Venga il tuo regno

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2020.

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Roberto Ballardini
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Venga il tuo regno

Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

Isla Mureña, 2013.

Il bambino avrà sì e no cinque anni, ed è coperto di sangue. Un pesciolino rosso che risale uno dei tanti vicoli putridi di Isla Mureña, stretti come rigagnoli di acqua sporca. Grumi scuri rappresi fra i capelli e nelle orecchie, ciocche semi coagulate sulla fronte. Occhi neri, completamente neri – pupilla, iride, sclera - ma così lucidi da spiccare ugualmente nella maschera rossa. Il vicolo si apre su una via più larga ma non di molto, semideserta a quell’ora del mattino. La corsa del piccolo continua.
Una donna alla finestra lascia ricadere la tenda. Dopo pochi secondi si affaccia alla porta d’ingresso e chiama il bambino, poi lo insegue per soccorrerlo. Un gesto altruistico destinato a non essere ricompensato perché la donna muove appena pochi passi nella sua direzione e viene investita violentemente da un Suv della Policia Negra. Dopo un volo di quattro metri il corpo si abbatte sul tetto di una Renault parcheggiata, come una bambola disarticolata, la testa spaccata e gli occhi rovesciati. Il fuoristrada rimane fermo in mezzo alla strada. Il militare in borghese si guarda attorno, ma il bambino è scomparso.

Padre Mauro ne avverte il respiro, in sogno, sotto il ventre giallo e nero del temporale che incombe sulla città. La pioggia imminente è sospesa nell’aria in attesa di un segnale qualsiasi, tipo uno schiocco di dita, che possa farla precipitare al suolo tutta in un colpo. Attraverso gli occhi del bambino vede la facciata della sua chiesa, bella come non gli appare da tempo. O meglio, come lui non la guarda ormai da anni. Una facciata gotica come un ponte lanciato nel cielo, un baluardo di pietra scura davanti ai carrarmati dell’esercito e alle file di soldati scesi nella piazza per mettere in atto il golpe militare. Le guglie sembrano ogive di missili pronti al lancio e le statue bianche corrose dallo smog guardano arcigne i carri come se anch’esse fossero in procinto di lanciarvisi contro.
Dopo l’ennesima notte insonne, il prete si è addormentato seduto al tavolo della cucina, ancora prima di toccare la colazione preparata da Zindzhi, la domestica che gli sta facendo il letto nell’altra camera. Quando ritorna in cucina, la donna di colore si ferma a guardarlo e scuote la testa, ma un attimo prima che la sua mano si posi sulla spalla del sacerdote per scuoterlo, l’uomo si desta di scatto e corre via, senza nemmeno indossare la tonaca.

Quando il bambino entra nella piazza, la vastità dello spazio e l’imponente schieramento di forze lo fanno sembrare ancora più piccolo. I soldati si guardano l’uno con l’altro e - vuoi per la natura premonitoria di quella bizzarra apparizione, vuoi per la sensazione di minaccia incombente del temporale - scoprono di avere paura.
L’intero paesaggio architettonico, fino a quel giorno sinonimo di una comune giornata metropolitana agli albori, è funestato dai cadaveri rimasti sul selciato, dalle file di oppositori sdraiati lungo il marciapiede con le mani sulla testa, dalle divise scure antisommossa e dalla presenza sinistra dei mezzi cingolati. Sembra imminente qualcosa di grave, un terremoto, un’alluvione, una qualsiasi altra catastrofe epocale. Invece, semplicemente, comincia a piovere. Piano, all’inizio, e poi via via sempre più intensamente.
Lo spettacolo ha qualcosa di glorioso: la pioggia lava il sangue dal corpo del bambino e scopre lentamente, dall’alto verso il basso, interi segmenti di pelle intonsa, fino a che le concrezioni residue si disciolgono lasciando sul selciato una scia rosata che subito scolora nella pioggia battente. Il demonietto si trasforma gradualmente in un candido putto, fra i ventagli di porfido di piazza S. Allende. Osserva tranquillo la porta della chiesa, chiusa. Il prete la apre e appare trafelato, incredulo come se fino all’ultimo avesse confidato di vedere smentita la premonizione che l’ha condotto fin lì.
Altri bambini sciamano nella piazza, intanto, come insetti bianchi dagli occhi neri, le piccole dita ansiose di insinuarsi negli interstizi delle armature in kevlar dei soldati, i piccoli denti aguzzi di affondare nelle loro gole. In breve diventano centinaia, migliaia, e si chiudono intorno ai militari come neve sopra uno sparuto manipolo di insetti.
«Che succede?» Mormora esterrefatto padre Mauro. «È forse opera di Dio?»
Zindzhi sopraggiunge alle sue spalle con un’andatura flessuosa, lo oltrepassa e si dirige verso il centro della piazza. La donna di colore è completamente nuda e il suo corpo è bellissimo, non fosse per la treccia di escrescenze appuntite che le attraversano la schiena, dalla base del collo fino alle natiche. I suoi occhi neri e lucidi, quando si volta, fanno rabbrividire l’uomo di fede.
«No se engañe, padre. Su Dios ahora observa con los brazos cruzados, como siempre. Esta vez hacemos a mi modo (1).»



