La Fame che cammina nella neve

Spazio dedicato alla Gara stagionale d'inverno 2025/2026.

Sondaggio

1 - non mi piace affatto
0
Nessun voto
2 - mi piace pochino
0
Nessun voto
3 - si lascia leggere
0
Nessun voto
4 - mi piace
1
17%
5 - mi piace tantissimo
5
83%
 
Voti totali: 6

Bakakitsune
rank (info):
Foglio bianco
Messaggi: 2
Iscritto il: 02/07/2013, 22:01

Author's data

La Fame che cammina nella neve

Messaggio da leggere da Bakakitsune »

leggi documento Spiacente ma, in questo browser, la lettura a voce non funziona.

La Fame che Cammina nella Neve

La tempesta non arrivò.
Si riversò.
Come se il cielo si fosse inclinato di colpo e tutto il freddo accumulato nei mesi precedenti fosse precipitato sulla terra in un’unica, lenta caduta bianca.
Elian stava seguendo le impronte di un cervo quando accadde.
Un istante prima riusciva ancora a distinguere il profilo degli alberi, il successivo ogni forma si sciolse in un’unica parete lattiginosa.
Il vento si alzò in un respiro profondo e continuo, come se la foresta stessa avesse deciso di espellere chiunque non le appartenesse.
Il freddo non entrò subito nelle ossa.
Entrò prima nei pensieri.
Cominciò come un dubbio leggero: Sono davvero nella direzione giusta?
Poi diventò una sensazione più pesante: Forse dovrei fermarmi.
Infine si trasformò in un sussurro interiore pericoloso: Sedersi non sarebbe così male.
Elian sapeva che quella era la voce della morte.
Aveva sentito racconti su uomini trovati nella neve con un’espressione serena sul volto, come se si fossero addormentati in pace.
Ma la pace dell’inverno era una bugia gentile: prima ti toglieva il dolore, poi ti toglieva tutto il resto.
Continuò a camminare, anche quando le gambe cominciarono a muoversi più per memoria che per volontà.
Il vento gli strappava il respiro dalla bocca, lo riempiva di aghi invisibili che bruciavano nella gola.
Provò a gridare, ma il suono si dissolse immediatamente, divorato dalla bufera come una scintilla in mare aperto.
Fu allora che sentì la voce.
Non proveniva da un punto preciso.
Sembrava nascere dentro il vento stesso.
— Non fermarti.
Elian si bloccò.
Il cuore gli balzò nel petto con una violenza improvvisa, come se avesse cercato di fuggire dal suo stesso corpo.
— Segui le mie orme… se vuoi vedere l’alba.
Non era una voce umana.
Ma non era neanche completamente disumana.
C’era qualcosa di spezzato in ogni parola, come se chi parlava avesse dimenticato da tempo il ritmo naturale della lingua.
Come se stesse usando suoni che non gli appartenevano più.
Elian si guardò intorno, ma vide solo neve che cadeva di lato, spinta dal vento come una marea ostile.
Poi, davanti a lui, comparvero le impronte.
Lunghe.
Troppo lunghe per essere quelle di un uomo normale.
Eppure, in mezzo all’inverno, tra la morte certa e una speranza impossibile, Elian fece l’unica scelta che poteva fare.
Seguì.
Camminò dietro quelle orme per quello che sembrò un tempo irreale.
Il mondo si ridusse a pochi elementi essenziali: bianco, vento, respiro.
Tutto il resto si spense lentamente.
A un certo punto cominciò a sentire cose che forse non esistevano.
Passi dietro di lui.
Respiri che non coincidevano con i suoi.
Un battito lontano, come un cuore sepolto sotto metri di ghiaccio.
Non si voltò.
Voltarsi significava ammettere la paura.
E in quel luogo la paura era un lusso che non poteva permettersi.
Quando vide la capanna, pensò che fosse un’allucinazione.
Era bassa, scura, mezza inghiottita dalla neve.
Le assi del legno erano gonfie d’umidità, il tetto piegato come la schiena di un vecchio stanco.
Non sembrava un rifugio: sembrava il resto di qualcosa che l’inverno aveva deciso di non distruggere del tutto, per puro dispetto.
Elian spinse la porta.
Il cigolio fu lungo, doloroso, come un lamento trattenuto troppo a lungo.
L’odore lo colpì subito: fumo antico, legno marcio… e qualcosa di più profondo, più amaro.
Un odore che non seppe definire, ma che fece scattare dentro di lui un istinto primitivo: attenzione.
Poi lo vide.
Stava in piedi accanto alla parete opposta.
Era alto.
Troppo alto.
Le spalle curve, le braccia lunghe che pendevano in modo innaturale.
La pelle tirata sulle ossa come se il corpo fosse stato svuotato dall’interno.
Non sembrava carne viva, ma qualcosa che il freddo aveva seccato, conservato, reso eterno nella sua sofferenza.
Il volto non aveva lineamenti precisi.
Sembrava modellato dal gelo più che dal tempo.
Ma gli occhi…
Gli occhi non erano quelli di una bestia.
Erano quelli di qualcuno che aveva visto troppo e non voleva più vedere niente.
— Sei entrato nel posto sbagliato — disse la creatura.
La voce era la stessa del vento.
Elian fece un passo indietro e urtò contro il muro.
Il legno freddo gli penetrò attraverso il mantello come una mano morta.
— Ti prego… — sussurrò. — Non…
— Se volessi farti del male — lo interruppe la creatura — non saresti qui a chiedere pietà.
Il silenzio che seguì fu più pesante della tempesta fuori.
Non era un silenzio vuoto.
Era un silenzio carico di cose non dette.
Quella notte, Elian non dormì.
