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voce:
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«Capo, com'è andata oggi?»
«Come vuoi che sia andata? Non cambia mai... Sempre la stessa storia, le stesse modalità... Sto iniziando a stancarmi...»
«Capo, ma se non lo fa lei...»
«Si si... Lo so... Il mondo e tutta l'esistenza andrebbero in malora... Esprimevo solo un pensiero.»
«A volte non ci è concesso nemmeno quello.»
«A chi lo dici...»
Quando avevo qualche attimo di "pausa", per così dire, mi piaceva andare a vedere le nuove anime che si affacciavano alla vita. Ero davvero stanca di assistere solo ai loro ultimi attimi, pieni di dolore, rammarico, sogni infranti o mai realizzati... Quel piccolo momento mi ricaricava: io potevo assistere, nei loro ultimi istanti, a tutto ciò che avevano compiuto sul mondo terreno....
In quel momento stava varcando la soglia del mondo umano una piccola e innocente anima. Alla sua vista avevo già tutte le informazioni di cui necessitavo: il giorno e il modo in cui sarebbe trapassato senza che nessuno potesse impedirlo. Io sapevo tutto, ero la sola ad avere il potere di leggere la loro strada, già delineata. A volte capitava che qualcuno modificasse leggermente il suo destino, prendendolo tra le sue mani e lavorandoci sodo per riuscirci, sacrificando anche ciò che era importante e inestimabile. Quelle povere anime erano sì soddisfatte della loro vita terrena, ma non avevano nessuno al loro fianco quando giungevo da loro. A volte erano i più circondati di persone, ma io, vedendo oltre, sapevo che nessuno era lì davvero per loro. Altri, invece, erano circondati dai loro cari, persone che li amavano davvero, ma arrivavo troppo presto. Mi attribuivano sempre la colpa per tutti coloro che riportavo indietro, come se li avessi spinti verso certi determinati “vizi”, abitudini poco salutari, determinate situazioni… Possedevano il libero arbitrio, ma davano agli altri la colpa delle loro azioni. Quello era ciò che più mi infastidiva del mio lavoro: per loro ero il male da tutti i punti di vista. Io?! Avevo il compito più duro di tutti, ero tronfia di quella responsabilità all'inizio della mia carriera, ma anche io avevo un limite.
Poi c’erano quelli che mi osannavano e non vedevano l’ora che li “raccogliessi”, ma non sapevano della regola non scritta: il desiderio allungava l’attesa. Non ero stata io a crearla, ma qualcuno più in alto di me.
Ero davvero stanca… Volevo qualcosa di più, che facesse riaffiorare la vecchia euforia del passato.
Quando li prendevo per mano e li guidavo verso la loro ultima destinazione, eravamo come due vecchi amici che ricordavano il passato, che si vedevano dopo tanto tempo, col sorriso sul volto, un pensiero fugace ai cari che avevano lasciato e occhi luminosi verso il passo successivo di quella piccola anima che avevo visto crescere nel tempo. Quel tempo così lento per loro, ma così veloce per me.
E, per l’ennesima volta, ero lì che le guardavo affacciarsi a quella vita per me incomprensibile. Assistevo sempre al suo svolgersi, con tutte le relative trame e le sotto-trame, ma non avevo mai sperimentato quell’esperienza.
Ero lì, trasognante, quasi annoiata, quando qualcosa in quel nuovo piccolo bagliore di luce mi attrasse e la seguii fino a destinazione. Quella piccola anima sarebbe nata con una piccola malformazione: non avrebbe mai potuto vedere. La madre, conscia delle sue scelte e di tutte le opzioni a sua disposizione, arbitrariamente le aveva ignorate ed aveva procreato: sarebbe morta, di overdose, quando la creatura che avrebbe dato alla luce avrebbe compito quindici anni, lasciandolo solo coi nonni. Il padre non era nel quadro generale, ma nessuno di loro sapeva che anche lui sarebbe morto dopo due anni: incidente stradale, causato da lui, mentre era alla guida ubriaco. Quel tipo di morte mi rattristava sempre: per colpa di una singola erbaccia andata a male, dovevo mietere un intero raccolto. Non potevo esprimere giudizi o pareri in merito, ma a volte sorridevo quando li prendevo per mano e li portavo giù.
