Stranger than Purgatory

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'inverno 2025/2026.

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Macrelli Piero
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Stranger than Purgatory

Messaggio da leggere da Macrelli Piero »

leggi documento Spiacente ma, in questo browser, la lettura a voce non funziona.

Ero stato nervoso per tutto il giorno, tanto da pensare che l'idea di trovare finalmente pace stesse per rivelarsi un completo fallimento. Fumavo una sigaretta dietro l'altra. Per un po' avevo sperato che quell'auto parcheggiata una decina di viali oltre il mio fosse quella di un tecnico o di un proprietario venuto a chiudere l'impianto, a svuotare i termosifoni per evitare le gelate invernali imminenti.
Invece, quella vecchia Range Rover continuava a stazionare lì, e cominciai a temere che si trattasse di un altro residente deciso, come me, a svernare a Lido di Dante. Non lo avevo ancora visto e mi chiedevo chi fosse quella persona che manteneva in strada un vecchio fuoristrada che quaranta anni prima era stato bellissimo, ma che ora poteva solo essere fonte di mille problemi meccanici, superando di gran lunga l'effetto estetico.
Mi accorsi del suo arrivo quando notai le tracce dei pneumatici sulla sabbia, trasportata dal vento dalla vicina spiaggia. Queste tracce, assieme ai mucchi di aghi di pino che nessuno spazzava più, avevano cominciato a invadere i viali del lido. Seguii le tracce fino all'auto e all'appartamento, ma dell'occupante ancora nessuna traccia.
Per prudenza mi tenevo nascosto tra i pini marittimi che riempivano il lido, temendo di essere visto. Tornai di corsa al mio appartamento, spostai l'auto nel parcheggio appena fuori al lido e tornai a piedi. Con un ramo staccato cominciai a cancellare le tracce della sua presenza, cercando di rendere la mia abitazione simile alle altre, abbandonate e serrate per l'inverno. Non volevo alcun contatto. Forse non si era ancora accorto della mia presenza.
Il lido era nato in riva al mare, stretto fra il fiume Uniti e il Bevano. Da una parte confinava con la pineta di Ravenna, dall'altra con gli alti argini del fiume Uniti. Ci si arrivava con un'unica stretta strada che si staccava dalla statale di Ravenna una decina di chilometri prima, per poi costeggiare il fiume fino al mare. In inverno non c'era altra ragione per percorrerla se non quella di venire lì.
Mi ero fatto l'idea che l'intero villaggio fosse stato costruito su un terreno vergine, nel tentativo di creare un paesello satellite alla vicina Ravenna. Se l'intenzione era stata quella, gli speculatori avevano fallito, perché il lido, nonostante le case avessero impianto di riscaldamento, cadeva in letargo ogni inverno come un villaggio delle favole colpito da un crudele incantesimo.
Doveva essere stato costruito verso la fine degli anni Settanta, se giudicavo dallo stile delle case balneari: piano terra e primo piano, tutte uguali. Quella doveva essere l'età dei pini marittimi che costeggiavano i viali e riempivano i giardini, imitando la vicina pineta, come se si trattasse di un parco divertimenti disneiano. La pianta dell'intero villaggio era un reticolato preciso di stretti viali, come un rigoroso accampamento romano a ridosso della foresta di Teutoburgo.
Un ampio parcheggio fuori dal villaggio voleva evitare che le automobili vi entrassero. Gli urbanisti, guidati da un'involontaria ironia, avevano saccheggiato la Divina Commedia per dare il nome alle strade. Consultando la mappa sul tavolo dell'agenzia immobiliare, cercai un personaggio del Purgatorio che mi potesse assomigliare e scelsi un mini appartamento al piano terra in via Belacqua.
Mi ero trasferito già dalla fine di agosto, in paziente attesa che tutti se ne andassero e mi lasciassero solo. Cominciai ad accumulare rifornimenti per ridurre al minimo la necessità di spostarmi fino alla città.
In realtà, vicino alla foce del fiume Uniti, c'era un ponte in ferro del tipo "Bailey" che permetteva di raggiungere il vicino Lido Adriano, sviluppatosi in maniera differente e trasformato in un quartiere periferico di Ravenna. C'erano negozi aperti tutto l'anno e anche un grande supermercato. Fortunatamente, d'inverno il ponte non era quasi mai usato, e il semaforo che ne regolava l'attraversamento veniva spento. Doveva risalire alla fine della seconda guerra mondiale ed era miracolosamente sopravvissuto alle demolizioni della ritirata del fronte.