La creatura si muoveva nella capanna con un’andatura irregolare.
A volte restava immobile per minuti interi, come una statua di ghiaccio.
Altre volte camminava avanti e indietro, come un animale in gabbia che non ricordava più cosa fosse la libertà.
Il vento fischiava tra le assi della capanna, infilando dita gelide in ogni fessura. Il freddo non se ne andava mai davvero.
Si limitava a spostarsi, a cambiare posto, come un ospite indesiderato che non puoi cacciare.
— Sei tu che mi hai parlato? — chiese Elian, la voce roca.
— Sì.
— Perché mi hai aiutato?
La creatura abbassò lo sguardo verso le proprie mani. Lunghe.
Nere in alcuni punti, come se la carne fosse stata consumata dal gelo.
— Perché non avevo la forza di fare altro.
Elian sentì un nodo stringergli lo stomaco.
— Chi… cosa sei?
La creatura inspirò lentamente.
Sembrava che anche respirare fosse un atto doloroso.
— Una volta avevo un nome.
Adesso ho solo una leggenda.
Voi mi chiamate Wendigo.
La parola sembrò congelare l’aria.
Elian conosceva le storie.
Tutti le conoscevano.
Il Wendigo era ciò che nasceva quando la fame superava ogni limite.
Quando un uomo compiva l’irreparabile per restare in vita.
Quando il corpo rimaneva umano, ma l’anima diventava qualcos’altro.
— Allora perché sono ancora vivo? — chiese Elian.
Il Wendigo si sedette lentamente accanto al focolare spento.
— Perché ogni volta che uccido… io sparisco un po’.
E io sono già quasi sparito del tutto.
Il giorno passò lento, come se il tempo stesso avesse difficoltà a muoversi in quel luogo.
Fuori la tempesta si placò, ma dentro la capanna l’aria restava densa, carica di un’ansia che Elian non sapeva spiegare.
Era come se qualcosa di invisibile stesse contando i secondi.
Elian osservava la creatura quando pensava di non essere visto.
Ogni suo movimento sembrava costargli fatica.
Come se il corpo fosse solo un contenitore troppo stretto per qualcosa di troppo grande.
— Hai fame — disse a un certo punto.
Il Wendigo sollevò lentamente gli occhi.
— Sempre.
— E come fai a resistere?
Per un istante la creatura emise un suono strano, a metà tra una risata spezzata e un singhiozzo soffocato.
— Io non resisto.
Io conto.
Conto i battiti quando la fame inizia.
Conto i passi quando arriva la rabbia.
Conto i respiri quando la mente comincia a spezzarsi.
— E poi?
— Poi non conto più.
Ed è allora che succedono le cose che non voglio ricordare.
Elian sentì un brivido scivolargli lungo la schiena, lento e preciso.
Non era paura.
Era qualcosa di peggio.
Era comprensione.
Quella sera, il Wendigo cominciò a raccontare.
Non lo fece in modo ordinato.
Le parole uscivano a frammenti, come pezzi di un vetro rotto che faceva male toccare.
Era stato un uomo.
Un esploratore.
Parte di una spedizione che si era persa in un inverno ancora più crudele di quello che ora avvolgeva la capanna.
— Eravamo in sei — disse — Alla fine… eravamo in due. E avevamo fame.
Non descrisse l’atto. Non serviva.
— Dopo — continuò — il freddo entrò in me. Non solo nelle ossa. Nelle scelte. Nei sogni.
Smisi di sentire la voce degli uomini… e cominciai a sentire quella della fame.
Elian capì allora che il vero orrore non era ciò che il Wendigo aveva fatto.
Era ciò che era stato costretto a diventare ogni giorno dopo.
La notte seguente fu la prima in cui Elian sognò.
O almeno, credette di sognare.
Si trovava di nuovo nella tempesta, ma questa volta non c’era vento.
La neve cadeva dritta, lenta, come una pioggia silenziosa.
Intorno a lui non c’erano alberi, né sentieri. Solo una distesa bianca senza confini.
Poi vide le impronte.
Non portavano verso la capanna.
Portavano dentro la foresta.
Elian le seguì, sentendo una pressione crescente nel petto, come se qualcosa lo stesse spingendo a camminare più in fretta.
Alla fine arrivò davanti a una figura inginocchiata nella neve.
Era il Wendigo.
Ma non nella forma che conosceva.
Era un uomo.
Un uomo magro, con gli occhi scavati dalla stanchezza, le mani sporche di sangue secco. Davanti a lui, disteso nella neve, giaceva un altro corpo.
Elian non riusciva a distinguere il volto, ma sentiva il peso di quella scena come se fosse reale.
— Non volevo — disse l’uomo — Ma avevo fame.
Elian si svegliò di colpo, con il cuore che gli martellava nel petto.
Nella capanna era buio.
Il vento gemeva tra le assi come un animale ferito.
Il Wendigo era seduto in un angolo, la testa tra le mani.
— Hai visto anche tu, vero? — mormorò la creatura.
Elian non chiese cosa intendesse.
Lo sapeva già.
Da quel momento, le notti cambiarono.
Ogni volta che Elian chiudeva gli occhi, vedeva frammenti di una vita che non era la sua: una spedizione che avanzava nella neve, volti tesi dalla fame, un cerchio di uomini attorno a un fuoco spento, in silenzio, incapaci di dire ad alta voce ciò che tutti stavano pensando.
E poi sempre quella sensazione: non l’orrore dell’atto… ma la disperazione che lo precedeva.
Di giorno, il Wendigo diventava sempre più irrequieto.
Camminava avanti e indietro nella capanna, toccando le pareti, come se cercasse una via di fuga che non esisteva.