Nei miei attimi di pausa, andavo a controllare quella piccola anima. Seguivo il suo percorso, le restavo accanto, la vedevo compiere i primi passi guidato dai suoi amorevoli nonni: persone meravigliose. Quando incontravo quel tipo di anima, ero contenta di prenderle il più tardi possibile, facendogli godere tutti i momenti che gli venivano concessi. Erano quelle che soffrivano di più, rammaricandosi di tutte le scelte della loro vita, di come avrebbero potuto comportarsi meglio. Quei nonni in particolare, avevano dato alla luce diversi figli, ma una di loro era stata “portata” sulla cattiva strada. Quella figlia sapeva, ma non gli era importato: comportamento recidivo anche con la vita che aveva creato e che aveva sbolognato ai poveri genitori. Il piccolo in questione, maschietto, sano da tutti i punti di vista, ma cieco fino a che non lo avessi preso per mano. Nonostante l’avversità, possedeva un animo gentile e proprio quel particolare mi aveva attratta. Era rara un’anima del genere, ma, per esperienza, sapevo che avrebbe compiuto grandi cose.
Lo osservavo e sentivo qualcosa di caldo nel mio petto… se ne avevo davvero uno. Non sapevo spiegarmelo: io che non possedevo un’anima, sentivo dentro di me qualcosa che mi spingeva a volergli bene. Non mi era permesso farlo, ma non potevo né riuscivo ad impedirne la nascita. Mi piaceva passare del tempo con lui, non potevo parlargli o interagire in qualsiasi modo, ma sorridevo solo in sua presenza.
La notizia della morte della madre lo rattristò, ma solo perché non ne aveva mai avuta davvero una e voleva sapere cosa si provasse ad averla. Triste per i suoi poveri nonni che avevano appreso che la loro povera figlia, cresciuta con tanti sacrifici, aveva buttato all'aria l’unica vita che avrebbe mai avuto.
Il ragazzino, ormai quindicenne, si impegnava sodo in tutto quello che faceva, più degli altri che avevano avuto una vita più “semplice”. Non gli era mai pesato non possedere la vista: non aveva mai provato quell'ebrezza e non riusciva ad immaginare come potesse essere, nemmeno nelle sue più recondite fantasie.
Mentre studiava dai suoi libri con strani simboli che solo lui riusciva a leggere, d’un tratto alzò il capo e si voltò in una direzione in particolare. Io ero seduta al suo fianco, sul letto, accanto alla scrivania, e mi voltai dove stava “guardando”. Non c’era nulla oltre me, solo il muro bianco, e ripresi a guardarlo, ma in quel momento i nostri occhi si incontrarono. Io li avevo visti un’infinità di volte, ma in quel momento, non so come, era lui a vedere me. In me era nata quella sensazione, non so da dove, ma ne ero più che sicura. Mi spaventai… io… In tutta la mia esistenza non era mai successa una cosa del genere, ma dopo pochi istanti il ragazzino tornò a concentrarsi sui suoi studi come se nulla fosse.
Ero sempre con lui per diversi motivi: mi piaceva stare con lui e, in secundis, mi aveva incuriosita quella reazione di qualche giorno prima. Decisi di non rimanergli al fianco, sedendomi sul piccolo armadio che aveva nella stanza da letto, guardandolo dall'alto, quando accadde di nuovo la stessa cosa: i nostri occhi si erano incrociati di nuovo. Istintivamente mi voltai, ma era proprio me che guardava.
«So che sei lì… ti percepisco da che sono nato, ma non so perché da pochi mesi riesco anche a “vederti".»
Mi indicai col dito e lo vidi annuire.
«Davvero mi vedi?»
«Si.»
«E allora, come sono fatta?»
«Non posso vederti come vedrebbe uno con la vista, ma ti vedo a modo mio. Il tuo alone è abbagliante e a volte mi distrai. L’altro giorno, per esempio, eri troppo vicina e non riuscivo a concentrarmi.»
