Il mago

Spazio dedicato alla Gara stagionale di primavera 2020.

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Roberto Bonfanti
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Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Il mago capitava in paese un paio di volte alla settimana.
Gli sfaccendati che passavano le loro giornate alla stazione lo vedevano scendere puntuale dall’accelerato delle 8:07, con la sua valigia di pelle marrone. Puntuale, in realtà, quasi mai, da molto tempo i treni non arrivavano più in orario.
Il mercoledì era un appuntamento fisso: il giorno di mercato gli garantiva di fare buoni affari. La clientela era costituita da gente di campagna che veniva in paese per fare compere e, già che c’era, coglieva l’occasione per trovare soluzione a qualche problema.
L’ufficio del mago era un piccolo appartamento: un ingresso che fungeva da sala d’aspetto, un gabinetto e un salottino trasformato in studio, arredato con una scrivania e delle poltroncine. In quei giorni l’anticamera si riempiva rapidamente di persone, accolte dal suo aiutante, il signor Wong.
Il signor Wong era un ometto minuto e magrissimo, dai vaghi tratti orientali. Molti pensavano che fosse cinese, altri tibetano, i più informati, quelli che sanno tutto di tutti, sostenevano con decisione che era malese, forse perché suonava più esotico o, forse, suggestionati da certi romanzi letti in gioventù. La sua origine rimaneva avvolta nel mistero, come pure altri aspetti della sua vita. Nessuno, in paese, lo vedeva se non nello studio del mago, né a fare compere né occupato in altre attività. C’era chi diceva che vivesse in quell’appartamento come un recluso, senza mai uscirne, mentre qualcun’altro aveva messo in giro la voce che fosse uno spiritello evocato dal mago, diceria che alimentava l’ilarità dei paesani più scettici.
Il signor Wong non parlava mai, si limitava a ricevere i clienti con dei semplici gesti di formale cortesia e un’espressione enigmatica e immutabile dipinta in volto. La sua silenziosa presenza bastava a creare fin da subito un’atmosfera di sacralità e rispetto nei clienti che, appena entrati nell’ingresso dello studio, azzittivano le loro chiacchiere e rimanevano in paziente attesa del loro turno.
Nei giorni di mercato i casi erano perlopiù questioni ordinarie, il mago le trattava con professionalità e modi spicci, da dentista della magia. L’estrazione di un malocchio, l’otturazione di una carie amorosa, la devitalizzazione di una sfortuna cronica, di solito ogni operazione si risolveva in pochi minuti.
Una volta terminata la seduta il mago accompagnava alla porta il cliente, sussurrandogli le ultime raccomandazioni, poi si rivolgeva al suo aiutante: “Signor Wong, chi è il prossimo?”
L’ometto si avvicinava all’avventore di turno e, con un inchino appena accennato e un gesto della mano, lo indirizzava verso il salottino.
L’altro giorno, dedicato perlopiù alla clientela del paese, era talvolta il lunedì, oppure il martedì, più spesso il venerdì; la cadenza con cui riceveva era indicata da un cartello che l’aiutante si premurava di appendere alla porta d’ingresso.
Fu proprio un venerdì, nel pomeriggio, che il signor Wong accompagnò, questa volta quasi sospingendola fino alla poltroncina davanti alla scrivania, come se avesse percepito la particolarità della sua vicenda, una signorina. Il mago aspettò in silenzio, come suo solito, che cominciasse lei a esporre il perché della sua visita.
Era una giovane donna, doveva avere poco più di vent’anni, bella, di quella bellezza ingenua che al giorno d’oggi non va più di moda, vestita con abiti modesti ma che addosso a lei parevano quasi eleganti.
“Lei non sembra un mago”, esordì la ragazza, dopo averlo studiato per qualche secondo.
Lui non rispose, si limitò a sorridere, ammiccando, come per invitarla a proseguire.
“Intendo dire che non è come mi ero immaginata. Cioè, pensavo lei fosse un po’ più… appariscente”.
“Capisco, si aspettava che portassi un cappello azzurro a punta, con le stelline?”
La giovane sorrise a sua volta, mostrando fossette e una dentatura candida.
“Mi scusi, non mi fraintenda, è colpa mia. Lei ha un aspetto normale, mentre io… oh, ma che sciocca che sono, mi prenderà per una stupida”.
“No, non mi permetterei mai. Ora, se vogliamo passare al motivo per il quale è venuta…”
La fanciulla, ignorando la richiesta del mago, riprese: “Sa cosa si dice di lei in paese?”
“So molte cose, ma non posso sapere tutto. Me lo dica lei”.
“Si dice che… ecco, che lei è un ciarlatano. Oh, non tutti, a dir la verità, ma qualcuno lo pensa, anzi, lo afferma a voce alta”.
L’uomo per nulla turbato da quella confidenza, fece solo una pausa, prima di replicare.
“Signorina Viviana, lei non crede a queste calunnie, vero? Altrimenti non sarebbe qui”.
“Come sa il mio nome?”, esclamò sorpresa.
“Come le ho detto poco fa, non posso sapere tutto, ma so molte cose”.
“Eh già, fa parte del suo mestiere. Perdoni la domanda”, fece, sporgendosi in avanti e abbassando la voce, “ma quello di là, il cinese, non parla mai, è muto?”
“Il signor Wong, intende? Diciamo che è una persona molto riservata”.
“Ah, una persona riservata…”, sottolineò le sue parole con un’espressione seria e muovendo la testa su e giù, come se avesse compreso la risposta. Poi riprese a divagare: “Sa, anche mia madre dice che…”
All’improvviso il mago alzò la mano sinistra e, tenendola ben aperta attirò su di essa lo sguardo della donna, che si zittì di colpo. Era ormai aprile inoltrato, ma nella stanza sembrò calare di nuovo l’inverno, accompagnato da un’aria nebbiosa e umida che penetrava nelle ossa, facendo rabbrividire Viviana, proprio come quel pomeriggio di un dicembre di parecchi anni prima, il giorno del suo compleanno.