Fantasticavo che le cariche esplosive fossero ancora lì, dimenticate e mai bonificate. Pensavo che un giorno le avrei trovate e fatto brillare il ponte, isolandomi definitivamente dal mondo esterno.
Dopo una settimana non sapevo ancora chi fosse il mio chiassoso vicino. Non lo avevo mai incontrato durante le mie camminate in spiaggia e in pineta. Io vivevo di giorno e mi rinchiudevo la sera; lui dormiva tutto il giorno e usciva di notte. Spalancava le finestre e la porta del suo appartamento e mandava la musica al massimo, poi montava sul suo fuoristrada e percorreva a gran velocità i viali del lido.
Io, insonne, sentivo la musica e attraverso le persiane serrate spiavo i fari del suo Range Rover tagliare la nebbia lungo i viali abbandonati. La mattina dopo vedevo le tracce dei pneumatici sulla sabbia e sui marciapiedi. Doveva guidare completamente ubriaco, perché aveva travolto qualche bidone dei rifiuti e abbattuto siepi ornamentali alla rotonda davanti al mare.
Forse mi ero preoccupato per nulla. Eravamo gli unici abitanti del lido, ma così diversi che non ci saremmo dati fastidio: due specie che occupano la stessa nicchia ecologica, con interessi completamente diversi. Lui chiassoso, teatrale, rumoroso; io cercavo isolamento, silenzio, invisibilità. O forse non si era ancora accorto della mia presenza.
Avevo spostato l'auto nel parcheggio vuoto oltre il lido, avevo camuffato il mio appartamento e stavo attento a non lasciare tracce lungo il viale davanti casa mia. Uscivo dal retro, scavalcando un po' di siepi dei recinti degli altri appartamenti e raggiungevo la strada lontano dalla mia porta.
Una mattina trovai una busta sotto la porta. Mi aveva trovato o forse lo sapeva da sempre, ma aspettava il momento per agire. Era un invito per un party a casa sua la sera stessa, con tutte le personalità più in vista del lido, ottima musica e da bere a volontà. Si richiedeva un dress code adeguato a una serata glamour.
Strappai l'invito, presi una trentina di gocce di sonnifero e tornai a dormire. Per tutta la notte sentii la musica arrivare da casa sua, poi la sua auto che rombava per i viali. Passava a gran velocità davanti alla mia porta, frenava e poi sgommava. Aveva aperto le portiere e sparato al massimo lo stereo, facendomi ascoltare "Welcome to the pleasure dome" dei F.G.T.H. Imprecava contro di me e lanciava bottiglie di alcolici vuote. La mattina trovai i cocci in cortile.
Aveva saccheggiato il negozio sbarrato di abbigliamento estivo, aspettando manichini e indumenti dimenticati, li aveva messi in posizioni oscene nel mio giardino e appeso slip e costumi ai pini del cortile.
Mi accesi una sigaretta, guardai i cocci sparsi nel cortile e i manichini tra i pini. Non aveva più senso fingere invisibilità: il mio vicino mi aveva trovato e reclamava la sua parte di scena. Avevo scelto il lido come purgatorio volontario, ma la sua presenza lo aveva trasformato in qualcos'altro.
L'inferno e il purgatorio sono più vicini di quanto avessi immaginato.
Nonostante avessi abbastanza provviste in casa, ogni tanto prendevo la macchina per raggiungere il supermercato a Lido Adriano, cercando gli orari di minor affluenza. Procedevo veloce tra gli scaffali senza curiosare, seguendo una lista mentale. Il discount, con luci basse, corsie larghe e poco personale distratto, era il contatto minimo con il mondo che riuscivo a tollerare.
L'incontro avvenne nella corsia dei surgelati, quando un carrello spinto da una donna si scontrò intenzionalmente con il mio.
"Finalmente ci incontriamo. Allora è vero che il supermercato è la nuova frontiera della seduzione, non le feste private. Però sei stato veramente scortese a non venire. Ti abbiamo aspettato tutta la sera. Mi ritengo offesa e delusa."
Alzai lo sguardo: donna della mia età, dai lineamenti maschili, truccata con cura, abito leggero e pellicciotto sintetico sgargiante. Ai piedi tacchi alti. Le gambe nude, non depilate. Una figura appariscente: non una donna, ma un uomo vestito da donna. Fisico androgino, una creatura indefinita, un ibrido.