«Ed ora?»
«Mi sentivo “osservato…”»
«Beh… è quello che so far meglio.»
Il ragazzo sorrise abbassando lo sguardo, per poi rialzarlo subito dopo e fissarmi ancora.
«Chi sei?»
«Non lo sai?»
«Si, ma vorrei sapere perché mi segui da tutta la mia vita. Se ho capito il tuo “lavoro”, perché sono ancora qui?»
«Mi piaci.»
«Solo quello?»
«Si. Ci sono altri motivi?»
«Per te si. Ma perché proprio io? Non hai un lavoro sempre pieno?»
«Riesco ad essere in tutti i posti in contemporanea.»
«Una versione alternativa di Babbo Natale.»
«Ma, al contrario suo, io lavoro ogni giorno dell’anno e da molto prima che lui iniziasse.»
Rise di gusto alle mie parole, poi chiuse il libro e si girò completamente verso di me.
«Sei calda e amorevole: mi piaci anche tu.»
Lo conoscevo da quando era una piccola luce prima di giungere tra i mortali, ogni suo aspetto mi era familiare, nessun segreto per me, ma quelle parole mi lasciarono esterrefatta: nessuno mai era riuscito a sorprendermi come aveva fatto lui.
«È la prima volta che qualcuno mi epiteta in quella maniera.»
«Io “vedo” oltre… dovresti saperlo dato che mi segui da tutta la mia vita.»
Chiacchierammo ancora per un po'. Il ragazzino voleva sapere vari aspetti del mio lavoro, ma dopo circa trenta minuti fu chiamato dalla nonna e dovette andare via.
«A presto. So che ti troverò sempre con me.»
Gli feci un cenno con la mano, lo vidi sorridere come se avesse percepito quel gesto, con un piccolo messaggio segreto “sai che sono cieco”. Ero stata una sciocca, ma per un attimo avevo dimenticato la sua condizione.
«Possiamo essere visti?»
«Capo, ma cosa dice? Sa benissimo che solo in punto di morte lei può essere percepita e vista, dovrebbe saperlo benissimo. Come mai questa strana domanda?»
«Oh… nulla in particolare… chiedevo per sicurezza.»
Il mio sottoposto andò via dopo che gli ebbi affidato un piccolo incarico, ma lo fece con aria interrogativa: da tutta l’esistenza non avevo mai posto domande del genere e così stupide alle loro orecchie.
Dalla nostra prima vera interazione, il ragazzo non mi pose mai più domande sul mio lavoro, ma parlavamo come dei vecchi amici, di tutte le cose, di ogni argomento, dai più disparati, creando una bella amicizia. Non mi chiese mai il giorno della sua dipartita, nemmeno quando i suoi nonni morirono a distanza di pochi anni l’uno dall'altro.
«L’importante è che stiano bene e sono di nuovo insieme.»
Fu l’unica cosa che mi disse quando era al cimitero, poco dopo la sepoltura del suo ultimo parente in vita. Aveva degli zii, cugini, altri parenti alla lontana, ma questi non si erano mai interessati a lui ed avevano rimproverato i suoi nonni per aver preso in casa il figlio di quella “degenerata”. Lui non li odiava, ma non voleva un rapporto con qualcuno che aveva trattato male i suoi amatissimi nonni.
Il ragazzino, ormai uomo, aveva trovato lavoro, una casa e viveva una vita soddisfacente. Aveva avuto anche diverse storie d’amore, ma le aveva sempre troncate per primo. All'ennesima, la mia curiosità non poteva essere più tenuta a freno.
«Non era quella giusta.»
Cercavo di argomentare, spiegandogli che non poteva saperlo con sicurezza, che doveva almeno provarci, ma mi fece spallucce ed andò a lavoro.
Il suo buon cuore e il suo buonsenso, lo portarono ad avere un discreto successo nel suo ambiente lavorativo e, anche se cieco, non si faceva intimidire: vedeva oltre, possedendo un sesto senso che gli altri non avevano.
Rifiutò molte donne che volevano intraprendere una relazione con lui e, da quell'ultima di qualche anno prima, non frequentò più nessuna.