A volte si fermava davanti alla porta, fissando la foresta.
— Potrei andarmene — disse un pomeriggio.
— E dove andresti? — chiese Elian.
Il Wendigo non rispose.
— Se te ne vai — continuò Elian — qualcuno morirà.
La creatura abbassò la testa.
— Qualcuno morirà comunque.
Prima o poi.
Quelle parole rimasero sospese nell’aria come un presagio.
La fame non arrivava all’improvviso.
Era lenta.
Insidiosa.
Prima era solo una tensione sotto la pelle, un’irrequietezza che non lasciava riposare. Poi diventava una fitta allo stomaco, un dolore sordo che saliva e scendeva come una marea oscura. Infine, si trasformava in qualcosa di diverso: una voce.
Non parlava con parole vere.
Parlava con immagini.
Mostrava al Wendigo il calore della carne, la forza che tornava nelle membra dopo il pasto, il silenzio che seguiva quando tutto il resto si spegneva.
Elian vedeva la creatura lottare contro qualcosa che non poteva vedere.
— Cosa senti? — chiese una sera.
Il Wendigo chiuse gli occhi.
— Sento l’inverno dentro di me.
E l’inverno dice sempre la stessa cosa: prendi.
Elian provò un brivido.
— E tu cosa rispondi?
— Io rispondo… aspetta.
Ma non so per quanto ancora potrò farlo.
Il terzo giorno, la foresta cambiò suono.
Elian non seppe spiegare come se ne accorse.
Era una di quelle sensazioni che si infilano nella mente senza chiedere permesso.
Gli alberi sembravano più vicini.
Le ombre più lunghe.
Persino la luce del giorno pareva più fredda.
— Ci stanno cercando — disse.
Il Wendigo sollevò lentamente lo sguardo.
— Lo so.
— Come fai a saperlo?
— Perché quando mi cercano… l’inverno diventa più silenzioso.
Uscirono entrambi dalla capanna.
L’aria aveva quell’odore particolare che precede qualcosa di irreversibile: legno bruciato lontano, neve calpestata, metallo freddo.
— I cacciatori — mormorò Elian.
Il Wendigo annuì.
— Non li biasimo.
Quella notte, Elian non riuscì a dormire.
Il Wendigo sedeva vicino alla porta, come una sentinella stanca.
Ogni tanto le sue mani tremavano leggermente.
— Hai paura? — chiese Elian.
— Sì.
— Di loro?
— No.
Di me stesso.
Ci fu una lunga pausa.
— Quando la fame è abbastanza forte — continuò la creatura — non sono più io a scegliere.
Sono solo un corpo che si muove.
Elian si alzò e si avvicinò lentamente.
— Finché sei qui con me — disse — non sei solo un corpo.
Il Wendigo lo guardò, e nei suoi occhi passò qualcosa che somigliava a una lacrima… ma che si fermò prima di nascere.
— È questo che rende tutto più difficile.
All’alba, la neve mostrò nuove tracce.
Impronte di uomini.
Non di una creatura.
— Sono vicini — disse Elian.
Il Wendigo inspirò profondamente, come se stesse assaporando l’aria per l’ultima volta.
— Bene.
— Non dire così.
— Devono farlo — rispose — E io… non posso impedirglielo per sempre.
Elian sentì un peso crescergli nel petto.
— Se esiste anche solo una possibilità… — iniziò.
— Non esiste — lo interruppe la creatura — Esistono solo finali diversi.
Questo è il mio.
Poco prima che i cacciatori arrivassero, il Wendigo fece una cosa strana.
Si inginocchiò davanti al focolare spento e tracciò un segno sulla cenere nera rimasta. Non era un simbolo riconoscibile.
Sembrava più un gesto istintivo, come una preghiera dimenticata.
— Cosa stai facendo? — chiese Elian.
— Cercando di ricordare chi ero… prima che la fame mi insegnasse a dimenticare.
Poi si voltò verso di lui.
— Se ti chiedo una cosa… la farai?
Elian esitò.
— Dipende.
— Racconta la verità.
Non la leggenda.
Elian annuì lentamente.
— Lo prometto.
Il Wendigo chiuse gli occhi per un istante.
-- Allora posso affrontare quello che viene.
I cacciatori arrivarono al mattino, quando il cielo aveva quel colore spento che precede le nevicate più dure.
Elian li sentì prima di vederli: voci basse, il rumore dei passi sulla neve compatta, lo scricchiolio delle armi portate troppo a lungo nel freddo.
Era un suono diverso da quello della foresta.
Un suono fatto di volontà e di paura insieme.
Il Wendigo si alzò lentamente dal suo posto vicino alla porta.
— È il momento — disse.
Elian sentì una stretta allo stomaco.
— Possiamo ancora scappare.
La creatura scosse il capo.
— Tu puoi.
Io no.
Uscirono dalla capanna insieme.
La foresta sembrava trattenere il fiato.
Gli alberi si ergevano immobili, come testimoni silenziosi di qualcosa che si ripeteva da secoli.
I cacciatori comparvero tra i tronchi uno alla volta.
Erano in cinque.
Avevano volti segnati dal vento e dagli inverni passati a combattere contro ciò che non si vede.
Portavano torce, anche se era giorno.
Perché contro certe ombre la luce non era mai abbastanza.
— È qui — disse uno di loro. — Lo sento.
Elian fece un passo avanti.
— Fermatevi.
Vi prego.
Il capo dei cacciatori lo fissò a lungo.
— Ragazzo — disse infine — tu non sai cosa stai difendendo.
— So che è stato un uomo — rispose Elian. — E che soffre.
Un mormorio attraversò il gruppo.
— Tutti soffrono — ribatté il capo. — Ma non tutti diventano mostri.
Dietro Elian, il Wendigo avanzò di un passo.
La sua ombra si allungò sulla neve come una macchia scura.