Feci finta di non essere sorpreso. Il mio stato di apatia mi manteneva indifferente.
"Non mi sentivo bene… ero stanco… devo aver preso troppo sonnifero, " balbettai. Poi guardai altrove. "La verità è che voglio rimanere solo. Sono venuto qui per star solo."
"Non mi dica! Un uomo di mezza età in crisi di identità. Le luci notturne della città l'hanno spaventata? O semplici problemi di erezione? "
Non raccolsi la provocazione.
"C'era molta gente alla festa? "
"Sta a sentire, testa di cazzo. Sai benissimo che alla mia festa non c'era nessuno. Al lido ci siamo solo noi due. Mi sono ubriacata, ballata e parlata da sola tutta la notte. Da sola. Per colpa tua. Non volevo venire, e non voglio stare sola in questo posto. Non ho altri che te."
Non ho altri che te: la frase mi aveva colpito. Una rivelazione. Con la fine dell'estate il villaggio si era svuotato. Senza più i bagnanti chiassosi, i bambini che correvano per i viali e il profumo dei ristoranti all'aperto il lido mostrava la sua vera natura e metteva a nudo le intimità più nascoste: La vicina pineta che arrivava al mare, con la spiaggia selvaggia frequentata da nudisti, sembrava conservare l'eco di incontri clandestini; il vento invernale che fischiava fra gli alberi lungo i viali del villaggio raccontavano cose più adatte a un confessionale che a una amena località balneare. Mi chiedevo cosa fossi veramente venuto a cercare in questo posto.
Si ricompose, si passò le mani tra i lunghi capelli biondi e riprese la voce da donna, prima di allontanarsi con il carrello.
La notte del temporale il lido si trasformò in una palude. La pioggia batteva sugli alberi e sul tetto della mia auto, parcheggiata davanti a casa. Un colpo secco mi fece alzare: un tronco d'albero abbattuto bloccava la mia auto. Impossibile muoverla.
All'improvviso apparve il fuoristrada, fari che tagliavano la pioggia.
"Hai bisogno d'aiuto, vero? " disse senza aspettare risposta.
In pochi minuti agganciò il tronco e liberò l'auto. Io rimasi immobile, bagnato e impotente.
"Bene, " continuò, "credo che tu adesso mi debba qualcosa."
"Cosa vuoi? " dissi sospettoso.
"Una cena. Stasera. A Lido Adriano. Tu e io. Voglio vedere se sei capace di comportarti in pubblico."
Il ristorante era quasi vuoto. Ero nervoso. La mia ospite seduta di fronte a me: affettuosa, teatrale, ogni tanto mi baciava la mano, ogni gesto un piccolo scandalo per provocarmi.
Quando arrivò il momento di pagare, fece il colpo finale: mi baciò con passione davanti al ristoratore. Pagai in fretta. Avevo saldato il mio debito.
Tornando verso Lido di Dante, guardai il ponte in ferro che dovevamo attraversare. Ora lo vedevo come un ostacolo, simbolo di tutto ciò che mi impediva isolamento e solitudine assoluta.
Passai i giorni successivi evitando la vicina. Mi perdevo per ore nella pineta e lungo gli argini del fiume. Un giorno, risalendo dagli argini sul ponte di ferro, la vidi arrivare in velocità sul suo fuoristrada e mi bloccò contro il parapetto. Scese furiosa.
"Dove cazzo vai così di corsa, dove sei sparito tutti questi giorni? Non mi va di essere trattata così! "
Io non sapevo cosa dire. Non c'era niente da dire.
Velocissima si avvicinò a me, rovistò nella borsa e tirò fuori un paio di manette, che con un colpo mise al mio e al suo polso. Poi mostrò le chiavi e le gettò nel fiume.
"Non ho intenzione di passare l'inverno da sola, " disse. "Così saremo costretti a stare sempre assieme, che ti piaccia o no."
Io la guardai. Non dissi niente. Non c'era proprio più niente da dire. Nel corso degli anni le piene del fiume e l'ultimo grosso temporale dovevano aver fatto riaffiorare le cariche di esplosivo dimenticate vicino ai piloni. le cariche che avevo solo immaginato esistevano veramente. Io le avevo ritrovate durante le mie esplorazioni solitarie e avevo finalmente collegato gli inneschi. Questioni di attimi e il ponte sarebbe esploso.
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Alberto Marcolli
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commento: Stranger than Purgatory

