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voce:
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1.
Il giornalismo è stato da sempre la mia passione, fin dall’infanzia; se i miei coetanei stravedevano per calciatori e cantanti, io non mi perdevo un telegiornale o un reportage.
Conoscevo i cosiddetti “mezzi busti” uno per uno, tanto che spesso venivo preso in giro per quella che sembrava una manìa, anche se innocente.
In seguito, con l’adolescenza questa fissa mi era venuta meno, e dopo il diploma mi ero iscritto a Scienze Politiche. Conseguita la laurea, però, sorgeva il problema di trovarmi un lavoro.
Figuratevi quindi la mia gioia nello scoprire che la Unione Continentale sponsorizzava dei master in giornalismo audiovisivo certificato in tutti i Paesi dell’Unione, con posti limitati a chi avesse superato un esame di ammissione.
Ovviamente mi sono rituffato nello studio, e dopo due mesi duri ma produttivi sono riuscito a raggiungere una preparazione sufficiente a passare quell’esame!
Ora sono qui, al mio primo giorno di master, insieme a tanti miei coetanei – i posti erano in tutto cinquanta – dallo sguardo smarrito ma speranzoso. Che emozione!
2.
All’appello sento cognomi conosciuti, e stento a crederci: il figlio di Certana, la nipote di Scarafoni, la figlia di Terzigli saranno i miei compagni di studi, è incredibile!
Questo è un indicatore del livello di eccellenza del master, e di riflesso è anche una ventata di ottimismo per le prospettive future di chi uscirà con il titolo.
Dopo la presentazione di tutti, ecco arrivare il direttore del master: Nathan Sadman, con la doppia nazionalità di Pulcheria e Stati Uniti di Terica, il che ci rassicura anche sul taglio internazionale che verrà dato al master, non limitato al proprio orticello ma aperto sul mondo, come si conviene per chi si deve occupare di notizie provenienti da ogni parte del globo, sapendo che non dappertutto – anzi, solo in poche zone privilegiate – ci sono media attenti al bene comune e alla democrazia.
Con quel suo accento curioso che lo fa prendere subito in simpatia, Sadman ci spiega che, al termine del master, noi saremo l’avanguardia delle nostre nazioni – la Pulcheria, nel nostro caso – quindi un esempio di trasparenza e di inclusività. È anche vero che andremo sul sicuro, visto che avremo, come scudo, l’obbligo di certificazione delle notizie.
In altre parole, la nostra sola presenza sarà un esempio vivente di verità. Una grande responsabilità, ma anche un privilegio riservato a pochi.
3.
Gli insegnamenti veri e propri iniziano però subito dopo, ed è a quel punto che faccio la conoscenza del professore che passerà la maggior parte del tempo con noi, essendo l’insegnante di Comunicazione.
Il professor Tazzi ci fa uscire tutti sul retro dell’edificio e ci ordina di metterci in fila, cinque file da dieci, e ci passa in rassegna, squadrando chiunque da capo a piedi.
E, se c’è qualcosa che non gli garba, non lesinando commenti anche piuttosto crudeli, del tipo: - Sei vestito come uno straccione, da domani in giacca e cravatta.
- Ma, professore, io ho solo magliette… - risponde il malcapitato.
Tazzi si avvicina fin quasi a sfiorargli il naso, e replica, perentorio: - Da domani in giacca e cravatta, altrimenti non entri in aula. È chiaro? - la domanda è fatta con un tono più alto, e aspetta la risposta.
Lo studente, arrivato dal Sud dopo un viaggio estenuante, dice: - Sì, è chiaro.
- Sì, è chiaro e poi?
- Sì, è chiaro, professore.
Con una smorfia, Tazzi procede, mi passa davanti e si ferma accanto a una ragazza; la osserva attentamente, mettendola in imbarazzo, infatti lei distoglie lo sguardo. Tazzi se ne accorge, e fa: - Perché ti sei girata? Te l’ho chiesto io?
- No, professore. Però mi stava fissando, e io…
Allora Tazzi le si mette di fianco e, parlando ad alta voce vicino al suo orecchio, dice: - Abbassare lo sguardo è segno di debolezza, o di qualcosa che si ha da nascondere. Quando starai di fronte alla telecamera, dovrai avere sguardo fisso e sicuro di sé. È chiaro?
- Sì, professore.
- Non ho sentito bene.
- Sì, professore!
Arrivato all’ultima fila, Tazzi si concentra su uno studente pallido e gracile: - E tu, da dove arrivi?
