Epiclesi

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2019.

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Namio Intile
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Epiclesi

Messaggio da leggere da Namio Intile » 25/03/2019, 11:24

Domizia mia adorata. Non ho avuto modo di farti giungere mie notizie. Questa impresa che la Fortuna ci ha portato in dono mi allontana nuovamente da te e dalla piccola Giulia. In questo sperduto promontorio aggredito dal mare Oceano edifichiamo un avamposto che permetterà alla Gloria di Roma di penetrare anche in quest’isola verdissima bagnata da piogge copiose e solcata da bruni fiumi tranquilli. Ho abbandonato i tepori dell’accampamento e soprattutto il tuo affetto mai corrotto da sentimenti vili. So di averti promesso gli agii di Londinium o di Eburacum, ma l’ascia caledone spezzata nella battaglia del monte Graupio ancora non è del tutto doma. I nostri nemici si organizzano qui in Hibernia e tessono alleanze contro di noi. Si illudono. Non sanno quanto grande è l’esperienza, e vasto l’orizzonte di Roma. Dall’Etiopia all’Armenia, in Pannonia o in Mauretania, abbiamo combattuto bellicose tribù e piegato popoli che credevano di poter sfidare Roma. Mi chiedo, la vittoria può essere stata ogni volta solo un caso della Fortuna dai molti nomi? O invece essa è merito unico della nostra Forza? Credo, in questo remoto angolo del mondo ai confini dello smisurato mare Oceano, che foriere di vittoria siano le nostre idee unite a quello spirito di civiltà e ordine che Roma incarna e fa risplendere, non dissimile dalla luce del Sol Invictus, che dona calore e vita al mondo. Eppure, Domizia mia adorata, questo calore non scalda il cuore e io sento la mancanza della tua presenza, delle nostre passeggiate all’imbrunire d’estate, circondati dalla pace dei campi fecondi di grano dorato e uva non ancora matura, lungo il placido e maestoso corso del Rhodanus. Qui l’estate è breve e l’inverno porta neve abbondante, la flotta solca con difficoltà le acque scure del mare Oceano. Eblana, poco distante, è poco più d’un villaggio di capanne solcate da strade di terra e guardato da palizzate di giovane larice. I celti la chiamano città, ma essi non hanno mai visto vere città, né conoscono gli agii della vita urbana, la dovizia dei giardini, gli ozi del foro, o i fruttuosi studi nelle biblioteche, né il sollievo delle terme. Essi sono duri, abituati al freddo, spigolosi di carattere, spinosi come piante del deserto, ma schietti e sinceri se ricambiati della stessa materia. D’istinto pronti a combattere e altrettanto pronti alla fuga dianzi alla resistenza d’un vero esercito, contro cui si frange invano la loro passione primitiva tutta slanci e priva di riflessione. Ma se trattati con dignità e con deferenza riconoscono la fedeltà e onorano gli impegni. Il tribuno Vitellio ha salvato la vita a un uomo in procinto d’annegare in un fiume poco distante dall’accampamento. Costui adesso lo segue ovunque ed è addirittura felice quando il tribuno pone la mano sul suo capo. Un comportamento simile a quello del nostro adorato Lentulo. Mi chiedo a volte cosa vi sia oltre le acque tempestose del mare Oceano verso nord, se i viaggi di Pitea lo condussero realmente in un luogo dove il sole non sorge mai e il mare diventa di ghiaccio. Molte favole dei nostri nemici parlano di una terra misteriosa, immensa e lontanissima, ad occasum solis, oltre il mare Oceano. Chissà se davvero esiste. Non siamo che farfalle, ogni giorno che passa la nostra vita si consuma. Festina lente mi ammoniva Cassio, conviene affrettarsi con misura, con temperanza agire e pensare. E tuttavia il tempo stringe e io mi trovo qui, simile a questo promontorio spazzato