Messaggio da leggere da Alberto Marcolli »

Confesso che mi è difficile formulare un commento elaborato.
Sicuramente andrebbe un po' rivisto in varie parti, partendo da alcuni periodi, come ho visto già segnalato da Giuseppe Gargano, per esempio.
Il finale mi è sembrato affrettato. Si passa dalle manette all'esplosione del ponte, ma non si dice, come mi sarei aspettato, come è andata a finire la faccenda di questa donna; ma è donna poi, o è una trans. Mah.
Per il voto posso tranquillamente aspettare. Il racconto merita e non voglio rovinare la media con un mio voto basso.
Ultima modifica di Alberto Marcolli il 22/12/2025, 21:30, modificato 2 volte in totale.
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Giuseppe Gargano
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Messaggio da leggere da Giuseppe Gargano »

La spirale di follia presente nel racconto è credibile, ma potrebbe guadagnare più forza se approfondita, accennando a ciò che ha spinto l’uomo a isolarsi dal mondo e descrivendo in che modo abbia portato a compimento quella che all'inizio era solo un'idea: distruggere tutto.

Mi piace molto il passaggio in cui si descrive la toponomastica come un saccheggio della Divina Commedia. Forse avrei fatto un’osservazione sul fatto che i progettisti fossero fan di Dante.

I riferimenti storici sono interessanti, mentre non ho compreso bene le indicazioni stradali. Parli di una strada stretta per raggiungere il villaggio, ma poi dici che fare saltare il ponte che lo collega ad un altro lido isolerebbe completamente il protagonista. Forse questo passaggio va chiarito meglio, magari giustificando che la stradina, in inverno è poco praticabile, oppure dicendo che l’isolamento sarebbe “quasi” completo.

Alcune osservazioni sulla sintassi:
“Tornai di corsa al mio appartamento, spostai l'auto nel parcheggio appena fuori al lido e tornai a piedi. Con un ramo staccato cominciai a cancellare le tracce della sua presenza, cercando di rendere la mia abitazione simile alle altre, abbandonate e serrate per l'inverno. Non volevo alcun contatto. Forse non si era ancora accorto della mia presenza.”
Anche se rileggendolo si comprende che le tracce da cancellare sono quelle dell’auto, nel passaggio, la ripetizione del termine “presenza” potrebbe creare confusione su chi sia il soggetto delle due frasi.