- Sono nato qui a Salano, professore. - risponde il giovane, timidamente.
- Sì, ma sei sempre vissuto in una cantina, però. - il commento di Tazzi viene accolto da alcune risatine sommesse.
Poi il docente gli va alle spalle e nota qualcosa spuntare dalla tasca posteriore dei pantaloni: - E questo, cos’è?
- Un libro che stavo leggendo sulla metro.
- Mmm…, vediamo: Siddharta, nientemeno. Abbiamo un intellettuale tra noi, ma bene! - così dicendo, prende il libriccino e non lo restituisce al ragazzo.
- Ma… professore, il libro. - protesta lo studente, sommessamente.
Tazzi gli si avvicina come ormai siamo abituati, e fa: - Non sai che è severamente proibito leggere materiale estraneo alla scuola del master? Non te l’ha detto nessuno?
- Beh, forse sì, ma non pensavo che…
Tazzi si erge in tutta la sua statura di un metro e novanta, e sentenzia: - Che non si ripeta più. Il prossimo beccato con materiale proibito verrà ammonito, e alla seconda infrazione sarà espulso con effetto immediato. È chiaro?
- Sì, professore. - ripetiamo in coro.
- Non ho sentito bene.
- Sì, professore!
4.
Il corso è di tre mesi, ed è molto duro: al mattino varie lezioni di storia nazionale e internazionale, teorie politiche e sociologia, mentre il pomeriggio è dedicato al laboratorio.
Se al mattino abbiamo molti docenti, al pomeriggio ne abbiamo solo uno: Tazzi.
Non ci vuole molto per capire che l’esito dell’esame finale dipenderà da lui, dall’impressione che ogni studente gli avrà fatto. A giudicare dalle sue espressioni quando ciascuno di noi si mette davanti alla telecamera per la prova di telegenia, nessuno di noi vedrà il tanto agognato diploma. Ma poi, mi dico che è il mio solito pessimismo.
Ho notato che Tazzi sembra particolarmente gentile con Ivana Scarafoni, ma sarà senz’altro solo una mia impressione.
Intanto, Capicchio – lo studente venuto dal Sud, che si era presentato in maglietta e jeans – è arrivato in giacca e cravatta, ma Tazzi non trova di meglio che apostrofarlo così: - Abbigliamento da grandi magazzini, in liquidazione, e neanche stirato bene. Ti chiamerò Sgualcito, da oggi.
- Sì, professore!
Invece al lettore impegnato va pure peggio, pare che Tazzi lo abbia preso di mira. Quando arriva il suo turno, di imitare lo stile del tg, il docente lo interrompe continuamente: - La tua dizione fa schifo, dove hai fatto le scuole elementari, in Curundi, in Maltropia?
Lo studente, punto sul vivo, risponde: - No, professore. Le ho fatte qui, io sono nato a Salano.
- Me l’hai già detto, ma non ti credo, Siddharta. Forse te lo sei sognato mentre stavi in meditazione – e sento risolini in sottofondo – oppure ti hanno dato la licenza media per corrispondenza. – e qui sento ridere il figlio di Certana.
Anche Tazzi si volta ma, quando vede l’autore della risata, fa finta di nulla e continua a esaminare senza pietà la prova di telegiornalismo di Giuseppe Vergani, alias Siddharta.
Quanto a me, la prova va avanti tranquilla, Tazzi aggiunge solo che “dovrei essere meno ingessato”: facile a dirsi, difficile vincere la mia normale ritrosia.
Quando arriva il turno di una ragazza minuta e dalla voce flebile, Tazzi la blocca: - Non stai recitando il rosario, stai dando delle notizie delle quali sei sicura della esattezza e della provenienza. Tu sei la guida, il faro nella notte buia, l'unico argine contro il caos indotto dalle fake news. Adesso ricomincia.
La ragazza prende un bel respiro, e continua come prima, forse un tono di mezzo decibel più alto.
Tazzi le si avvicina: - Come ti chiami, cara?
- Maria Savati, professore.
- E da dove vieni?
- Da Trieste, professore.
- Bene, Maria Savati da Trieste. D'ora in poi ti chiamerò Tristina. Avanti il prossimo!
5.
La professoressa Conciarelli è la docente della materia “Fake news” ed è l'insegnante più importante della sessione mattutina: per giornalisti in erba come noi è vitale iniziare a distinguere le notizie vere dalle falsità, propalate dai nostri nemici interni ed esterni.