1) Non si inganni, padre. Il suo Dio ora osserva senza fare niente, come sempre. Questa volta facciamo a modo mio.

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Draper
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Messaggio da leggere da Draper »

A un racconto così non si può fare alcun appunto, io almeno non ne sono capace. Se proprio volessi trovare il pelo nell'uovo, direi che ci sono un po' troppe similitudini. Qualcuna potrebbe essere limata via. Però, soprattutto in relazione alla brevità del testo, che comunque dice tanto in così poco, faccio i miei complimenti all'autore.
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Laura Traverso
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Messaggio da leggere da Laura Traverso »

Bello! Mi è piaciuto davvero molto il tuo racconto, hai descritto le scene nel migliore dei modi, pareva di esserci tra quelle strade, sotto l'imminente temporale, tra i soldati e quel povero bimbo insanguinato (scene che alcuni Tg riportano...). Il finale poi, è bellissimo: la donna guerriera... (almeno così mi è parso di capire).

Andr60
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Stavolta la demonite ha colpito la protagonista, trasformandola in... cosa? Una messaggera del demonio, un'amazzone dell'Inferno? Se almeno si potesse arruolare il piccolo esercito di bambini-vampiro e spedirli contro il dittatore di turno e i suoi sgherri, vivremmo tutti meglio.
Complimenti a Roberto Ballardini e 5 pieno anche per questo racconto.

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A Draper - Grazie. Se ragiono sulla prosa degli ultimi scritti mi rendo conto che si è in effetti alleggerita un bel po', a vantaggio dello sviluppo narrativo. In questo racconto dell'anno scorso, che si basa perlopiù proprio sull'aspetto visivo, non ho voluto rimettere le mani. Per paura di snaturarlo, credo.

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A Laura Traverso - Grazie Laura. Diciamo che la donna che nel finale si avvia ad annientare i militari l'ho pensata come un emissario del demonio. In un certo senso una donna guerriera, quindi. Sono sempre dell'idea che, nel momento in cui viene letto, il racconto appartiene al lettore, e quindi ben venga qualsiasi interpretazione.

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A Andr - Grazie Andr. La demonite come virus? E sia. In linea con i tempi. Il racconto è dell'anno scorso, ma per combinazione sto leggendo uno dei saggi di Noam Chomsky che parla del golpe cileno di Pinochet e quindi lo sento abbastanza vicino anche se è tutto frutto di fantasia, come ogni cosa che scrivo.

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Frdellaccio
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Messaggio da leggere da Frdellaccio »

Ciao Roberto, "Venga il tuo regno" mi è piaciuto veramente tanto. La prima parte ha uno stile, secondo me, da sceneggiatura cinematografica: ritmo sincopato e asciutto. L'aspetto visivo, l'immagine, la fa veramente da protagonista. Il finale "politicamente scorretto" mi piace molto. Mi piace l'idea che i liberatori siano dei bambini, ma non nell'immaginario classico, cioè del bambino che impietosisce il "cattivo" e lo riporta sulla retta via. Il bambino, invece, che istintivamente agisce per raggiungere una sua giustizia. E in questa azione viene "affiancato" dal diavolo, poiché l'educazione convenzionale degli adulti (adattamento alla realtà e soffocamento di ogni istinto di ribellione) non gli può essere d'aiuto.
Scusa... probabilmente ho divagato, ma io ci leggo questo. Non sto cercando di interpretare le tue intenzioni, che sono solo tue, ma ti rendo semplicemente partecipe dei pensieri che la lettura ha suscitato in me.
Complimenti ancora.
Francesco

Selene Barblan
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Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Immagini molto belle con colori vividi, sia nelle descrizioni sia nelle metafore di cui è carico questo racconto. A me ha fatto pensare ai bimbi che, ogni giorno, non possono vivere la loro età perché il mondo, gli adulti, gliela rubano, con violenze atroci. Il loro sguardo perde la luce che li caratterizza, si spegne, e la morte è l’ultima delle ingiustizie che devono subire.
Voto 5 anche per me