— Lasciatelo — disse. — È abbastanza.
Il vento soffiò tra gli alberi, portando con sé un odore di fumo lontano.
I cacciatori alzarono le armi.
Elian si voltò verso il Wendigo.
— Non devi farlo.
La creatura lo guardò con quella calma stanca che aveva sempre avuto.
— Ho vissuto troppo a lungo come qualcosa che non volevo essere.
Lasciami finire come quello che ero.
Elian scosse la testa, ma non trovò parole.
Il Wendigo fece un passo avanti, rivolgendosi ai cacciatori.
— Guardatemi — disse. — Guardate bene.
Io sono ciò che succede quando l’inverno entra nell’anima di un uomo e non trova nessuno a fermarlo.
Ci fu un silenzio profondo.
Persino il vento sembrò fermarsi per un istante.
Poi il capo dei cacciatori abbassò lentamente la testa.
— Che gli dèi ti giudichino con più pietà di quanta ne abbia avuta la terra.
Le torce si alzarono.
Le armi si tesero.
Elian urlò il nome del Wendigo, anche se non lo conosceva davvero.
Il rumore che seguì non fu quello della morte, ma quello della fine di una lunga condanna.
Quando tutto tacque, la neve tornò a cadere piano.
Il corpo del Wendigo giaceva a terra.
Non aveva più l’aspetto di una creatura.
Sembrava solo un uomo stanco, finalmente liberato da qualcosa che lo aveva tenuto in piedi oltre ogni limite umano.
Elian si inginocchiò accanto a lui.
Non c’erano artigli.
Non c’erano zanne.
Solo mani ossute e un volto che, per la prima volta, sembrava in pace.
I cacciatori si allontanarono senza dire una parola.
Non c’era vittoria nei loro passi. Solo necessità.
Elian restò a lungo nella neve, sentendo il freddo salire lentamente dalle gambe al petto, ma senza muoversi.
Non voleva essere il primo a lasciare quel luogo.
Il ritorno al villaggio fu silenzioso.
Elian camminava come in un sogno, con la sensazione che ogni passo lo allontanasse da qualcosa che non avrebbe mai più ritrovato.
Le case apparvero tra la nebbia del mattino come forme irreali, troppo calde, troppo vive.
La gente lo accolse con domande.
— L’hai visto?
— È vero che viveva nel bosco?
— È morto?
Elian rispose solo a una.
— Sì — disse. — Era vivo.
Più di quanto voi crediate.
Raccontò la storia.
Raccontò dell’uomo che era stato.
Della fame.
Della solitudine.
Della condanna di camminare per sempre come qualcosa che non aveva scelto di diventare.
Ma la gente ascoltava con occhi chiusi.
Non volevano una verità difficile.
Volevano una leggenda semplice.
Un mostro era più facile da accettare di un uomo spezzato.
Passarono i mesi.
L’inverno non se ne andò davvero.
In quelle terre il freddo restava sempre, nascosto tra le ombre, pronto a tornare.
Elian cominciò ad avere sogni.
Sognava la capanna.
Sognava la foresta.
Sognava impronte che non portavano più alla morte, ma a un silenzio diverso, più profondo.
In uno di quei sogni, il Wendigo gli parlò ancora.
Non con parole.
Con uno sguardo.
Uno sguardo che non chiedeva più nulla.
Un anno dopo, durante la prima grande tempesta dell’inverno, un bambino si perse nel bosco.
La madre corse per il villaggio gridando il suo nome.
Gli uomini uscirono con torce e corde, pronti ad affrontare ciò che temevano di più.
Elian si unì a loro.
Camminarono per ore nella neve alta, finché qualcuno udì una voce.
— Non fermarti.
Non era un grido.
Non era un sussurro.
Era qualcosa che il vento sembrava aver imparato a dire.
Seguirono quella voce fino al margine della foresta, dove trovarono il bambino rannicchiato contro un tronco, infreddolito ma vivo.
— Diceva che qualcuno lo guidava — raccontò poi la madre, stringendolo al petto. — Qualcuno che camminava nella neve davanti a lui.
Elian non disse nulla.
Guardò la foresta.
E per un istante gli parve di vedere una figura lontana, alta e sottile, che si dissolveva tra gli alberi come una nebbia gentile.
Con il tempo, la leggenda cambiò.
Il Wendigo non era più solo il mostro che divorava gli uomini.
Cominciarono a raccontare che, a volte, durante le tempeste più dure, una presenza invisibile guidava i viandanti smarriti fuori dal pericolo.
— È lo spirito del gelo — dicevano alcuni.
— È l’inverno che protegge i suoi figli — dicevano altri.
Elian sapeva che non era nessuna di queste cose.
Era solo la memoria di un uomo che aveva sofferto troppo.
E che, alla fine, aveva scelto di non lasciare al mondo solo paura.
Gli anni passarono.
Elian invecchiò in quelle terre fredde, portando con sé una storia che non smise mai di raccontare, anche quando nessuno voleva ascoltarla davvero.
Diceva sempre la stessa cosa: — Non temete il Wendigo. Temete la fame che lo ha creato. Perché quella fame vive in ogni uomo, e aspetta solo l’inverno giusto per svegliarsi.
E quando il vento ululava tra gli alberi, e la neve cadeva così fitta da cancellare ogni sentiero, qualcuno giurava di sentire una voce nella bufera: — Non fermarti. Segui le mie orme…
Allora la gente rabbrividiva.
Non per paura del mostro.
Ma per il timore che, da qualche parte nel profondo, ognuno di loro portasse già dentro di sé un piccolo pezzo di quel gelo antico.
Vittorio Felugo
rank (info):
Necrologista
Messaggi: 207
Iscritto il: 05/10/2023, 11:52