La Conciarelli dice di prestare attenzione particolare a certi equivoci personaggi, che per fortuna non trovano spazio nei media tradizionali ma che purtroppo infestano il web; secondo lei, questi figuri sono da evitare come la peste, essendo la quinta colonna della Trussia o del Matai.
Sgualcito fa notare che spesso alcuni di loro sembrano maggiormente informati dei giornalisti più famosi; la docente, dopo aver segnato qualcosa sul registro, risponde che questa è la prova della loro malafede, essendo chiaro che le notizie che i disinformatori danno nei loro blog provengono per l'appunto dai Servizi dei Paesi nemici.
Conciarelli poi ci fa vedere un elenco di questi disinformatori e ci invita a impararlo a memoria, avvertendoci che esso è provvisorio in quanto nomi nuovi se ne aggiungono ogni mese.
Per questo, diventa vitale l'Organo di controllo della Unione, formato dai migliori giornalisti di ciascun Paese membro, che ha l'incarico di controllare, con la supervisione del personale militare, la divulgazione di notizie definite “sensibili”.
- Ma allora qual è il nostro compito? Soltanto consultare i rapporti di questo Organo per stabilire cosa bisogna dire? Non è un po' troppo limitante? - Siddharta ha alzato il ditino e formulato la domanda, senza nemmeno aspettare il permesso della docente.
- Limitante? Egregio Signor... scusi, ho dimenticato il suo nome.
- Siddharta, ormai mi chiamano tutti così. - risponde, rassegnato, il Vergani.
- Ah, va bene, Siddharta. Dicevo che non è affatto una limitazione anzi, il contrario. Solo così, attingendo direttamente alla fonte primaria, avrete la certezza di non prendere in giro nessuno, con i vostri servizi.
- Sì, ma... se, per esempio, chiediamo in giro, facciamo interviste e scopriamo che ciò che abbiamo appena affermato è falso? - ribatte stavolta la ragazza di Trieste, che sembra aver superato d'un colpo la sua timidezza.
Gli occhi di Conciarelli si riducono a due fessure e mormora, a denti stretti: - L'Organo continentale serve a dare certezze, non dubbi. La sua funzione è di rinchiudere la notizia vera in uno scrigno a prova di bomba, inespugnabile. Un full metal pocket, se così mi posso esprimere.
Poi scrive qualcosa sul registro, e in quel momento suona la campanella della fine della lezione.
6.
Poco prima dell’esame finale, scoppia la bomba: sotto il materasso di Siddharta viene rinvenuto un altro libro, estraneo al materiale didattico anzi, decisamente eversivo: “La fabbrica del consenso”, scritto da due tizi tericani che odiano la propria patria.
Tazzi lo tocca come se fosse materiale infetto, e metaforicamente lo è: - Con questo, caro Siddharta, ti sei giocato la permanenza al master. Sei espulso con effetto immediato.
- Ma professore… quel libro non è mio, non so come abbia fatto a trovarsi lì. - Vergani cerca di giustificarsi, invano.
Non incontra molta solidarietà fra di noi, del resto era chiaro fin dal principo che è una testa calda.
Quando prepara i bagagli, lo sento rimuginare tra sé: i miei ci contavano, non posso deluderli così, devo fare qualcosa.
Mentre la classe è impegnata nella sua attività pomeridiana – stavolta Tazzi esamina i nostri tic involontari, che possono rivelare aspetti delle nostre personalità che vorremmo tenere nascosti – dalla portineria arrivano voci concitate: - È sul tetto, si vuole buttare!
- Che succede? - esclama Tazzi, visibilmente infastidito.
- C’è un ragazzo in cima all’edificio, in piedi vicino al cornicione. - dice uno dei custodi.
Usciamo tutti in cortile: Vergani-Siddharta è lassù, non sembra interessato al panorama.
Quando vede Tazzi, egli esclama: - Se non mi riprendete, mi butto di sotto.
- Siddharta, non esagerare. - fa il professore, - Avrai altre occasioni, altri corsi. - il docente cerca di rassicurarlo, ma dal tono è evidente che non ci crede lui per primo.
Vergani avanza coi piedi sull’orlo del precipizio, ed esclama: - Non sto scherzando, mi butto davvero. Non posso tornare a casa come un fallito.
- Beh, allora sai che ti dico? Potevi pensarci prima. - Tazzi non fa nulla per nascondere la propria irritazione.
- Quel libro non era mio, io sono innocente. - ribadisce il giovane.