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A Frdellaccio - Ciao a te, Francesco. Ma quali scuse? Ci hai visto esattamente tutto ciò che mi ha guidato nella scrittura di questo racconto. Lo dico col senno di poi, cercando di interpretare a mia volta razionalmente ciò che in prima battuta mi viene a sentimento. La mia interpretazione agnostica di quelle che sono le icone religiose - e non solo - che usiamo per rappresentare il bene e il male, non si discosta nel processo creativo dal modo in cui uso qualsiasi altra figura letteraria. Dare una connotazione diabolica ai bambini e un diverso spirito d'iniziativa al "diavolo", nasce appunto come l'esigenza di avere (di assistere a, per una volta nella vita) una diversa risposta storica alla prevaricazione del potere, alla priorità dell'interesse economico, all'avidità (anch'essa storica) dei potenti. In generale, una risposta al desiderio di credere che esista una soluzione finale per gli oppressi più edificante dei forni crematori o di una banale esistenza all'insegna del produrre\consumare. E questo vale sia che parliamo di ebrei, di palestinesi (bella contraddizione, eh, che da sola esprime quanto sia ingenuo parlare di bene e di male, di buoni e cattivi), di afroamericani, di nativi americani e via dicendo, ma anche di persone normali che debbano sobbarcarsi una vita di sacrifici per vedersi garantito soltanto un tetto sulla testa (e ora neanche quello).
Ecco, sto divagando anch'io ora, uscendo da quelli che sono i limiti naturali di un raccontino di meno di cinquemila caratteri. Grazie e alla prossima!

Roberto Ballardini
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A Selene - Comincio a ripetermi e forse non va bene, anche se il tuo apprezzamento fa sempre piacere, a maggior ragione avendo ora una sia pur vaga idea di quello che è il tuo gusto, di certo non scontato. Quindi cerco di "non" ringraziarti ma di lasciar trasparire tra le righe tutto quello che è il mio apprezzamento per le tue parole. Anche tu hai colto esattamente quello che per me ha significato usare i bambini in senso metaforico.
Ciao, Selene. Alla prossima.

Namio Intile
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Messaggio da leggere da Namio Intile »

Ciao, Roberto. Spero tutto bene per te. Demonite non mi era proprio andato a genio, non lo nascondo. Il tuo linguaggio metaforico mi era parso là sepolto da quello non metaforico che strizzava l'occhio a certi topos della cultura di massa.
Qui il discorso è diverso: il linguaggio metaforico si trova dentro un racconto almeno in parte onirico; e le metafore sono di ben altra consistenza.
Bello quel riferimento a piazza Salvador Allende, che dice molto sulla sostanza delle metafore, e anche quel diavolo donna che sembra ribellarsi a quella morte del divino, un Dio che rimane a braccia conserte e che non ha più nulla da dire all'umanità, che coinvolge l'umanità intera (che con la morte della religione sembra celebrare anche la morte dell'etica e della politica).
Un buon racconto.

Gino Savian
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Iscritto il: 18/02/2020, 18:54

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Messaggio da leggere da Gino Savian »

Complimenti. Ci sono delle immagini molto forti che mi sono piaciute un sacco e mi hanno impressionato. Tra queste: gli occhi neri dei bambini, ma sopratutto la pioggia che lava il sangue dal bambino e scolora poi nel selciato. Mi mette i brividi, davvero.

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A Namio Intile - Ciao Namio. E' normale, credo, che non sempre si riesca a trasferire ciò che ci passa nella testa quando si scrive. Per quello che può valere, non scrivo mai tanto per fare o per compiacere i gusti di qualcuno. Nel senso che parto sempre da un'idea o un'immagine e poi cerco di fare del mio meglio per dire qualcosa che valga la pena o che mi stimoli. Poi il risultato segue vie trasversali ed è difficile pronosticarlo. Credo che avendo scelto di lavorare molto di fantasia, a volte mi possa capitare di apparire superficiale.
Tutto bene per me, comunque, grazie. A proposito di etica è bello perlomeno constatare che in questi momenti di emergenza ci sono molte persone capaci di mettere i propri interessi in secondo piano e dare il meglio che possono per principio e non per vincoli di parentela o conoscenze. Se non è etica quella. Forse non tutto è morto, anche se finita questa crisi i problemi che c'erano prima ci saranno ancora, decuplicati. Vabbè, sarà quel che Dio vorrà. O chi per lui. Grazie del passaggio. Alla prossima.