Fin da quando, molto piccola, aveva cominciato ad avere coscienza di sé e del mondo dove viveva, l’unica presenza costante nella sua vita era stata quella di sua madre, il padre non l’aveva mai conosciuto. Spesso aveva cercato spiegazioni per quell’assenza, ma le sue domande non avevano mai avuto risposte chiare e, presto, aveva smesso di farle.
Crescendo era diventata una bambina seria e taciturna, a scuola andava abbastanza bene, senza eccellere in niente, era una di quelle alunne che gli insegnati liquidano spesso con: “È brava, ma se si applicasse potrebbe fare di più”.
Quei pochi soldi che la madre portava a casa non bastavano mai, i regali erano stati rari nella sua infanzia, quell’orsetto di pezza per i suoi dieci anni fu una piacevole eccezione. Aveva la pelliccia marrone scuro e la pancia color panna, fu quasi automatico per Viviana dargli il nome di Bruno. Quel pomeriggio era felice quando, dopo aver fatto i compiti, si mise il cappotto e uscì di casa con il suo nuovo compagno per andare a giocare con le amiche.
“Fammelo vedere!”, ogni richiesta suonava come un ordine se veniva da Elisabetta, l’indiscussa condottiera del suo piccolo gruppo. Lei obbedì e le consegnò l’orsetto.
“Che bello”, disse la ragazzina accarezzando la testa del pupazzo. Poi prese a buttarlo per aria e riprenderlo al volo.
Viviana, temendo che cadesse a terra e si sporcasse la implorò: “Ridammelo, ti prego”.
“Fammici giocare ancora un po’, non te lo sciupo mica”.
“No, è mio, ridammelo!”
“Prova a prenderlo”, la schernì l’altra, lanciandolo a una delle sue accolite, una bambina dai capelli rossi raccolti in una treccia.
Così cominciò un dispettoso gioco di rilanci con le altre in cerchio e Bruno che passava di mano in mano, sempre un po’ troppo lontano da quelle di Viviana, finché un tiro più goffo degli altri non le permise di afferrarlo. Elisabetta non si dette per vinta e cercò di riprenderlo di nuovo.
“Lascialo!”, urlò Viviana, tirandolo con tutte le forze che aveva, ma la sua avversaria non mollò la presa e, con un rumore lacerante, lei si ritrovò in mano un braccino di pezza strappato.
“Hai visto cos’hai fatto!”, singhiozzò disperata.
“Quante storie per uno stupido pupazzo”, rispose l’altra sprezzante, buttandole l’orsetto rovinato ai piedi.
In preda a una furia cieca Viviana le urlò in faccia: “Ti odio! Spero che tu muoia!” E le diede una spinta. Elisabetta non se l’aspettava e, scivolando sul selciato reso viscido dall’umidità, cadde pesantemente all’indietro, battendo la testa.
Le altre bambine si misero a strillare, ben presto le loro grida richiamarono l’attenzione di alcune persone che accorsero sulla scena. La ragazzina giaceva per terra, priva di sensi, un uomo la prese in braccio e la trasportò dentro il portone di un’abitazione vicina. Qualcuno andò a chiamare il dottore. Mentre gli adulti ascoltavano il racconto concitato di quanto era successo Viviana raccolse l’orsetto mutilato e scappò piangendo verso casa.
