rosati,
Francesca Paolucci,
Enrico Teodorani,
Ibbor OB,
Umberto Pasqui,
Annamaria Ricco, Eliana Farotto,
Maria Spanu,
Eliseo Palumbo,
Andrea Teodorani, Stefania Paganelli,
Alessandro Mazzi, Lidia Napoli,
F. T. Leo,
Selene Barblan, Stefano Bovi, Alessia Piemonte,
Ida Dainese, Giovanni Di Monte.
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