"In inverno non c'era altra ragione per percorrerla se non quella di venire (andare? recarsi?) lì".

“Dopo una settimana non sapevo ancora chi fosse il mio chiassoso vicino. Non lo avevo mai incontrato durante le mie camminate in spiaggia e in pineta. Io vivevo di giorno e mi rinchiudevo la sera; lui dormiva tutto il giorno e usciva di notte. Spalancava le finestre e la porta del suo appartamento e mandava la musica al massimo, poi montava sul suo fuoristrada e percorreva a gran velocità i viali del lido”.
In questo passaggio avrei cambiato l’ordine delle frasi per dare “prima” una spiegazione del perché definisci il chiassoso il vicino.

“Aveva saccheggiato il negozio sbarrato di abbigliamento estivo, aspettando manichini e indumenti dimenticati, li aveva messi in posizioni oscene nel mio giardino e appeso slip e costumi ai pini del cortile”.
Cosa intendi per “aspettando manichini e indumenti”?

Anche qui stesso mio errore: manca il sondaggio. Vi ho contagiato tutti con la mia cialtroneria... cialtronaggine... cialtronezza...
Vittorio Felugo
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Messaggio da leggere da Vittorio Felugo »

Cerco di prendere il racconto per quello che è, in apparenza, anche se magari si voleva dire ben altro: un tale cerca di isolarsi al mondo di restarsene in pace, e invece viene braccato e poi imprigionato da un trans infoiato che pare il suo esatto opposto. Questo è probabilmente il contrappasso, la punizione per i suoi peccati? Io l'avrei buttata più sull'ironia, sulla comicità che può generare questa grottesca situazione. Quando ci sarà il sondaggio, deciderò il voto.
Macrelli Piero
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Re: Stranger than Purgatory

Messaggio da leggere da Macrelli Piero »

Forse ho postato la versione non corretta. Verificherò al più presto, ma la storia è quella.
Valeria Rizzi
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Messaggio da leggere da Valeria Rizzi »

Concordo un po' con gli altri. L'inizio è molto dettagliato, descrizioni precise a mio parere, ma non conoscendo la zona in questione non saprei dire e nemmeno immedesimarmi troppo. L'incontro col secondo abitante è ben sviluppato, mi piace il menefreghismo del protagonista e l'apatia su ciò che gli succede, ma il finale è troppo affrettato. Si passa troppo velocemente dal primo incontro, al bacio e poi al rapimento con esplosione finale. Secondo me va approfondita quella parte.
Cristian Pucci
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Iscritto il: 08/06/2025, 12:41

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Messaggio da leggere da Cristian Pucci »

Ho letto il tuo racconto, l'ho trovato particolare e mi ha colpito un tema che ritengo sia di primo piano nella narrazione: la solitudine, che sia cercata o sofferta.
All'inizio della storia ho percepito un senso di malinconia, l'atmosfera l'ho percepita grigia, spenta, quasi sofferente.
Il racconto ha degli spunti interessanti, tra cui l'immaginazione del protagonista condizionata dai luoghi comuni smentita dai fatti.
In realtà la donna soffriva di solitudine e cercava di uscirne in qualche modo, ma anche il protagonista, secondo me, ne soffriva, pur negando a sé stesso la problematica e cercando una via di fuga anche mediante sonniferi. I due personaggi mi sembra che rispecchino due facce della stessa medaglia della solitudine.
Andr60
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Messaggio da leggere da Andr60 »

Il racconto descrive bene il senso di solitudine e malinconia che pervade i protagonisti, due anime alla deriva in un paesaggio desolato. Manca però la motivazione della voce narrante: perché si nasconde da tutto e tutti? Fugge da qualcuno/qualcosa, vuole dimenticare o essere dimenticato? Di solito, in racconti del genere la sorpresa arriva alla fine, ma qui il colpo di scena arriva senza aver svelato il motivo preciso.
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