Ridefinizione di "Coscienza"
Descrizione: La definizione di Coscienza come stato "consapevole" è molto limitata e porta a confusione e equivoci. Occorre che la comunità scientifica si adegui a nuove evidenze generate dalla moderna ricerca.
Incipit: La definizione di coscienza è da sempre un argomento complesso, che spesso genera dibattiti. La visione tradizionale la associa strettamente all'autocoscienza, la capacità di un individuo di riconoscere sé stesso. Tuttavia, questa prospettiva limitata ha portato a non pochi equivoci. Secondo un nuovo approccio, è necessario ridefinire la Coscienza per distinguere tre livelli differenti e progressivi, che vanno dalla semplice esistenza di una cellula, alla complessa consapevolezza dell'Uomo.
esiste, con ogni probabilità, un rapporto direttamente proporzionale tra intelligenza e coscienza (anche consapevolezza, ma è uno step successivo). Gli ominidi, da cui discendiamo, vivevano in origine sugli alberi, in un ambiente relativamente stabile ed equilibrato, in grado di garantire la loro esistenza. Quando questo venne meno, si trovarono costretti ad adattarsi a un habitat completamente diverso, con nuove sfide e pericoli. In queste condizioni, i semplici riflessi istintivi, ma anche cognitivi, non bastavano: serviva qualcosa in più. Questo "qualcosa" è la capacità di pensare in modo critico: analizzare, scegliere, decidere. La decisione, pur non essendo ancora una forma piena di consapevolezza, rappresenta un passo in quella direzione. Anche un predatore può "scegliere" istintivamente una preda, ma l'elaborazione consapevole delle alternative e delle conseguenze è un livello cognitivo superiore.
È facile, quindi, ipotizzare che: più complessi sono i problemi che un essere vivente affronta, più si sviluppano intelligenza, consapevolezza e – con esse – maggiore coscienza di sé e dell'ambiente.
Il legame potrebbe essere:
entità evoluta → istinto → pensiero (in relazione ai problemi da risolvere) → decisione → consapevolezza → coscienza → ulteriore stadio (ipotizzabile, ma non so cosa)
Naturalmente, è un percorso evolutivo non lineare e molto semplificato. Serve solo a rendere l'idea, tipo step by step.
Le intelligenze artificiali attuali, per esempio – ritornando al mio primo post – sembrano ferme al livello della "decisione". Per essere più chiari (premetto che non sono esperto di informatica), le AI si basano su chip e CPU, ovvero su un'architettura logica che risale agli anni '70. Bobinsy, ad esempio, cita Federico Faggin, co-creatore del famoso Z80 (Zilog 80). E in effetti, per quanto le CPU moderne siano molto più complesse in termini di calcoli e architettura – un Nvidia H100 è miliardi di volte più potente – la logica computazionale di fondo non è poi così distante da quella dello Z80.
Per questo possiamo dire che un'AI odierna si fonda su una logica deterministica, basata su pattern: modelli appresi e riconosciuti, ma non un vero "pensiero consapevole". Il suo "pensare" è una simulazione, non un'esperienza soggettiva. È un'entità astratta. Il termine astratta richiama l'astrazione, cioè il pensiero. Ma, nel caso dell'AI, l'astrazione è più un processo tecnico a sé stante, non una riflessione interna come la nostra. A tal proposito, puoi dare un'occhiata all'esperimento della "Stanza cinese" di John Searle, filosofo americano, del 1980.
Mi scrivi: "Che un cane (ma poteva essere un altro animale paragonabile) non ha consapevolezza della propria esistenza."
Dire che non ha consapevolezza, secondo me, è sbagliato. Sarebbe più corretto dire che ha una consapevolezza "diversa" della propria esistenza.