Sua madre la rimproverò con asprezza, non volle sentire le sue ragioni e, preoccupata, andò a informarsi sulle condizioni di Elisabetta.
Nei giorni seguenti venne a sapere che la sua ormai ex-amica era rimasta incosciente per alcune ore, poi si era ripresa, ma una febbre persistente l’aveva costretta a letto per quasi una settimana. Lei non provava rimorso, pensava che se lo fosse meritato.
Quel banco vuoto, a scuola, non le faceva effetto, come la lasciavano indifferente gli sguardi dei suoi compagni, le frasi lasciate a metà quando si avvicinava, il vuoto che cresceva sempre di più intorno a lei. La maestra la prese da parte alla fine delle lezioni e le parlò brevemente, con un freddo tono di biasimo. Viviana ascoltò a capo basso le parole dell’insegnante, una ramanzina su come si sarebbe dovuta comportare. In un altro momento quel discorso l’avrebbe mortificata, ora non le faceva né caldo né freddo.
Non si sentiva in colpa per quello che era capitato a Elisabetta, lei non aveva fatto niente di male, era una fatalità, anzi, in fondo se l’era cercata. Quello che la feriva era il suo pupazzo sciupato e la sua felicità trasformata prima in disperazione e poi in rabbia. Dopo quel pomeriggio non aveva versato più una lacrima, aveva anche rinunciato a chiedere alla madre di ricucire l’orsetto di pezza, l’aveva messo da parte e si era chiusa in un cupo risentimento.
Mancavano ormai pochi giorni alle vacanze di Natale quando Elisabetta tornò a scuola. Le amiche la accolsero circondandola come uno sciame di vespe, a Viviana sembrava quasi di sentirne il ronzio in quelle voci festanti, lei cercò di ignorarla e ci riuscì per tutta la mattina, fino all’uscita alla fine delle lezioni.
Se la trovò davanti nel vialetto che portava al cancello della scuola, di nuovo alla testa del suo gruppetto fedele. Per un attimo si fermò esitante, ma non c’era un'altra strada dai cui passare, quindi, abbassando il capo, riprese il cammino, con la speranza di essere lasciata in pace.
Le cose, però, andarono in altro modo. Elisabetta le si mise davanti impedendole il passaggio.
“Dove credi di andare? Ti devi vergognare per quello che mi hai fatto!”
Viviana non rispose e si mosse a destra e a sinistra, l’unica cosa che voleva era andarsene, ma le altre le si strinsero intorno, chiudendole ogni via di fuga.
In breve si trovò a rivivere il crudele gioco che le bambine avevano riservato al suo orsetto di pezza, in un girotondo di spinte e strattoni.
“Sei una strega, come tua madre! È per questo che tuo padre se n’è andato!” Le urlava in faccia Elisabetta, mentre le altre ripetevano in coro la stessa invettiva: “Strega! Strega!”
Alla fine Viviana riuscì a divincolarsi e scappò mentre quella parola la inseguiva come un’eco, corse senza fermarsi fino a casa, dove si chiuse in bagno e si lavò la faccia arrossata con l’acqua fredda.
Dopo aver ripreso fiato alzò il capo per guardarsi, ma l’immagine che lo specchio le restituì non era la sua, vide una vecchia con la bocca sdentata e ghignante, un occhio velato e la testa avvolta in uno scialle nero.