La mia maledizione era la conoscenza: sapevo quando sarebbero stati i suoi ultimi istanti e non mancava molto.
«Sei più silenziosa del solito… è successo qualcosa?”
Non sapevo cosa rispondergli: due giorni dopo avrebbe smesso di vivere. Mi dispiaceva più di quanto credevo possibile: per la prima volta avevo davvero vissuto una vita umana, di riflesso, ma l’avevo vista davvero. Non mi ero mai interessata a nessun’anima, prima di lui, facendomi bastare solo il resoconto quando li andavo a prendere, ma la sua vita… non era stata delle più strabilianti, delle più memorabili, ma era la sua ed io l’avevo vista dal primo giorno. Lo avevo visto crescere, affrontare tutte le difficoltà, i pregiudizi, le ragazze che lo snobbavano solo perché cieco, quelle che poi gli davano una possibilità, i parenti che non volevano saperne niente di lui, ma che erano ricomparsi con l’avanzare del suo piccolo successo. Non li aveva allontanati: sapeva di essere solo e tutto quello che aveva costruito sarebbe dovuto andare a qualcuno, prima o poi.
«Ho capito.»
Rispose solo in quella maniera al mio silenzio elucubrante.
Il mattino successivo, appena sveglio, mi guardò seriamente.
«Oggi non mi seguire.»
Da che era nato e da dopo che ebbe preso vera coscienza di me, non mi aveva mai impedito di andargli dietro, tutt’altro: a volte trovava confortante la mia presenza, non sentendosi perennemente solo. Lo conoscevo bene e sapevo perfettamente che era serio come mai lo era stato, ma la mia curiosità era pari alla mia lunga “vita” e lo seguii ugualmente cercando di camuffarmi meglio. Lo vidi entrare nello studio del suo avvocato, ma prima di entrare nello studio, mi fissò.
«Come hai fatto a capire che ero qui?»
«Non te ne sei mai andata, lo so: i tuoi trucchi non funzionano con me.»
«Ed io che pensavo…»
«Lo so, ma ti ho detto di non seguirmi… per favore… è importante per me.»
«Perché? Non ti sei mai lamentato prima.»
«Oggi è diverso… da domani sarà tutto diverso.»
Mi bloccai a quelle parole: sapeva. Sapevo che sapeva, lo avevo capito, ma la sua rassegnazione… non l’avevo mai vista in nessuna anima che avevo preso per mano. Lo lasciai da solo per la prima volta in tutta la sua vita.
«Mi hai aspettata a casa?»
Mi sorrise e mise a posto tutte le sue cose, lasciando diverse buste gialle sul tavolo del soggiorno.
Spirò nel sonno, con me sempre al suo fianco.
«Finalmente mi puoi vedere.»
Si alzò dal letto e mi afferrò la mano: il nostro primo e vero contatto dal primo momento che lo vidi.
«Posso toccarti solo in questa occasione.»
«Mi sembra giusto e normale: non puoi interagire con noi, anche se…»
«Tu sei stato un caso isolato in tutta la mia esistenza.»
«Allora mi posso ritenere fortunato.»
«Ora che puoi vedere, come ti sembra?»
«Nulla di particolare. Io ti ho sempre vista per quello che sei e mi sono innamorato di te dalla prima volta che ti vidi.»
Mi stava fissando come la prima volta che lo fece, sorridendomi, imbarazzato.
«Innamorato?»
«Si. Mi dovresti conoscere: perché non mi sono mai sposato nonostante le diverse spasimanti?»
«Quella è l’unica cosa che non ho mai capito di te.»
«Ora lo sai: io ti amo. Amo te che sei entrata nella mia vita dal mio primo respiro, l’unica che non mi ha mai lasciato, stando sempre al mio fianco, a chiacchierare con me, a tenermi compagnia anche durante la morte delle uniche persone per me importanti e che nessuno ha mai eguagliato. Sei stata al mio fianco sempre e da sempre io ti amo.»
«Ma...»