Author's data

Commento

Messaggio da leggere da Vittorio Felugo »

Bello, molto bello: sei riuscito a trasmettere la sensazione di gelo, il disagio di Elian, la disperazione del Wendigo. Trovo azzeccata anche la scelta di utilizzare frasi brevi, con numerosi ''a capo'' che scandiscono il ritmo lento del racconto. Ho molto apprezzato anche il finale, ricco di positività e speranza. Meriti il voto massimo, anche se devo fare un piccolo appunto: dovresti segnare la fine delle frasi, e di tanto in tanto indicare chi sta parlando, tipo ''disse Elian'', ''disse il Wendigo'', altrimenti non sempre è chiaro chi dice cosa. Ma sono quisquilie, la storia è ottima.
Valeria Rizzi
rank (info):
Foglio bianco
Messaggi: 13
Iscritto il: 23/12/2025, 11:41

Author's data

Commento

Messaggio da leggere da Valeria Rizzi »

Mi è piaciuto moltissimo: volevo arrivare subito alla fine per sapere come si concludeva la storia.
Il testo, a mio parere, è scritto molto bene, ma tutte quellee frasi singole per ogni rigo rendono, in alcuni punti, il racconto non lineare. Capisco ciò che vuoi trasmettere, ma diventa un leggermente dispersivo, specialmente nei dialoghi un pò più lunghi: se vai a capo, non specificando che l'uomo o la creatura stanno ancora parlando, sembra come se sono altre frasi e non la loro voce. Servirebbe un pò di armonia nel testo, una continuità che ti faccia comprendere appieno ciò che vuoi dire.
Aspetterò a dare un voto: non sarebbe giusto farlo ora che è ancora un diamante grezzo.
Andr60
rank (info):
Terza pagina
Messaggi: 669
Iscritto il: 15/11/2019, 15:45

Author's data

Commento

Messaggio da leggere da Andr60 »

Un bel racconto fantasy, raggelante da molti punti di vista :) Un'osservazione sui monologhi interiori: il programma non accetta il corsivo, quindi sarebbe meglio mettere le frasi tra virgolette " ". Le frasi brevi per ogni riga, se sono numerose, a mio parere spezzano il ritmo della narrazione, ma se invece l'Autore (o Autrice) ha fatto una scelta diversa, ben vengano i diversi punti di vista e i diversi stili di scrittura.
Avatar utente
Giuseppe Gargano
rank (info):
Foglio bianco
Messaggi: 45
Iscritto il: 18/04/2024, 17:57
Località: Massafra

Author's data

Commento

Messaggio da leggere da Giuseppe Gargano »

Trovo il racconto molto ben strutturato, molto ben scritto e perfettamente comprensibile, oltre che scorrevole. Avrei modificato qualche frase, ma non sono sicuro di poter dire che si tratti di errori o semplici scelte, nello stile, che io avrei compiuto diversamente.

Ad esempio:
"Era ciò che era stato costretto a diventare ogni giorno dopo."
Avrei scritto:
"Era ciò che era stato costretto a diventare ogni giorno, dopo l'accaduto."
Oppure:
"Era ciò che era stato costretto a diventare giorno dopo giorno."