- Se è così ne possiamo parlare, ma adesso scendi da lì. - Tazzi cerca di essere più conciliante.
- Scendo se mi promette solennemente di cambiare la regola e di sospendere l’espulsione.
Tazzi esita, poi annuncia: - Ne parlerò con Sadman, faremo una riunione del comitato direttivo e vedremo che si può fare.
- Va bene, d’accordo. - replica Siddharta, che però, nel tentativo di girarsi, inciampa e perde l’equilibrio.
Un fremito di orrore ci percorre tutti, qualcuno distoglie lo sguardo e non vede il corpo di Siddharta sfracellarsi sul selciato.
- Tornate in classe, rimarrò io qui, in attesa della Polizia. - annuncia Tazzi, e stavolta pare davvero dispiaciuto.
Oppure no: mentre rientriamo mesti nell’edificio, lo vedo attaccarsi al cellulare e discutere animatamente con qualcuno, e riesco a intercettare frammenti di frasi, come “mettere a tacere” e “insabbiare, con prudenza”.
7.
L’accaduto ci ha indubbiamente turbato, però ha insegnato – almeno a me, ma credo anche a molti dei miei compagni di corso – che non bisogna sottovalutare i segnali d’allarme, le dissonanze; se qualcuno canta fuori dal coro, occorre controllarlo con attenzione, poiché diventa un elemento disturbante e, alla lunga, pericoloso.
Il saggio di fine corso, che consiste in un’intervista fittizia a un politico e in un mini-telegiornale, viene superato da tutti, anche se con punteggi variabili.
Certana, Scarafoni e Terzigli hanno il massimo dei voti – cosa di cui nessuno poteva dubitare, avendo esempi così illustri in famiglia – gli altri, me compreso, escono con giudizi buoni mentre Sgualcito e Tristina appena sufficienti.
Subito dopo la fine della prova, alla ragazza triestina viene offerto un posto nelle previsioni del tempo del tiggì regionale; lei storce il naso ma accetta.
Con mia grande sorpresa, Tazzi si avvicina e mi sussurra: - Dalla TAI mi hanno chiesto di fare il nome di un elemento promettente, e io ho fatto il tuo, Giò.
- Davvero? Nonostante che, nella prova dello speaker, traspaia la mia paura di stare sbagliando, la mia ansia, causata dall’incertezza sulle notizie che stavo dando? - gli ricordo il giudizio che egli mi aveva comunicato, al termine della lezione.
- Sei ancora giovane, hai tempo per affinare la tecnica di estraniamento. - mi dice, dandomi una pacca sulla spalla.
8.
Inviato di guerra, ciò che ho sempre desiderato. Leonardo Giocatto, ormai per tutti Giò, pronto a gettarsi nella mischia!
Ecco Artusi, il decano degli inviati sul campo, che ora scrive per la Stampubblica della Sera; m'invita a bere una vodka e mi presenta ai colleghi delle altre testate continentali.
Sorrisi e strette di mano, anche se uno di loro, sottovoce, mi fa: - Questo è un posto pulcioso, prima te ne vai, meglio sarà per te.
Dopo qualche giorno capisco cosa intendeva, l'offensiva trussa è devastante e l'esercito tomaino è davvero in grande difficoltà.
Si vocifera di un possibile accordo di cessate il fuoco, una specie di armistizio; Artusi, appena lo viene a sapere, va su tutte le furie: - Ma come, allora siamo venuti qui per niente? Il mio direttore voleva delle interviste, da inserire nel data base dell'Organo di controllo, ma così...
- Perché ci sarebbero difficoltà? - chiedo io , ingenuamente.
Blatta, il vice di Scarafoni a “Uscio a uscio” e mio supervisore della TAI, mi dà una leggera gomitata per impedirmi di continuare ma Artusi gli fa segno di lasciar perdere, come a dire “è solo un ragazzo”, e poi mi spiega: - Le impressioni migliori si ricavano dalla linea del fronte o immediate vicinanze, però se i Trussi avanzano velocemente, l'esercito tomaino non può assicurarci la sua protezione. Quindi siamo costretti a rimanere tappati in albergo, a centinaia di chilometri dalle azioni di guerra.
Io obietto di aver visto decine di film – i miei preferiti – nei quali inviati intrepidi schivavano le pallottole per scattare fotografie diventate storiche, ma Blatta mi dà un'altra gomitata, e stavolta mi fa davvero male.
Artusi finge di non vedere e afferma: - Non è più così da un pezzo, ora gli inviati sono al seguito dei rispettivi eserciti, e se non seguono le direttive possono anche fare le valigie.