Roberto Ballardini
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A Gino savian - Grazie, Gino. Quella del bambino insaguinato che si lava nella pioggia è in effetti l'immagine sulla quale si è costruito tutto il resto. Da cosa mi fosse stata ispirata ora non lo ricordo più. Felice che ti sia piaciuto. Più tardi passo sugli altri racconti e sul tuo. A risentirci.

Giampiero
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Messaggio da leggere da Giampiero »

Mah… sinceramente, Roberto, questo racconto mi pare un po’ troppo (passami il termine) “caricato di un certo non so che”. E non soltanto della miriade di similitudini che, come ha timidamente rilevato qualcuno, sovraccarica la scrittura tanto da renderne astrusa la sua scorrevolezza, ma ancorché di una trama che ha tremila e duecento digressioni (e interpretazioni), tanto che è lasciata al lettore la tutta la briga di “raccontarsi” il racconto da sé. Sì, perché inserirei questo racconto in quelli non scritti dall’autore, ma compiutamente, e a largo raggio, riscritti dal lettore, che se non s’impegna, caro mio, finisce nel mare del nulla mischiato col niente.
Mi fa addirittura simpaticamente specie constatare come qualcuno, indossando i panni del “solito” feroce e attento critico letterario in un forum, non abbia visto in questo racconto i “certi topos di cultura di massa” di cui egli stesso tira in ballo e che, a mio giudizio, in questo racconto si espandono (eccome) a 360 gradi. Sarà che il punto di vista di chi commenta spesso è animato da certi spiriti alieni, tanto che la penna scrive sotto dettatura di qualche Spirito Informatore. Con questo, per dire che di questo testo non m’è piaciuto praticamente proprio nulla. Titolo compreso.
La paura è un cavallo con le ali: una volta lanciato al galoppo perde il contatto con il suolo e incomincia a volare.

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A Giampiero - Wow! Ci voleva un bel commento tosto, dico sul serio. Anche se non condivido quasi nulla di ciò che hai detto, la criticità riporta lo scrivere nei giusti binari dell'opinabile (e del fallibile). Ovviamente vale a suo tempo quello che dissi a Namio (che ho ripetuto oggi e che ripeto ora a te) ovvero che non scrivo mai tanto per fare e che i miei racconti, romanzi, o articoli o quello che siano mi appartengono tutti in toto e mi ci affeziono sempre e comunque, nel bene e nel male. Detto questo, ben venga la sincerità, Carlo. Alla prossima

Giampiero
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Re: Venga il tuo regno

Messaggio da leggere da Giampiero »

Non volevo essere “tosto”, e atteggiarmi a esperto commentatore non è il mio obiettivo. Con l’opinabilità dei commenti, scusami, ma mi ci faccio il brodino. Le moltissimi similitudini in questo racconto non me li invento mica io: sono un fatto, e da li parte la mia insoddisfazione. E di questo, semmai, che avremmo dovuto discutere.
La paura è un cavallo con le ali: una volta lanciato al galoppo perde il contatto con il suolo e incomincia a volare.

Roberto Ballardini
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Re: Venga il tuo regno

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A Giampiero - Forse è meglio una camomilla, eh. E chiudiamola qui, prima di essere giustamente ripresi da Massimo.

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Eliseo Palumbo
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Messaggio da leggere da Eliseo Palumbo »

Bello e suggestivo.
Io leggo di tutto però quando mi imbatto in qualcosa di fantasy/weird non ci capisco più nulla e mi ci perdo. Mi sono divertito a focalizzare le sembianze del bambino, della donna investita, la scia di sangue lavato dalla pioggia. La perpetua con le vertebre acuminate: una perla. (Io ho immaginato le escrescenze come prolungamenti delle vertebre)
Mostrare ad altri le proprie debolezze lo sconvolgeva assai più della morte

POSARE LA MIA PENNA E' TROPPO PERICOLOSO IO VIVO IO SCRIVO E QUANDO MUOIO MI RIPOSO


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Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

A volte mi sento un profano persino nell'ambito letterario che ho scelto. Ho infatto imparato il termine weird proprio da un tuo commento a un altro racconto. Mannaggia, il mio destino è di essere una zappa in qualsiasi cosa decida di fare ma tant'è. Pazienza. Grazie per l'apprezzamento. Per le escrescenze credo di aver fatto riferimento più semplicemente alla cresta che corre lungo il dorso della maggior parte dei draghi, ma forse sono sempre state pensate proprio in simbiosi con la loro spina dorsale.

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