dalle onde del mare. O Zeus, ti invoco spesso nei miei pensieri, eppure guardando questo cielo così misterioso e lontano mi chiedo dove tu sia. Percepisco a volte l’esistenza d’una divinità che tutto avvolge. Non un Dio, ma un Essere che tutte le cose e gli esseri viventi abbraccia e gli uni agli altri ci tiene intrecciati, legati con un filo sacro che unisce e raccoglie insieme il mondo, dove nessun atomo è estraneo all’altro. Ed io, seppur per un fugace istante, mi sento parte di qualcosa di infinito. Ma è soltanto un attimo, un lieve battito d’ali che s’esaurisce nel nulla. O Apollo Coelispex, cosa ci riserva il futuro? Questo mondo così ben ordinato pare essere congegnato per scopi imperscrutabili. Da un Dio? Non è trascorsa una luna che vidi Dionigi d’Efeso inginocchiarsi dianzi a un simbolo sconosciuto. Domandai al tribuno Clodio, valido esegeta dei culti orientali, e mi disse che il pesce era ciò che adoravano i cristiani. Chiesi se fosse un culto egizio, terra degli adoratori di Anubi e Horus, Iside e Osiris, o magari dionisiaco. Ma egli rispose che non era l’animale oggetto d’adorazione e che le iniziali dell’Ichthus indicavano una persona: Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore. Clodio mi vide curioso e mi narrò la storia di un uomo originario della Galilea e morto crocifisso come figlio di Dio. Non di un dio, ma di Dio, l’unico e il solo per essi. Un solo creatore, una sola religione, un’unica verità, un unico principio alla base del tutto. E alla fine della vita il Gan, un luogo splendido dove far riposare l’anima. Tale sarebbe per gli adoratori del pesce lo scopo dell’agitarsi in vita. E se invece il nostro destino oltre questa vita fosse d’esser niente in nessun luogo? L’oriente ci indica una strada piena di speranza, credono in molti, ma io ho il presentimento che ci conduca verso un’era oscura e alla fine verso un risveglio ancor più amaro. Dipende da noi, Domizia mia adorata, adattarsi a questo mondo? Tutto ciò che appare e viene alla presenza disvela il risplendente. Affronto dunque la vita con spirito sereno e considero ogni uomo, quale sia il suo stato, con giustizia e verità. Reputo il principale scopo di noi uomini quello di agire per il bene comune, di prendersi cura di tutto ciò che è. Accogliere ciò che scorre e perciò abbandonarsi alla Moira. Comune a noi sia non il solo genere umano, ma il mondo intero. E per seguire il massimo bene non dobbiamo cedere alle pulsioni, le quali ci conducono lontano, e neanche al nostro intelletto, di cui così tanto confidiamo. Nell’osservare il mondo mi accorgo che siffatta idea di bene vive nel cuore di tutti gli esseri viventi. Guarda la cura dell’ape negli affollati alveari o le leste formiche, infaticabili lavoratrici, come si affannano per la casa di tutti. Cosa conta un singolo? E guarda i nostri animali. Non darebbe forse la vita, la gatta Asclepia per i suoi cuccioli o il fido Lentulo per la nostra Giulia, che adora come fosse figlia sua? E non difende forse il leone il proprio branco dalle iene e dai pericoli del deserto? E lo stesso comportamento non adotta forse il buon padre di famiglia nei confronti della città e della patria?
Siamo al mondo per reciproco aiuto. Come mani o piedi di un medesimo corpo, siamo tenuti a non nuocere e a non agire in contrasto o a reciproco detrimento. Che senso avrebbe per il singolo uomo preferire una mano all’altra? O curarsi di un piede e non dell’altro o di un dente a danno dell’altro?
Domizia mia adorata, abbraccia Giulia come se fossi là con lei. E per te ogni mio pensiero, il mio amore incrollabile e la mia benedizione, con l’augurio di essere presto con voi. E poni tu la mano sul capo di Lentulo, come fossi io a farlo.