"Cercando di ricordare chi ero… prima che la fame mi insegnasse a dimenticare".
Avrei preferito:
"Sto cercando di ricordare chi ero… prima che la fame mi insegnasse a dimenticare".

Dietro Elian, il Wendigo avanzò di un passo.
La sua ombra si allungò sulla neve come una macchia scura.
— Lasciatelo — disse. — È abbastanza.
Questa è la frase che mi suona più enigmatica, se proprio vogliamo.

E' un modo di gestire i dialoghi che io evito, preferendo indicare ogni volta chi sta parlando ed avrei evitato di andare accapo nella stessa frase, quando pronunciata dallo stesso personaggio... eppure... in questo testo si capisce sempre chi parla e quando.
E se non mi sono smarrito io, che mi definisco un lettore disattento, significa che è perfetto.
Voto massimo.
Avatar utente
FeliceF
rank (info):
Apprendista
Messaggi: 196
Iscritto il: 08/05/2025, 16:35

Author's data

Commento

Messaggio da leggere da FeliceF »

Buon giorno.
Parto subito dall'unico problema di questo racconto: l'impaginazione. Ho l'impressione che l'andare a capo continuo non sia voluto, o almeno non in tutti i casi. Il risultato, nella lettura, è un affaticamento inutile. Forse è un problema di copia-incolla, nel momento in cui hai trasportato il testo? Se invece è cosa voluta, non la apprezzo più di tanto, perché non si riesce a capire dove terminano i discordi diretti.

Altre due cose: una maiuscola dopo i due punti e la ripetizione del verbo vedere, all'interno della stessa frase.
Bakakitsune ha scritto: 09/01/2026, 11:59 Infine si trasformò in un sussurro interiore pericoloso: Sedersi non sarebbe così male.


lian vedeva la creatura lottare contro qualcosa che non poteva vedere.
Detto ciò, provo ad analizzare un po' il brano.
La sua caratteristica principale sono le frasi corte, che permettono una piacevole scorrevolezza. Questa brevità non inficia per nulla l'effetto scenico, esaltato da descrizioni estremamente veritiere, condite da sinestesie potenti che trasportano il lettore nell'ambiente descritto (In casa fa caldo, ma sentivo il gelo sulle spalle!). La lettura scorre, assieme al racconto e non si riesce facilmente a interrompere la crescente tensione.
Il soggetto, il Wendigo, è descritto in maniera ottimale. Di primo acchito, mi ha ricordato lo Shinigami Ryuk e non ho potuto togliermi la sua immagine dalla testa per tutto il racconto.
La tensione è crescente, anche se, nel finale, sembra esserci (sottolineo il sembra) un po' di fretta o, per lo meno, una eccessiva brevità nella descrizione degli eventi.
Un racconto molto ben fatto, che crea aspettative e dà risposte, immergendo il lettore in fredde atmosfere londoniane, con una nota fantasy alla Sapkowski.
Il finale, che sonda l'animo umano nel profondo al momento di una crisi, è la morale e la chiave di lettura di tutto il testo. l' homo homini lupus hobbsiano contestualizzato in un racconto che taglia trasversalmente diverse epoche.
Mi sono chiesto più volte, durante la lettura, in che epoca e in che luogo fosse ambientata la storia. Essendo una leggenda dei nativi americani, ho immaginato potesse essere ambientata nel Nord America. Riguardo al tempo, non viene fatto accenno al tipo di equipaggiamento o alla tipologia di armi usate, quindi non è facile inquadrare un'epoca precisa. L'immaginazione mi ha portato a vedere fucili, ma anche archi, oppure altri tipi di armi di un futuro post apocalittico.
Ora che ci penso, la grandiosità di questo racconto è data soprattutto dalla capacità di far usare l'immaginazione, raccontando solo l'essenziale.
La mancanza di difetti mi porta ad un voto alto che non avevo intenzione di dare, in attesa di vedere se l'impaginazione migliora. Tuttavia, mentre scrivevo queste righe, mia figlia ha chiesto di leggerle il racconto e così gliel'ho letto ad alta voce, convincendomi che il voto deve essere per forza un 5. Alla fine dell'esposizione ho chiesto a mia figlia di dare un voto in decimi e lei si è sbilanciata su di un 9 e credo che sia il voto più alto che ha mai dato ad un racconto letto on line.
In questa seconda lettura ho potuto apprezzare il mutare sinestesico e la pazienza nel cesellare l'evolversi delle scene. Tornerò a leggere più volte la descrizione di quella tempesta e dell'incedere dell'uomo: mi ha davvero conquistato!
La frase che mi ha colpito maggiormente e che ritengo essere il fulcro del racconto è : "Guardatemi — disse. — Guardate bene.
Io sono ciò che succede quando l’inverno entra nell’anima di un uomo e non trova nessuno a fermarlo." Una di quelle frasi che vorrei aver scritto io. Nota bene che non si tratta di invidia, forse uno difetto di cui sono privo, bensì di ammirazione! Con tanta spazzatura che si legge nella narrativa contemporanea, questa è un sorso di acqua limpida rigenerante.
Mi è venuto un dubbio e sono andato a rileggere nuovamente un passo, accorgendomi che i cinque cacciatori che compaiono potrebbero anche non essere reali, visto che non si fa accenno al fatto che raggiungano il villaggio o che interagiscano in qualche modo con il protagonista. Tutto il racconto potrebbe essere solo un dialogo interiore del protagonista che immagina tutto, impersonificando una parte del suo stesso essere nel Wendigo... ma forse sto correndo troppo. Lo rileggerò altre volte, molto volentieri.
Un gran bel racconto. Un ottimo esordio.
Grazie per averci regalato questo racconto.
Valeria Rizzi
rank (info):
Foglio bianco
Messaggi: 13
Iscritto il: 23/12/2025, 11:41