In serata viene confermata la voce di una tregua di sette giorni, e Artusi appare molto deluso: - Ora scommetto che troveranno un accordo, e tanti saluti.
Ci ritiriamo nelle rispettive stanze – l'hotel non è un cinque stelle, però rispetto a dove dormono i soldati è un paradiso – ma nel cuore della notte vengo svegliato da qualcuno che bussa.
Mi alzo assonnato, e alla porta c'è Blatta: - Si vesta, faccia in fretta. Si porti la macchina fotografica.
Eseguo ed esco, ancora intontito.
Blatta mi presenta a un tipo: - Questo è il capitano Olenko; parla il pulcheriano, le spiegherà tutto. Arrivederci. - e mi lascia lì, in compagnia di un armadio in mimetica.
- Buongiorno, mi scusi l'ora ma deve venire con noi. - mi fa, con cortese fermezza ma, almeno, in un pulcheriano comprensibile.
Capisco l'antifona e non obietto; saliamo su una jeep e, dopo oltre un'ora di viaggio, arriviamo in un villaggio, alle prime luci dell'alba.
- Eccoci qua. – annuncia Olenko.
- Dove siamo?
- A Sucha, al confine tra due province tomaine.
- E che ci facciamo qui? - sono già stanco, non ho nemmeno fatto colazione.
Il capitano non risponde, sembra che stia aspettando qualcosa; dopo qualche minuto, si sente il rumore di un motore in lontananza. Quando si avvicina, vedo che si tratta di un camion militare.
Parcheggia dietro la jeep, e ne scendono tre soldati; Olenko chiede loro qualcosa, e loro rispondono: - Da.
Poi vanno dietro e scoprono il telone. Io li seguo, e … noto con orrore che all'interno sono ammassati dei cadaveri di uomini e donne. Hanno tutti un foro di proiettile in testa.
- Cosa diavolo significa tutto questo? – chiedo, a voce alta.
Olenko ha altro da fare, dà gli ordini: i soldati prendono i cadaveri e li dispongono ai lati della strada principale della cittadina.
Poi uno di loro va nel camion, e se ne esce con dei rotoli di nastro isolante, col quale lega le mani dei cadaveri, dopo averle messe dietro le loro schiene.
Olenko mi prende per un braccio, e mi fa: - Adesso puoi fare le foto. Fai anche un breve filmato col tuo cellulare, ma senza riprendere le nostre facce.
Io eseguo diligentemente, apprezzando il fatto di essere a stomaco vuoto. Dopo un po’ gli chiedo: - Dove sono morte tutte queste persone?
- Che domanda, in Tomaina, naturalmente. - risponde lui con un largo sorriso che, chissà perché, mi mette i brividi.
9.
Scarafoni presenta come sempre il suo programma, ma stasera c’è uno special dedicato tutto allo scoop del suo collaboratore Blatta. A quanto pare, i Trussi l’hanno fatta fuori del vaso: ritirandosi in seguito alla contro-offensiva tomaina, hanno compiuto un massacro di civili.
- Ma noi eravamo là, a testimoniare per voi questa barbarie, con prove inconfutabili, grazie ai nostri valorosi inviati sul posto. - così ci presenta Scarafoni.
Blatta e io siamo invitati ad accomodarci sulle poltrone in studio, e a raccontare i fatti. Il mio supervisore prende la parola e comunque dà correttamente a me la paternità delle foto e del filmato, a “un giovane di sicuro avvenire” come tiene a sottolineare.
Poi passa il microfono al sottoscritto, che precedentemente era stato invitato a – come dire? -- addomesticare gli avvenimenti: era troppo importante interrompere la tregua, mi era stato spiegato, e io sono stato ben felice di collaborare.
In seguito, a Blatta è stato affidato un programma tutto suo su TAI2, mentre io continuo a fare l’inviato per Scarafoni.
La guerra continua, con soddisfazione di tutti; forse viviamo in un mondo di merda, però io sono vivo, e non ho più paura.
Bellissimo racconto, una non troppo velata presa in giro del mondo del giornalismo, con tutte le sue storture. E so di che parlo, visto che sono stato, o forse lo sono ancora, giornalista per oltre vent'anni. Ho trovato molto simpatici i nomi fittizi dei vari paesi, anch'io lo faccio di tanto in tanto nei miei racconti. Il severissimo Tazzi ruba la scena, con i suoi commenti sprezzanti e i soprannomi che affibbia agli studenti. Poi, naturalmente, i posti migliori vanno ai figli di. …
Voto 5, sicuramente,
Caro Vittorio, ti ringrazio per l'apprezzamento; il racconto è una specie di parodia del film di Kubrick, tenendo conto che, oggi, i giornalisti sono dei veri soldati che combattono in prima linea... contro di noi.