La ragazza stava ancora urlando per lo spavento, mentre il mago, accanto a lei, schioccava le dita davanti alla sua faccia.
Sì guardò intorno, sorpresa di trovarsi in quel salottino, barcollò leggermente, sorretta dall’uomo, poi si afflosciò sulla sedia.
“Che cosa… cosa mi è successo? Perché mi sembrava di essere tornata bambina? Chi era quella vecchia? È stato lei? Mi ha fatto un incantesimo?”
La sua voce era rotta dai singhiozzi.
“Si calmi ora, è tutto passato, era solo un brutto ricordo. Vuole un bicchiere d’acqua?”
“Non voglio l’acqua! Io voglio sapere!”
“Certo, è venuta qui per questo. Lei vuol capire perché, ogni tanto, sente ancora bisbigliare alle sue spalle, quando pensano non li ascolti, quelli che la chiamano…”
“Strega! È questo quello che sono?”
Il mago tornò a sedersi dietro la scrivania e le sorrise, benevolo.
“Le streghe non esistono, signorina. Solo i creduloni e gli sciocchi pensano che siano reali”.
“E quella che ho visto nello specchio?”
L’uomo la guardò con attenzione, prima di rispondere.
“Era solo il riflesso della sua paura”.
Viviana sembrò soppesare quelle parole, poi si decise a fare un’ultima domanda, chinando il capo e prendendosi la faccia fra le mani.
“Cosa mi succederà ora?”
“Adesso dimenticherà tutto, quel ricordo che crede abbia segnato la sua vita, tutto quello che ha rivissuto oggi. Non ci sarà più quest’ombra sul suo futuro. Mi guardi attentamente. No, non si distragga”.
Viviana si sentì attrarre da quello sguardo, non riusciva a distogliere gli occhi da quelli del mago, dalle sue pupille nere che sembravano espandersi fino a riempire tutto lo spazio intorno a lei. Poi l’effetto svanì di colpo, lasciandola confusa e con la mente svuotata da ogni pensiero.
“Io… io devo andare”, mormorò, avviandosi verso l’uscita.
“Signorina Viviana?”
La ragazza si voltò. Il mago aveva tirato fuori, chissà da dove, un copricapo a punta, ornato da stelline gialle e se l’era sistemato in testa.
“Che gliene pare?”
Lei sorrise: “Mi piace, le sta bene”, poi, arrossendo, aggiunse “Oh, mi scusi. Quanto le devo? Non ho molti soldi, ma…”
“Tenga, questo è per lei”, le disse, ignorando la domanda. Si alzò dalla sua poltrona e le porse un orsetto di pezza, marrone con la pancia chiara.
Quel pupazzo le sembrò vagamente familiare. Lo prese, lo rigirò fra le mani, stupita da quel regalo, poi uscì, senza aggiungere altro, chiudendo la porta alle sua spalle.
Poco dopo l’orientale entrò nello studio e guardò il mago con la sua solita espressione indecifrabile, turbata, però, da una sfumatura di rimprovero. Quando parlò lo fece con una voce così bassa che, se qualcun’altro fosse stato lì ad ascoltare, avrebbe avuto difficoltà a intendere le sue parole.
“Perché non le hai detto la verità?”
“La verità? Signor Wong, la verità è sopravvalutata. La gente non la vuole sentire. Gli uomini vogliono sogni, speranze, hanno bisogno di credere in qualcosa. Lei sa bene che è la loro fede a tenere in vita quelli come noi”.
L’ometto ponderò un poco le parole del mago poi disse: “Sogni… sai cos’ho sognato stanotte?”
“Lei sogna, signor Wong?”
“Qualche volta. Ero in un campo di girasoli, al tramonto, inseguivo un cane, un piccolo bastardo bianco e nero, ogni tanto lo perdevo di vista, poi lo ritrovavo e lui ricominciava a correre davanti a me, come se mi volesse condurre da qualche parte”.
“E dove la voleva portare?”
“Non ne ho idea, a un certo punto non l’ho più visto e poi non ricordo altro”.
“Strana fantasia, signor Wong. Mi dica, prova qualcosa per la donna che è appena uscita, per questa gente?”
“Questione interessante, ogni tanto me lo chiedo anch’io. Mi domando a che scopo ci prendiamo gioco di loro”.
“Lei crede che sia nella nostra natura farci domande?”
“Direi di no. Eppure me ne faccio”.
“Signor Wong, mi sembra stanco, ha dubbi, non è da lei”.
“Forse hai ragione. Però, se penso che una volta eravamo temuti, idolatrati… e potremmo esserlo ancora”.
“Guardi, in fondo la capisco, ma i tempi cambiano. Non trova forse divertenti quelli che viviamo adesso? A proposito, ho un progetto per questo fine settimana”.
“No! La donna cannone non la faccio più!”
“Ma no, basta con i fenomeni da baraccone. Parlavo di un capatina a Montecarlo. Lei sarà una giovane e bella ereditiera, molto fortunata alla roulette, io il suo autista e guardia del corpo”.
“Beh, sembra interessante…”
“Sicuro. Oh, accidenti, si è fatto tardi. Signor Wong, è il momento di andare, si prepari”.
“Uffa, devo proprio?”
“Sì, lo sa che è necessario”.
L’ometto dall’aspetto asiatico si raggomitolò su se stesso, la sua già scarsa mole si ridusse ancora di più ed entrò nella valigetta.
Mentre il mago chiudeva la serratura, dall’interno il signor Wong disse: “Però sia chiaro, non vado a letto con nessuno!”
“Non ce n’è bisogno, basterà che lo faccia sembrare possibile”.
Il mago spense la luce dello studio, chiuse la porta a chiave e, con la valigia di pelle in mano, s’incamminò verso la stazione.
Ultima modifica di Roberto Bonfanti il 30/03/2020, 16:43, modificato 1 volta in totale.