«Sei colei che ho visto per prima. Vivevo in un mondo buio, normale per me, non sentivo la mancanza della vista o di tutto quello che gli altri descrivevano, ma la tua luce, il tuo calore… Hai dato un senso alla mia vita, dandole luce e ragione di essere vissuta. Ho provato ad amare qualcuno come me, ma volgevo il mio capo sempre verso di te e là ti trovavo, sempre. Sei stata la mia ancora, il mio punto fisso, il mio unico faro. Io so cos'è la luce grazie a te.»
«Non puoi amarmi… non posso amarti…»
«Non mi importa: io l’ho fatto ed è stato meraviglioso.»
Mi sorrise per tutto il tempo, tenendomi e stringendomi la mano. Lo lasciai andare e mi salutò con un cenno.
«Capo… che le succede?»
«Perché?»
«La vedo sempre pensierosa e tra le nuvole… non è mai successa una cosa del genere…»
«Già… è vero… mai.»
Pensai a quello che era successo la sera prima della sua morte… era passato poco tempo dal punto di vista umano, ma infinitesimale dal mio. Andai a curiosare tra le cose che non aveva voluto che vedessi: sapevo dove cercare e lo feci. Spulciai i suoi documenti ed erano solo le sue ultime volontà, ma un piccolo foglio attirò la mia attenzione.
“A te Vita, che sei sempre stata al mio fianco, ti ringrazio dal profondo del mio cuore. Tu, che hai sempre visto la fine di ciò che qualcun altro ha creato, hai prestato estrema attenzione a me, un comune essere umano che non ha nulla di speciale, tutt'altro: mi manca qualcosa e quel qualcosa mi metteva su un gradino più basso rispetto agli altri, ma ho lavorato sodo, lo hai visto e ne vado fiero. Tu che ti sei interessata a me, ti chiedo una cosa estremamente egoista: vivi per una volta come vorresti davvero. Il libero arbitrio colpisce noi umani e non ne siamo degni, ma tu, così buona e meravigliosa, non puoi andare contro le regole che ti hanno imposto. Anche io avrei dovuto vivere in una determinata maniera essendo cieco, ma siamo andati avanti e, qualcuno come me, non è più oggetto di soprusi come lo erano in passato quelli come me: proprio tu dovresti saperlo meglio di tutti noi. Non smettere mai di essere curiosa, amo quell’aspetto di te e, se stai leggendo questa lettera, ti ho già confessato i miei sentimenti. Io ti amo, lo farà qualcun altro dopo di me, fino a che anche tu ti innamorerai e non potrai tornare più indietro. Ti amo, mia cara ed inestimabile, Morte.”
Piangevo. Io, la Morte, piangevo. Non mi era mai capitata una cosa così strana… Lo avevo sempre visto fare agli umani, con tutti i cari di chi prendevo per mano che non smettevano di farlo, ed io, come loro, non smettevo. Nessuno aveva mai detto di amarmi. Mai. Io, colei che era odiata da tempo immemore, avevo qualcuno che mi aveva confessato il suo amore.
«Sei tornata.»
«Si... Ho letto la tua lettera e mi tormenta da quel momento. Sono passati secoli nel tuo mondo mortale, qui invece, dove ti trovi, ti saranno sembrati pochi giorni. Ho pensato e ripensato alle tue parole e sono giunta ad una conclusione: anche io ti amo. Ho visto la tua essenza e mi ha subito affascinata. Non potevo stare lontana da te... Solo ora l'ho capito. La mia esistenza è stata sempre e solo una routine che non è mai cambiata, ma il tuo arrivo ha incrinato la ruota del mio eterno lavoro. Ho impiegato tanto per tornare da te anche per un motivo: senza di me il mondo non può andare avanti e, finalmente, ho trovato la mia sostituta. Io, la ex morte, sono un’anima come tutte le altre ed ho scelto di passare la mia esistenza con te. Ho vissuto come te tantissimo tempo fa e, come piccolo desiderio egoistico, ho chiesto che i miei ricordi non andassero persi, così che, una volta che la mia collega mi avesse afferrato la mano, mi avrebbe condotto da te. Ho fatto male?»
«Ti è piaciuta la vita da mortale?»