Author's data

Re: Commento

Messaggio da leggere da Valeria Rizzi »

FeliceF ha scritto: 09/01/2026, 18:20 Tutto il racconto potrebbe essere solo un dialogo interiore del protagonista che immagina tutto, impersonificando una parte del suo stesso essere nel Wendigo... ma forse sto correndo troppo.
Prendo in esempio quello che hai detto tu per esprimere una domanda che mi è rimasta in mente da che ho letto il racconto. Se Elian rimane col wendigo per diversi giorni, o almeno così sembra, a lui non viene fame? non ne ha mai? eppure è anche lui al freddo, senza un focolare accanto... è la lotta interiore del ragazzo per scacciare o abbracciare il mostro della fame? Non dice mai che ha provviste o meno, ma dopo giorni da solo nella foresta...
Avatar utente
FeliceF
rank (info):
Apprendista
Messaggi: 196
Iscritto il: 08/05/2025, 16:35

Author's data

Re: Commento

Messaggio da leggere da FeliceF »

Valeria Rizzi ha scritto: 09/01/2026, 18:43 Prendo in esempio quello che hai detto tu per esprimere una domanda che mi è rimasta in mente da che ho letto il racconto. Se Elian rimane col wendigo per diversi giorni, o almeno così sembra, a lui non viene fame? non ne ha mai? eppure è anche lui al freddo, senza un focolare accanto... è la lotta interiore del ragazzo per scacciare o abbracciare il mostro della fame? Non dice mai che ha provviste o meno, ma dopo giorni da solo nella foresta...
E' questo che mi intriga moltissimo! Pare essere la fame l'unico oscuro compagno del protagonista...
Avatar utente
Laura Traverso
rank (info):
Editorialista
Messaggi: 1138
Iscritto il: 27/05/2016, 16:40
Località: GENOVA
Contatta:

Author's data

commento

Messaggio da leggere da Laura Traverso »

Ciao, la storia del tuo racconto è veramente molto bella, la hai descritta con una delicatezza, e una crudezza, a seconda dei casi, davvero notevole: in ogni modo, sempre poeticamente, dal mio punto di vista. Ecco, questa frase, ad esempio, mi pare bellissima, ma è solo una delle tante : "Un istante prima riusciva ancora a distinguere il profilo degli alberi, il successivo ogni forma si sciolse in un’unica parete lattiginosa. Il vento si alzò in un respiro profondo e continuo, come se la foresta stessa avesse deciso di espellere chiunque non le appartenesse. Il freddo non entrò subito nelle ossa".
L'unica nota un poco negativa, secondo me, è il metodo di stesura, dell' impaginazione del testo: anche visivamente ha un impatto strano, difficile da affrontare... A volte anche i dialoghi, pur ben costruiti, non lasciano capire, se non con difficoltà, chi li abbia pronunciarti. Ma sono piccolezze che scompaiono dinnanzi al tuo racconto originale e avvincente. Complimenti! Voto 5
Ultima modifica di Laura Traverso il 13/01/2026, 15:38, modificato 1 volta in totale.
Cristian Pucci
rank (info):
Foglio bianco
Messaggi: 29
Iscritto il: 08/06/2025, 12:41

Author's data

Commento

Messaggio da leggere da Cristian Pucci »

Buongiorno, ciò che trovo interessante del tuo racconto è il fatto che affronta il tema della miseria umana.
Di come determinate condizioni possano raffreddare il cuore dell'uomo e disumanizzarlo.
Si tratta di una storia ben scritta e utilizzi in modo sapiente le parole al fine di trasmettere al lettore i dettagli degli eventi.
Io però al posto tuo non non avrei utilizzato una figura simbolica come il Wendigo, questa scelta non mi è piaciuta molto. Non è una critica, è solamente un gusto personale.
Congratulazioni.
Rispondi

Torna a “Gara d'inverno, 2025/2026”


Alcuni esempi di nostri libri autoprodotti:

La spina infinita

La spina infinita

"La spina infinita" è stato scritto quasi vent'anni fa, quando svolgevo il mio servizio militare obbligatorio, la cosiddetta "naja". In origine era una raccolta di lettere, poi pian piano ho integrato il tutto cercando di dare un senso all'intera opera. Quasi tutto il racconto analizza il servizio di leva, e si chiude con una riflessione, aggiunta recentemente, che riconsidera il tema trattato da un punto di vista più realistico e maturo.
Di Mario Stallone
A cura di Massimo Baglione.