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Draper
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Messaggio da leggere da Draper »

Ciao Roberto. Che dire, il racconto mi è piaciuto un sacco. Non ho trovato refusi e devo dire che lo scavo psicologico dei personaggi stavolta non ha proprio difetti, ma la cosa che ho trovato molto più rifinita sono i dialoghi. E' scivolato tutto via, in senso positivo, nonostante la lunghezza.

Alla prossima!
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Roberto Bonfanti
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Grazie Draper, sono contento che tu abbia apprezzato il racconto e i progressi.
A presto.

Selene Barblan
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Messaggio da leggere da Selene Barblan »

Questo racconto mi ha davvero intrigato; scritto molto bene come di consueto, se dovesse esserci una continuazione lo leggerei molto volentieri. Bei personaggi, belle descrizioni, tutto molto efficace. Voto 5

Roberto Ballardini
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Messaggio da leggere da Roberto Ballardini »

Bello! Si legge che è un piacere. Forse in prima lettura mi ha deluso un filino il finale, ma solo perché tutto il resto ha generato aspettative molto alte. Mi aspettavo qualcosa più legato alla vicenda della ragazza, data la rilevanza che le hai dato, per chiudere il cerchio alla grande. Credo comunque che appena lo avrò assimilato mi piacerà in toto. Il momento topico, per quel che mi riguarda, è quello in cui la ragazza continua a divagare e il mago alza la mano. Dopodiché parte la digressione temporale. Magico, appunto.