«Ha avuto i suoi alti e bassi, ma ho potuto chiamarla vita e ho vissuto fino alla mia vera morte.»
Mi tese la mano: per la seconda volta i ruoli si erano invertiti.
«Sapevo che lo avresti fatto.»
«Ed io sono contenta che una persona magnifica come te, mi conosca davvero.»
Afferrai quella mano tesa, gentile e calda, e non la lasciai più.
Ultima modifica di Valeria Rizzi il 02/01/2026, 18:25, modificato 1 volta in totale.
Una bella storia d'amore metafisica, malinconica, commovente. Magari un po' troppo triste per il periodo natalizio ... Comunque ben scritta, semplice ma profonda, con un lieto fine per i protagonisti. Segnalo solo una piccola svista, ''erano passato poco tempo'', anzichè ''era''.
Mi è piaciuto, voto 4.
Un tema ricorrente, quello dell'essere superiore che per amore rinuncia alla sua eternità.
L'angelo che per amore decide di cadere, la creatura incantata del bosco che per amore rinuncia alla vita eterna e... Morte.
Cosa ci vedranno gli esseri superiori di così straordinario nel nostro libero arbitrio, tanto da invidiarcelo?
Ah, se sapessero che è la più grossa presa per i fondelli dell'esistenza umana!
E' vero, l'eternità può stancare ed è proprio il fatto che la vita finisca a renderla preziosa.
Però... se la morte non ha libero arbitrio... come può stancarsi?
Un racconto intriso dalla malinconia di personaggi smarriti alla ricerca di ciò che, nonostante i loro poteri sovrannaturali, non possono avere.
Ciao, dopo il tuo passaggio sul mio racconto, sono venuta a leggere il tuo e sono rimasta un poco meravigliata in quanto abbiamo trattato il medesimo tema, anche se in maniera differente. Devo dirti che, il tuo argomento, è assai simile ai già letti o visti, come: "Il cielo sopra Berlino", film stupendo, a mio parere, anche se lì i protagonisti erano solo angeli non mortiferi, la sostanza, però, è piuttosto simile (un angelo che si innamora e va a vivere sulla terra, perdendo quindi l'immortalità). Ho trovato un poco forzate alcune tue affermazioni, come ad esempio: "in secundis", come pure, quando fai dire alla morte, durante il dialogo con il ragazzino: "è la prima volta che qualcuno mi EPITETA in quella maniera" Epiteta??? difficile immaginare il termine da te usato in un dialogo confidenziale; non era meglio scrivere mi definisce? o altro vocabolo più semplice? Inoltre, dovresti rivedere la frase: "il piccolo, maschietto, ..." ; è ovvio che sia maschietto, se dici "il piccolo" al maschile. Quindi, o scrivi solo "Il piccolo" o solo "il maschietto". Ci sono anche diverse ripetizioni di vocaboli ravvicinate, senza contare le troppe, davvero troppe, parole virgolettate. Aggiungo di aver trovato pesante, e assai "bacchettone", il giudizio espresso sulla madre del ragazzino: "La madre, conscia delle sue scelte e di tutte le opzioni a sua disposizione, arbitrariamente le aveva ignorate ed aveva procreato". Secondo me, la descrizione di quella povera madre è priva della benché minima empatia, anche se, ovviamente, e soprattutto, era un'anima persa. Beh certo, capisco, se invece avesse abortito, come mi pare di capire che avresti suggerito, il tuo racconto, assai prolisso, non avrebbe potuto proseguire. A rileggerci, ciao
"La spina infinita" è stato scritto quasi vent'anni fa, quando svolgevo il mio servizio militare obbligatorio, la cosiddetta "naja". In origine era una raccolta di lettere, poi pian piano ho integrato il tutto cercando di dare un senso all'intera opera. Quasi tutto il racconto analizza il servizio di leva, e si chiude con una riflessione, aggiunta recentemente, che riconsidera il tema trattato da un punto di vista più realistico e maturo. Di Mario Stallone A cura di Massimo Baglione.
Nota:questo libro non proviene dai nostri concorsi ma è opera di uno o più soci fondatori dell'Associazione culturale.
Museo letterario
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