Saluti, Giancarlo Rizzo
Antonio
P.S. Poi, l'intelligenza – di solito – ha uno scopo e non è mai fine a se stessa. Ma per noi uomini moderni lo scopo non è più quello delle origini. Per questo, in giro, vedi tante persone "stupide" (la mia è amara ironia): perché non sanno canalizzare l'intelligenza che hanno in qualcosa di produttivo.
Il mio schema è volutamente molto semplificato. Il punto vero è un altro: l'evoluzione non sostituisce funzioni, le stratifica (è più simile a un reticolo che a un percorso).
Un lupo che caccia usa tutto insieme:
a) Istinto (la fame che lo spinge)
b) Pensiero (la strategia d'attacco col branco)
c) Decisione (valutare se l'antilope è troppo rischiosa)
d)Consapevolezza (ricordare che in quel luogo ci sono branchi rivali)
Solo i ragni restano 'bloccati' al primo livello (e per loro funziona!).
La vera differenza? Quanti "strumenti" hai nell'orchestra del cervello, e come li coordini.
entità evoluta → istinto → pensiero (in relazione ai problemi da risolvere) → decisione → consapevolezza → coscienza → ulteriore stadio (ipotizzabile, ma non so cosa).
La mia sequenza sarebbe: entità cosciente evoluta, coscienza (vedi mie definizioni), istinto e intelligenza che sono il "modo" del pensiero, consapevolezza del Sé, decisione (libero arbitrio).
Potremmo stare qui a discutere per sempre! oltre all'intelligenza occorre inserire anche la memoria e tante altre cose…
Il cane. Dire che non ha consapevolezza, secondo me, è sbagliato. Sarebbe più corretto dire che ha una consapevolezza "diversa" della propria esistenza.
"La riflessione interna della consapevolezza" è, per ora, non riproducibile, per cui per il cane restano i dubbi, ma anche per la moltitudine umana.
Ma, nel caso dell'AI, l'astrazione è più un processo tecnico a sé stante, non una riflessione interna come la nostra…
Per le A.I., resto al ragionamento per cui, se non c'è di mezzo un processo trascendente e se tutto è frutto dell'evoluzione materiale, allora anche la coscienza consapevole sarebbe teoricamente riproducibile. Si tratterebbe solo di tecnica costruttiva ingegneristica utilizzando se vuoi anche materiale biologico. Fantascienza… Se invece si parla di spirito & co. Allora tutto è opinabile.
ciao.
Possiamo immaginarla, sulla base di ciò che gli altri ci comunicano, nella misura in cui quella comunicazione è evoluta, e noi ne conosciamo il linguaggio.
In cosa consista la coscienza di una cellula, di un cane, di una persona (esempi delle 3 categorie che hai citato) possono saperlo solo loro; rassegnamoci.
L'analogia con il paradigma quantistico è impressionante. Noi possiamo descrivere il campo quantistico di una struttura molecolare, ma resta una congettura,
la cui validità è dimostrata dal fatto che predice esattamente, per fare un esempio, lo spettro di emissione, ovvero il campo elettromagnetico generato quando il campo collassa, perchè interagisce con un altro campo.
Quindi è pericolossissimo provare a descrive cosa "è" la coscenza. È molto più scientifico limitarsi a parlare di come sistemi interagiscono tra di loro, facendoci intravedere le possibili "caratteristiche" della coscienza
della quale peraltro ciascuno di noi ha piena conoscenza, avendo tutti libero accesso alla propria.
Porci al livello più elevato delle 3 classi di coscienza, a me sembra un pregiudizio antropocentrico.
Certo, abbiamo un sistema di comunicazione molto sofisticato, ma specializzato su alcune funzioni encefaliche; molti altri viventi, per fare un esempio, comunicano con ferormoni in un modo che noi ce lo sognamo.
Secondo alcuni punti di vista, per fare un altro esempio che potrebbe sembrare paradossale, la Natura manifesterebbe dei gradi di consapevolezza (e di libero arbitrio) ben superiori al nostro.