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Roberto Bonfanti
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Grazie mille Selene, in effetti il racconto è in qualche modo un prequel di un altro che si trova sulla mia pagina: "La strega".

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Roberto Bonfanti
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Ti ringrazio molto, Roberto. La sorte della ragazza viene ripresa in un racconto ambientato molti anni dopo, "La strega", che si trova sulla mia pagina.

Laura Traverso
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Messaggio da leggere da Laura Traverso »

Anche questa volta il tuo racconto mi è piaciuto molto, nonostante la lunghezza è risultato essere scorrevole e di facile lettura. Il tema "magico" e l'aspetto psicologico che lo ha accompagnato è molto profondo e vero. Molto coinvolgente è stato il tratto in cui hai descritto la vita di Viviana, evidenziando al meglio quanto fosse stata grande la sua sofferenza. Anche a me avrebbe fatto piacere non vederla scomparire dietro la porta chiusa, e proprio perché lei (dal mio punto di vista) è stata la parte più significativa del racconto. Ecco, sarebbe carino saperne di più... Bravo!

Mariovaldo
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Messaggio da leggere da Mariovaldo »

Gran bel narrare. Trama originale e ben tessuta, la lunghezza non si sente, scorre che è un piacere sino al finale, inatteso. Forse, ma è una mia impressione soggettiva, qualche dettaglio in meno avrebbe ulteriormente migliorato la lettura,
ai miei sinceri complimenti!

Andr60
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Messaggio da leggere da Andr60 »

Bel racconto, interessante e coinvolgente, e dialoghi credibili. Confesso però che il finale mi ha lasciato perplesso: il mago è un vero mago, un ciarlatano, un telepate? E il signor Wong, che ruolo ha? Per caso, il vero mago è lui?

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Giorgio Leone
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Messaggio da leggere da Giorgio Leone »

Si, scritto bene, cattura l'attenzione e si ha voglia di sapere come va a finire. Ma come va a finire? Il signor Wong accusa il mago di non avere detto a Viviana quale sia la verità, quindi loro due la sanno. Ma perché non la dobbiamo sapere anche noi? Non saperla sembra vanificare la lettura e la storia stessa, anche perché non ci sono elementi per immaginarla. Non posso credere che Viviana sia realmente una strega, altramenti la bulla e le sue amiche avrebbero fatto una fine ben diversa. Credevo che il sogno del signor Wong mi avrebbe fornito qualche indizio, ma così non è stato. Ma se così è e non ho inteso male io, perché glielo hai fatto raccontare? Poi fai chiedere dal mago a Wong se si senta in colpa per il fatto di prendere in giro la gente. Sembrerebbero quindi dei truffatori, ma la fine fa intendere che siano ben altro, con Wong che entra in una valigetta e si potrebbe trasformare in una gnocca a Montecarlo. Prima, però, il mago sembrava essere addirittura uno psicoterapeuta ipnotizzatore. Insomma, una girandola di affermazioni, poi contraddette, che mi ha lasciato un po' confuso. Se era questo lo scopo che ti eri prefisso, il mago sei tu e hai raggiunto il risultato. Se si tratta invece semplicemente di un finale aperto, allora va bene, anche se io ho simpatia solo per quelli che racchiudono le possibilità in un paio chiaramente indicate nel testo, o che possano venire in mente al lettore.
Infine, ti segnalo solo una frasetta che correggerei, perché tutto il resto è perfetto. “Che le ne pare?” proprio non mi piace, direi "Che gliene pare", o qualcosa del genere.
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Ciao Laura, ti ringrazio per il tuo commento, mi fa piacere che tu abbia colto i vari aspetti del racconto. Come ho risposto ad altri, sulla mia pagina c'è un racconto che riprende in qualche modo le sorti di Viviana. Grazie ancora.