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Messaggio da leggere da Isabella Galeotti » 26/03/2019, 9:19

Lavoro incredibile. Minuziose descrizioni ed eventi travolgono la lettura non di facile compremsione. Questo è il mio parerae queste letture non sono adatte a me, ma volevo vedere come finiva questa lettera interminabile. L' avrà mai ricevuta Domizia, l' avrebbe aprezzata?
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Messaggio da leggere da Draper » 26/03/2019, 14:54

Il lavoro di ricerca sull'impianto storico-sociale lascia senza parole, e da magistralista in storia politica comparata l'ho apprezzato moltissimo. Il problema, però, e questo lo dico da autore che ama la Storia, è che un lettore poco ferrato viene tirato fuori dalla storia, con la minuscola. Se il tuo obiettivo è quello di raggiungere un pubblico di nicchia, competente e amante della storiografia, allora non c'è niente da cambiare. E' perfetto così, ottimo, ma in caso contrario penso sia opportuno cambiare il rapporto fra peso della vicenda umana e peso dello sfondo. Capisco sia difficile, ma dato che il racconto possiede già una storia concreta e molto valida, credo che i tagli da fare siano davvero lievi, giusto quel che serve a non coprire troppo ciò che conta - e cioè la storia di un uomo che si trova a vivere nel mezzo di uno dei periodi più turbolenti della Storia occidentale. A presto :smt006
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Messaggio da leggere da Laura Traverso » 26/03/2019, 18:35

Sì, anche per me è un racconto troppo sofisticato. Pur avendone apprezzata la stesura, particolareggiata e ricca di storia; mi è parso, il racconto, un po' slegato e troppo austero se lo si considera come una missiva d'amore. Comunque nulla da dire, è ben scritto.
Ultima modifica di Laura Traverso il 31/03/2019, 0:42, modificato 1 volta in totale.

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Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti » 27/03/2019, 19:29

Questa lettera è notevole, sia per la cura storiografica che per le riflessioni filosofiche, quest’ultime e la retorica del testo mi portano a immaginare lo scrittore come un magister o un letterato aggregato all’esercito piuttosto che un semplice soldato, nella controversa mira dell’Impero Romano verso l’Irlanda.
Capisco le perplessità di alcuni rispetto a tale brano in questo contesto, quello di una gara letteraria e riguardo al suo appeal per un lettore poco avvezzo all’argomento e al linguaggio, come Draper ha argomentato meglio di come potrei fare io.
Però, mentre lo dico, rifletto sul pericolo della mia considerazione: il rischio di codificare un genere letterario, quello dei “racconti da concorso”, con precise regole di fruibilità e omologazione. Io sono per la biodiversità (passami il temine) della narrazione e spesso prediligo lo spiazzamento, la sorpresa alla confortante dimestichezza.
Quindi smetto i panni del cerchiobottista: per me il testo è valido tout court.
Solo una curiosità: perché hai usato Zeus al posto di Giove, a mio parere più consono all’invocazione di un romano? Per comporre un pantheon più esaustivo o per altro motivo?

Namio Intile
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Re: Epiclesi

Messaggio da leggere da Namio Intile » 28/03/2019, 11:33

Mi ero ripromesso di non commentare i commenti, ma a una domanda posso sempre rispondere.
Il genere epistolare era molto utilizzato nella letteratura classica latina, e a furia di leggerne mi è venuto in mente di provare a comporre qualche epistola. La cultura e la letteratura latina dovevano molto a quella greca, tanto che spesso autori latini sceglievano il greco per le loro opere, la lingua colta per eccellenza. Non è infrequente perciò trovare termini greci in opere latine. Per quanto riguarda questo testo la contaminazione è stata del tutto involontaria, lo ammetto, forse influenzata dalla mia rilettura in questi giorni del Simposio di Platone.
Si potrebbe anche riflettere sulla circostanza che l'italiano debba la parola Dio proprio dal greco Zeus, al genitivo Diòs; molto più simile l'italiano al latino Deus, che proprio da Zeus prende forma.

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Marco Daniele
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Messaggio da leggere da Marco Daniele » 30/03/2019, 0:07

Coraggiosa la scelta sia del soggetto sia della forma, anche se temo che il lettore meno appassionato di storia potrebbe trovare l'epistola pesante da leggere. Del resto è questo lo "svantaggio" delle opere di nicchia...
Unica cosa che mi ha fatto storcere il naso è la mescolanza di nomi propri in due lingue: per i toponimi urbani e fluviali usi (giustamente) le forme latine, ma poi troviamo Monte Graupio (perché non Mons Graupius?) ed Etiopia (perché non Aethiopia?) e anche i nomi di persona sono in italiano. Sono dell'avviso che in un'opera storica si debba mantenere una certa uniformità, scegliendo o rendere ogni singolo nome in italiano (ovviamente finché c'è un corrispettivo nella nostra lingua) o, ed è l'opzione che preferisco, lasciare tutto nella lingua originale, anche perché è a partire dai nomi propri che ci si "immerge" nell'ambientazione.
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Messaggio da leggere da Fausto Scatoli » 06/04/2019, 19:28

non mi è piaciuto molto. meglio, non riesco ad apprezzarlo più di tanto.
perbacco, è scritto molto bene, su questo nulla da eccepire, però non mi prende assolutamente.
mi lascia del tutto distaccato, non trascina.
sono rimasto colpito anch'io dal fatto che hai scritto Zeus e non Giove, ma poi hai spiegato.
ripeto, ben scritto ma di difficoltosa lettura, almeno per me.
alla prossima
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Messaggio da leggere da Angelo Ciola » 15/04/2019, 21:45