Vedi nwANTEPRIMA (467,93 KB scaricato 286 volte).

nwinfo e commenti

compralo su   amazon

Nota: questo libro non proviene dai nostri concorsi ma è opera di uno o più soci fondatori dell'Associazione culturale.



Museo letterario

Museo letterario

Antologia di opere letterarie ispirate dai capolavori dell'arte

Unire la scrittura all'immagine è un'esperienza antica, che qui vuole riproporsi in un singolare "Museo Letterario". L'alfabeto stesso deriva da antiche forme usate per rappresentare animali o cose, quindi tutta la letteratura è un punto di vista sulla realtà, per così dire, filtrato attraverso la sensibilità artistica connaturata in ogni uomo. In quest'antologia, diversi scrittori si sono cimentati nel raccontare una storia ispirata da un famoso capolavoro dell'Arte a loro scelta.
A cura di Umberto Pasqui e Massimo Baglione.
Introduzione del Prof. Marco Vallicelli.
Copertina di Giorgio Pondi.

Contiene opere di: nwClaudia Cuomo, Enrico Arlandini, Sandra Ludovici, Eleonora Lupi, Francesca Santucci, Antonio Amodio, nwIsabella Galeotti, nwTiziano Legati, nwAngelo Manarola, Pasquale Aversano, nwGiorgio Leone, nwAlberto Tivoli, nwAnna Rita Foschini, nwAnnamaria Vernuccio, William Grifò, nwMaria Rosaria Spirito, nwCristina Giuntini, nwMarina Paolucci, nwRosanna Fontana, nwUmberto Pasqui.

Vedi nwANTEPRIMA (211,82 KB scaricato 218 volte).

nwinfo e commenti

compralo su   amazon



Il Bestiario del terzo millennio

Il Bestiario del terzo millennio

raccolta di creature inventate

Direttamente dal medioevo contemporaneo, una raccolta di creature inventate, descritte e narrate da venti autori. Una bestia originale e inedita per ogni lettera dell'alfabeto, per un bestiario del terzo millennio. In questa antologia si scoprono cose bizzarre, cose del tutto nuove che meritano un'attenta e seria lettura.
Ideato e curato da Umberto Pasqui.
illustrazioni di Marco Casadei.

Contiene opere di: nwBruno Elpis, Edoardo Greppi, nwLucia Manna, Concita Imperatrice, nwAngelo Manarola, nwRoberto Paradiso, Luisa Gasbarri, Sandra Ludovici, Yara Źagar, Lodovico Ferrari, nwSer Stefano, nwNunzio Campanelli, Desirìe Ferrarese, nwMaria Lipartiti, Francesco Paolo Catanzaro, Federica Ribis, Antonella Pighin, Carlotta Invrea, nwPatrizia Benetti, Cristina Cornelio, nwSonia Piras, nwUmberto Pasqui.

Vedi nwANTEPRIMA (2,15 MB scaricato 460 volte).

nwinfo e commenti

compralo su   amazon



Vedi tutte le altre nostre Pubblicazioni.

Alcuni esempi di nostri ebook gratuiti:


GrandPrix d'autunno 2022 - Endecasillabo di un impostore - e le altre poesie

GrandPrix d'autunno 2022 - Endecasillabo di un impostore - e le altre poesie

(autunno 2022, 22 pagine, 525,42 KB)

Autori partecipanti: Namio Intile, Paola Tassinari, Francesco Pino, Nunzio Campanelli, Eleonora2, Domenico Gigante, Gabriele Pecci, Laura Traverso, Roberto Bonfanti, Piramide, Giuseppe Gianpaolo Casarini.
A cura di Massimo Baglione.
Scarica questo testo in formato PDF (525,42 KB) - scaricato 21 volte.
oppure in formato EPUB (391,43 KB) (nwvedi anteprima) - scaricato 37 volte..
nwLascia un commento.

GrandPrix di primavera 2023 - Vento (a Susette) - e le altre poesie

GrandPrix di primavera 2023 - Vento (a Susette) - e le altre poesie

(primavera 2023, 20 pagine, 435,70 KB)

Autori partecipanti: Domenico Gigante, Piramide, Marco Pozzobon, Macrelli Piero, Gabriele Pecci, Nunzio Campanelli, Athosg, Egidio, Giuseppe Gianpaolo Casarini, Laura Traverso, Letylety.
A cura di Massimo Baglione.
Scarica questo testo in formato PDF (435,70 KB) - scaricato 19 volte.
oppure in formato EPUB (311,32 KB) (nwvedi anteprima) - scaricato 63 volte..
nwLascia un commento.

Gara di primavera 2025 - Quelle imperfette solitudini - e gli altri racconti

Gara di primavera 2025 - Quelle imperfette solitudini - e gli altri racconti

(primavera 2025, 45 pagine, 743,40 KB)

Autori partecipanti: nwNamio Intile, nwYakamoz, nwAndr60, nwIshramit, nwFeliceF, nwOmbrone, nwTeo Tardy, nwMacrelli Piero, nwAlberto Marcolli, nwVittorio Felugo
A cura di Massimo Baglione.
Scarica questo testo in formato PDF (743,40 KB) - scaricato 34 volte.
oppure in formato EPUB (322,47 KB) (nwvedi anteprima) - scaricato 34 volte..
nwLascia un commento.