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Roberto Bonfanti
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Grazie per l'apprezzamento, Mariovaldo.

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Roberto Bonfanti
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Ciao Giorgio, innanzitutto grazie per aver analizzato così a fondo il racconto, provo a rispondere ai tuoi quesiti, e un po’ anche a quelli di Andr60, che naturalmente ringrazio.
Per quanto riguarda la verità, questa risulterebbe più evidente leggendo il “sequel” (anzi, il racconto di cui questo è il “prequel”, considerando la tempistica con cui li ho scritti), ma considerandolo autoconclusivo pensavo che la “non-verità” detta dal mago fosse evidentemente la rassicurazione che fa a Viviana: quella di non essere una strega e che non sarà considerata tale in futuro, probabilmente hai ragione e non è sufficiente, è un po’ contorto ma non mi viene di spiegarlo meglio.
Per tutto il resto diciamo che ho preferito rimanere molto sul vago, lasciando indizi ma non certezze sulla natura dei due. Il sogno del signor Wong, leggendo qua e là di cabala (di cui non sono certo esperto), significa che ci sono dei cambiamenti da fare per preservare la tranquillità della famiglia.
Infine grazie per il suggerimento, hai ragione.

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Giorgio Leone
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Giorgio Leone »

Grazie, Roberto, aspetto di leggere il sequel. Quello che confonde è l'affermazione di Wong che contraddice quella del mago, così non si sa a chi credere. Però il principale deve aver sempre ragione.
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Messaggio da leggere da Frdellaccio »

Ciao Roberto
il racconto mi è piaciuto. L'ho trovato armonico nelle sue diverse parti: l'introduzione che descrive molto chiaramente i personaggi; i dialoghi centrali che accendono l'interesse del lettore accompagnandolo al finale. Ecco, il finale non mi è risultato chiaro. A un certo punto pensavo che il mago fosse il padre della ragazza. Poi mi sono chiesto chi fosse il signor Wong. Un dio o cosa?
Comunque bello. Forse hai proprio voluto lasciare il finale all'aperta interpretazione di ognuno.
Ciao
Francesco

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Messaggio da leggere da Namio Intile »

Ciao, Roberto. Un racconto gradevole e davvero ben condotto, dall'inizio alla fine. Che il mago non sia solo un mago, ma qualcosa di più lo si evince proprio dalle battute finali del dialogo con Viviana con quel regalo, quel pupazzo che non può certo esser lì per caso e lascia intravedere la statura del protagonista.
Quanto all'ingresso di Viviana e alla sua uscita di scena li ho trovate ben inquadrate nel contesto generale, non si tratta di un incontro superfluo, ma funzionale al racconto; anzi il dialogo tra Viviana e il Mago a mio avviso è la parte più riuscita, più emotivamente stimolante e coinvolgente dell'intero racconto. Nel dialogo finale si ha poi la certezza che i due uomini non sono solo uomini, ma qualcosa di diverso. Cosa è lasciato all'immaginazione: dei, divinità, maghi, stregoni, diavoli, poco importa in definitiva.
Quel che conta è l'atmosfera un po' irreale che sei riuscito a disegnare man mano che il racconto è andato avanti verso la sua conclusione.
Un ottimo lavoro dunque.
Ti segnalo solo:“Sogni… sai cos’ho sognato stanotte?”
Qui Wong dà del tu al Mago, mentre in tutto il racconto gli dà del lei.
Per finire, un piccolo inciso:“La verità? Signor Wong, la verità è sopravvalutata. La gente non la vuole sentire. Gli uomini vogliono sogni, speranze, hanno bisogno di credere in qualcosa. Lei sa bene che è la loro fede a tenere in vita quelli come noi”.
Io credo che la verità esista, ma il relativismo scientifico l'ha resa mutevole, cangiante e perciò superflua. La verità è stata trasformata in una possibilità, un'ipotesi che oggi è valida e domani può essere confutata. E qui mi fermo perché sono già OT e qualcuno me ne dirà di tutti i colori.
A ogni modo, se ci si limita all'ovvio un forum non è tanto diverso da un blog.
A rileggerti