Saluti
Buon giorno.
Stavo per scrivere anche io un racconto sul giornalismo. Lo farò in una prossima gara.
Mi è piaciuto il tuo racconto: ironico e una bella rilettura del mitico film di Kubrik.
Non mi pare ci siano grossi errori e ne esce un racconto apprezzabile sotto diversi punti di vista. Non male davvero!
Ti ringrazio per l' apprezzamento. Ormai nel libero occidente fare domande scomode è diventato pericoloso: magari non vieni fatto fuori (per ora), ma se vuoi fare carriera è meglio se tieni a freno la lingua e la usi con un'abbondante dose di saliva.
Saluti
Racconto che si lascia leggere e, nonostante il suo sogno sia di essere un anchor man, si lascia travolgere da come la notizia deve essere detta e soprattutto come nasce. Anche lui diventa parte di un sistema "corrotto" e pilotato dove non si riesce più a distinguere la notizia vera da quella falsa in questo mondo dove le visualizzazioni contano più della verità.
Buongiorno, durante la lettura, il tuo racconto mi ha strappato un sorriso, ma in alcuni punti mi ha anche intristito quando ho pensato alle vere tragedie che accadono nel mondo.
Non hai specificato con quale grado i personaggi escono dall'accademia militare di giornalismo o se affrontano qualche corso di paracadutismo per documentare "al volo" gli eventi
Comunque è un bel racconto e fa riflettere sulle brutture del mondo.
Alla fine del corso, gli studenti ricevono il diploma di master certificato, quindi il loro "grado" potrebbe essere quello di giornalisti col bollino blu a dodici stelle, il passepartout per rifilare tutte le migliori fake news col sorriso sulle labbra e le tasche piene
Grazie del commento, saluti
Un racconto molto avvincente per il clima distopico e la realtà (non troppo) alternativa in cui è ambientato.
I riferimenti all'opera cui è ispirato sono ben chiari anche nel racconto, non solo nel titolo, dove è palese.
Il tono complottistico, invece, lo rende un po' meno gradevole ai miei occhi: avrei preferito che si sottolineassero l'arrivismo, la fame di scoop, la superficialità e l'ignoranza (per non dire analfabetismo) di certe figure che si spacciano per giornalisti.
Secondo me la maggior parte delle notizie false viene da questo, piuttosto che del ruolo di marionetta in mano al potente di turno.
L'ignoranza non è indispensabile, però aiuta I migliori burattini sono quelli più inconsapevoli, però quelli che fanno carriera sono i "giornalisti" venduti/comprati, soprattutto quelli in valuta pregiata.
Saluti
È il giorno dell'inaugurazione di un supermercato, uno davvero grande, uno iper, uno dei tanti che avrete voi stessi frequentato e arricchito. Durante questa giornata di festa e di aggregazione sociale, qualcuno leggerà un dattiloscritto ancora inedito il cui contenuto trasformerà l'impossibile in normalità. "...come se dal cielo fosse calata la mano divina di un Dio stanco e dispiaciuto dei propri errori, o come se tutte le altre grandi divinità finora inventate dal Genere umano per compensare la propria inconsapevole ignoranza tribale e medievale verso i misteri della Natura e della Vita, si rivoltassero ai propri Creatori e decidessero di governare le loro fantasie". La storia è leggermente erotica, vagamente fantasy, macchiata di horror e forse un po' comica. Di Massimo Baglione.
Nota:questo libro non proviene dai nostri concorsi ma è opera di uno o più soci fondatori dell'Associazione culturale.
Luna 69-19
antologia di opere ispirate al concetto di "Luna" e dedicata al 50° anniversario della storica missione dell'Apollo 11
Il 20 luglio 1969 è la data che segna per sempre il momento in cui il primo essere umano ha posato per la prima volta i piedi sul suolo lunare. Quel giorno una parte di voi era d'avanti ai televisori in trepidante attesa del touch-down del lander, altri erano troppo piccoli per ricordarselo e altri ancora non erano neppure nati, tuttavia ne siamo stati tutti coinvolti in molteplici maniere. A cura di Massimo Baglione.
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