Il testo è scritto molto bene e con termini appropriati, sembra tranquillamente una vera lettera scritta al tempo di Roma antica. Di sicuro dietro c'è una grande preparazione e conoscenza di quel periodo storico. Ma il racconto non riesce a coinvolgermi e sono arrivato in fondo alla lettura con qualche difficoltà.
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Messaggio da leggere da Gabriele Ludovici » 17/04/2019, 23:52

Impossibile non apprezzare la preparazione sul tema, che rende il racconto credibile e dalle sfumature epiche. Di certo invita ad approfondire tutto ciò che viene citato.

Quanto al contenuto in sé, mi dà l'idea di un protagonista che percepisce un imminente pericolo e vuole lasciare ai posteri - nello specifico alla sua famiglia - le proprie idee sul presente e sul futuro.

Pressoché impeccabile la forma.
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Messaggio da leggere da FilippoDiLella » 23/04/2019, 22:04

Ammetto di non impazzire di piacere davanti ad un racconto epistolare, non è il mio genere ma apprezzo molto la scommessa (chiamiamola così) che rappresenta per l'autore.
L'uso lessico è fenomenale e così la ricerca storiografia, la retorica che contiene la trovo un po' vetusta e, nel finale, un tantino pleonastica.
Il garbo che traspare da questa opera è comunque di una dignità elevata nonostante paghi il prezzo dei molti romanzetti storici usciti di recente che, ahimè, ne abbassano un po' l'idea generale di originalità del soggetto.

Ho apprezzato molto la risposta a dei commenti precedenti e in particolare l'etimologia di Dio, cosa che sospettavo da tempo benché analfabeta del greco e del latino: è sempre bello imparare nuove nozioni.

Namio Intile
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Re: Epiclesi

Messaggio da leggere da Namio Intile » 24/04/2019, 11:15

In realtà un'analisi etimologica del termine mostra origini più lontane, indoeuropee. La parola dio, simile al latino dies, al tedesco antico dag, all'inglese day, all'italiano dì. E quindi il giorno e la luce; il Sole è la divinità indoeuropea da cui deriva il termine dio.

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Messaggio da leggere da Selene Barblan » 30/04/2019, 21:44

Ciao, il mio voto basso è dato unicamente da un gusto personale. Penso sia scritto bene, è molto ricercato e (credo) ricco di citazioni storiche (scrivo "credo" perché non capisco niente di storia e sono troppo pigra per verificare gli avvenimenti). Lo stile, così ricercato e costruito, mi ha fatto perdere più volte il filo del discorso. In effetti a dover dire qual'è il tema del racconto non saprei rispondere, lo porrei tra un resoconto storico e un discorso filosofico. Cercherei di alleggerirlo un pò; il vocabolario è ottimo.

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Re: Epiclesi

Messaggio da leggere da Luca Latini » 22/05/2019, 11:02

Bella, bella, bella. Un linguaggio arcaico che ben si sposa al contesto e alla struttura del personaggio.

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Messaggio da leggere da Teseo Tesei » 30/05/2019, 0:30

Quante volte mi son trovato nella stessa situazione. Quante volte ho invocato lo stesso Creatore. Fortunatamente la risposta da lassù è sempre giunta puntuale e precisa. Mi piace, speriamo che la zia di Nerone dopo averla letta non l'abbia gettata tra le fiamme. :-D
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Messaggio da leggere da Stefano Giraldi Ceneda » 16/06/2019, 22:17

Elaborato da premiare principalmente per il lavoro storiografico (le cui proporzioni sono grandiose) che ne sta a monte. Pur ritenendo le gare letterarie una piazza virtuale dove ogni creazione possa trovare posto, “Epiclesi” è, a mio giudizio, da destinarsi agli amanti del genere; la sua fruibilità risulterebbe inadatta al cosiddetto “grande pubblico”, di norma incline a consumare letture ugualmente appassionanti ma meno impegnative sul piano contestuale.
P.S. Esprimerò il voto dopo attenta rilettura.

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