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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Grazie francesco, sì, in effetti ho voluto lasciare un po' di mistero sulla vera natura dei personaggi, ho provato a lasciare un finale aperto.

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Roberto Bonfanti
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Re: Il mago

Messaggio da leggere da Roberto Bonfanti »

Ciao Namio, grazie per gli apprezzamenti, hai colto l'intenzione che volevo dare al mio racconto.
Il mago ri sivolge sempre al signor Wong con il lei, mentre quest'ultimo ricambia con il tu, è un giochino che ho usato per accentuare la singolarità del rapporto che c'è fra loro due.
Interessante la tua analisi sulla verità, io non ho i mezzi per poterne discutere a livello filosofico, con quella frase volevo solo evidenziare come spesso si è portati a rifuggere da una scomoda verità per abbracciarne una versione improbabile ma più aderente al nostro gusto o bisogno.

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Teseo Tesei
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Messaggio da leggere da Teseo Tesei »

Roberto, decisamente mi è piaciuto. E'un racconto molto fantasioso, ma la descrizione di quanto accade è capace di attrarre e coinvolgere ... intrigante insomma. Mi hanno molto divertito personaggi e dialoghi nel contesto di tutto il racconto. Per me massimo voto, quindi cinque.
Le stelle brillano soltanto in notte oscura.
https://www.youtube.com/watch?v=HTRHL3yEcVk

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Pepper
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Messaggio da leggere da Pepper »

La lunghezza non pesa, come hanno scritto prima di me. Riesci a coinvolgere il lettore nelle vicende che hanno segnato la fanciullezza della ragazza perché in ricordi come quelli ci possiamo ritrovare tutti. Ognuno di noi ha qualche episodio che lo ha segnato profondamente e se lo porta con sé perché e' come se fosse una componente stessa della sua persona. Il finale pero' e' il pezzo forte: dopo una narrazione "seria" stravolge tutto e fa sorridere il lettore, come un buon limoncino ammazza caffe'. Piaciuto. Voto top

Speranza
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Messaggio da leggere da Speranza »

Wow!!! Davvero intrigante. Riga dopo riga il racconto è scivolato via tenendomi incollata senza mai distrarmi. Scritto benissimo. Mi sono chiesta quale fosse la verità che il mago avrebbe dovuto dire a Viviana, ma poi leggendo i commenti e facendo alcuni collegamenti logici ho capito... e mi è piaciuto ancora di più.

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La Gara 62 - La famiglia

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è probabilmente il primo libro del genere Downpunk, ma forse è meglio dire che il genere Downpunk è nato con questo libro. Sam L. Basie, autore ingiustamente sconosciuto, presenta una visione dell'immediato futuro che ci lascerà a bocca aperta. In un futuro dove l'individuo è perennemente connesso alla globalità tanto da renderlo succube grazie alla sua immediatezza, è l'Umanità intera a operare su se stessa una "riduzione di complessità", operazione resa necessaria per riportare l'Uomo a una condizione di vita più semplice, più naturale e più... umana. Nel libro, l'autore afferma che "anche solo una volta all'anno, l'Essere umano ha bisogno di arrangiarsi, per sentirsi vivo e per dare un senso alla propria vita", ma in un mondo dove tutto ciò gli è negato dall'estremo benessere e dall'estrema tecnologia, le menti si sviluppano in maniera assai precaria e desolante, e qualsiasi inconveniente possa capitare diventerà un dramma esistenziale.
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