Quando dico "manifesta" mi riferisco al fatto che noi possiamo osservare dei comportamenti che riconosciamo come "mirati ad obiettivi" e non random,
esattamente come quando guardiamo lo spettro di emissione di una sostanza ionizzata, e ci chiediamo: "come mai proprio a quelle frequenza ? Perchè non emette casualmente su tutte le frequenze come il corpo nero ?".
Questa manifestazione di comportamenti "notevoli" si presenta in tantissimi "aggregati" di elementi simili; abusatissimo l'esempio delle api, ma gli aggregati di persone non presentano comportamenti meno sorprendenti.
In effetti ogni classificazione serve se aiuta a comprendere,
mentre può essere pericolosa se riproduce dei pregiudizi (si veda, ad esempio, a come sono cambiate nel tempo le tecniche di classificazione degli esseri viventi, o delle malattie).
E qui arrivo a quello che si è osservato sulla AI.
Essendo basato su processori, quel software ha necessariamente comportamenti deterministici, cioè può solo reagire a ciò che ha in input.
Il fatto che il suo input sia sterminato, non deve confonderci, e farci credere che può prendere decisioni.
Negli anni '80 lavoravo sui primi sistemi di controllo di processo industriali. Sembrava che prendessero decisioni più affidabili e veloci dell'operatore macchina, ma in realtà non prendevano nessuna decisione
Applicavano le decisioni che avevamo codificato
Quando l'azienda per cui lavoravo fu acquistata da Benetton, ci fecero disattivare un sacco di automatismi, a cominciare da quelli che velocizzavano i buyer.
"Abbiamo bisogno di acquisitori che pensano e decidono, a costo che qualche volta sbaglino e siano più lenti"
Direi che avevano colto il nocciolo del problema
L'obiettivo di questa classificazione è più che altro quello di creare un linguaggio comune che aiuti a superare la confusione che spesso si crea quando si parla di coscienza. In questo senso, non si tratta di un giudizio di valore, ma di uno strumento pragmatico.
La coscienza è un'esperienza rigorosamente personale e non direttamente accessibile agli altri. Questa idea sottolinea l'impossibilità per un individuo di sapere con certezza se un altro essere vivente (sia esso un cane, una cellula o un'altra persona) abbia un'esperienza interna simile alla sua.
L'analogia con la fisica quantistica è calzante: possiamo descrivere i fenomeni e i comportamenti di un sistema, ma l'esperienza "interna" di quel sistema resta una congettura, accessibile solo al sistema stesso.
La mia suddivisione in tre livelli è un tentativo di mettere ordine in un campo di indagine estremamente complesso, distinguendo tre modi in cui la vita si manifesta:
Reattività automatica: il comportamento di base di ogni essere vivente. (omeostasi)
Esperienza soggettiva: la capacità di "sentire" un'esperienza. (formazione dell'IO)
Autoriflessione: la consapevolezza di sé come entità separata. (scoperta del Sé)
Questa distinzione non vuole sminuire i livelli di coscienza inferiori o attribuire un valore superiore a quello umano. L'intento non è dare un primato all'uomo, ma semplicemente riconoscere che esistono diverse manifestazioni di coscienza, ognuna con le sue caratteristiche uniche.
Usare termini precisi come "coscienza dell'essere" per una cellula e "consapevolezza del Sé" per un essere umano non è un atto di pregiudizio antropocentrico, ma un modo per evitare ambiguità e avere un punto di partenza per il confronto.
Condivido il tuo punto sulla necessità di non riprodurre pregiudizi con le classificazioni. Le classificazioni, come hai detto, sono utili se ci aiutano a comprendere, ma possono diventare pericolose se irrigidiscono il pensiero. La proposta di questa ridefinizione non mira a definire in modo definitivo "cos'è" la coscienza, ma a fornire uno strumento per descrivere come diversi sistemi interagiscono tra loro, permettendoci di cogliere le possibili caratteristiche della coscienza stessa.
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