Ottagono

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Nunzio Campanelli
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Ottagono

Messaggio da leggere da Nunzio Campanelli »

leggi documento Spiacente ma, in questo browser, la lettura a voce non funziona.

Stavamo viaggiando da molte ore. Eravamo partiti presto quella mattina, mi avevano svegliato all'alba dicendomi che dovevo essere pronto entro dieci minuti. In carcere non occorre molto tempo per radunare le tue cose, visto che non ti appartiene nulla. Ero però preoccupato per i libri, di cui ne potevo disporre in discreta quantità grazie alla generosità di alcuni amici.
- Non perdere tempo con quelli. Dove stai andando non ti serviranno. Aprite questa porta!
Il tintinnio delle chiavi, gli scatti della serratura, il chiavistello che sbatte contro il fine corsa, il cigolio dei cardini che accompagna la porta mentre si apre. Rumori che ormai avevo codificato in una sequenza logica che ritenevo indissolubile dalla mia esistenza. Erano bastati diciotto mesi per fare di me un perfetto alienato.
Il direttore entrò nella mia cella con la solita aria di superiorità che adottava nei momenti ufficiali. Era così anche il giorno del mio arrivo; credo inoltre che indossasse lo stesso vestito. Un alienato anche lui, solo che non se ne rendeva conto. Prese un libro dallo scaffale guardandolo come se fosse trasparente, infine lo gettò sopra il letto dopo averne letto ad alta voce il titolo e l'autore.
- Io Claudio, di Robert Graves... di che parla?
- Di un uomo che fu costretto a fare ciò che non voleva.
- Curioso. Sembra quasi la tua storia.
Ero l'unico ospite di quel furgone. Mi avevano fissato delle catene alle mani e ai piedi, e la tortuosità del percorso mi stava procurando una forte nausea. Il mio colorito doveva aver assunto una ben strana tonalità, considerato che l'agente di scorta fece fermare immediatamente il veicolo consentendomi di avvicinarmi al finestrino laterale per prendere un po' d'aria. Eravamo in una zona arida con poca vegetazione. Di fronte a me, ad una distanza di un paio di chilometri, una collina tonda e levigata come un teschio ospitava sulla sua sommità una costruzione di forma quadrangolare, lunga di lato e di modesta altezza. I miei occhi interrogarono in silenzio quelli del mio custode, che risposero affermativamente. Era dunque quello il posto in cui avrei trascorso i miei prossimi cinque anni.
Arrivammo con il sole che stava tramontando dopo aver percorso le ultime curve di quella strada maledetta. Ringraziai il cielo per la fine di quel viaggio, ma appena sceso dal furgone capii subito che forse ero stato precipitoso.
Fronteggiavo una lunghissima parete in mattoni la cui altezza appariva modesta solo se rapportata alla vastità della base. In effetti la costruzione raggiungeva un'elevazione di almeno una quindicina di metri. La facciata era del tutto priva di aperture, con l'unica eccezione della porta di ingresso. Guardai allontanarsi il furgone di cui ero stato passeggero e mi ritrovai solitario al cospetto di quell'edificio, la cui sinistra presenza si materializzava in modo preoccupante nell'oscurità che nel frattempo si stava impadronendo della scena. Mi avevano persino liberato delle catene, se avessi voluto avrei potuto tentare la fuga. Succube di quel posto, però, restavo lì ad osservare quell'immenso muro che stava esercitando su di me la medesima influenza con la quale il carnefice soggioga le proprie vittime.
Feci alcuni passi in direzione della porta di entrata e muovendomi mi resi conto di essere stato vittima di uno strano fenomeno ottico. Quella che mi era sembrata un'unica, gigantesca parete era in realtà la proiezione sul piano prospettico di tre lati dell'edificio, di cui quello centrale, sul quale insisteva l'unica apertura, era relativamente corto in confronto dei due laterali che dipartivano obliquamente dalle sue estremità estendendosi fino a perdersi nel buio. Mentre stavo cercando di raffigurarmi in pianta quella costruzione, udii dei rumori metallici provenire dalla porta di ingresso. Mi approssimai per comprenderne la natura, e venni investito dalla luce accecante di una lampada. Mi fermai coprendomi gli occhi con le mani.
- Dentro.
A quell'ordine perentorio, pronunciato da una voce che sembrava provenire dall'interno, fece seguito un forte scatto. Accompagnai con lo sguardo la porta mentre si apriva fino a quando non si fermò in posizione normale rispetto alla parete.
Mi avvicinai.
Mi sentii perso. Le gambe divennero molli, sostenendomi a stento mentre entravo. Da qualche oscuro angolo della mia mente riemersero antichi versi che sinistramente mi parvero adeguati alla realtà che stavo vivendo.
" ... Le mura stesse della prigione sembrarono d'un tratto crollarsi, e il cielo sulla mia testa divenne come un casco d'acciaio scottante...".
Dall'entrata ci si immetteva direttamente in un vasto ambiente di forma ottagonale. I lati del poligono, uguali tra loro, avevano la stessa dimensione di quello su cui insisteva la porta. Nel ricordare l'ampiezza del resto dell'edificio a confronto con quest'ultimo smarrii il senso delle proporzioni.
Fatti alcuni passi che sentii risuonare nel silenzio, la porta si richiuse dietro di me. Sulle pareti insistevano delle arcate continue sia in linea che in colonna, conferendo a quel posto l'aspetto di un'arena. Il soffitto si chiudeva in una volta emisferica, con al centro un foro circolare che sembrava comunicare direttamente con l'esterno.
L'arditezza delle raffinate scelte architettoniche chiaramente rimandavano alle antichità romane e la vetustà dei luoghi facevano pensare che molto probabilmente quella costruzione risaliva a quell'epoca. Sapevo che era impossibile, ma ormai avevo smarrito anche il senso del tempo.
Quel luogo mi sembrava solitario, ma ero consapevole di essere osservato. Abituato alla consueta confusione del penitenziario da cui provenivo, il silenzio quasi ascetico che regnava in quel posto reprimeva in me ogni istinto di ribellione. Sembrava di essere più in un monastero che in un carcere, un luogo dove espiare le proprie colpe nella meditazione. Ma i miei sensi superstiti mi avvertivano che non poteva essere così.
- Mi segua, prego.
Mi girai rapidamente. Vidi un uomo esile vestito di scuro incamminarsi verso la parete opposta all'entrata. Lo seguii rassegnato. Dal numero dei passi che dovetti compiere per andare da un lato all'altro di quella specie di arena poligonale, stimai la distanza in circa un centinaio di metri. Entrammo in una vasto ambiente quadrangolare il cui lato corrispondeva a quello della stanza ottagonale da cui venivamo.
Mi invitò a sedermi davanti all'unica scrivania esistente in quel luogo. Non ero mai stato trattato tanto dignitosamente finora, ero anzi abituato alle angherie delle guardie carcerarie. Inconsapevolmente mi rilassai, abbassando notevolmente il mio livello di guardia. Il tizio che mi aveva accompagnato in quel posto, sui sessant'anni, calvo, una leggera barba biancastra, occhiali con lenti leggermente brunite, mi stava osservando mentre io facevo lo stesso con lui. Decisi di rompere quel silenzio.
- Posso porle una domanda?
- Certamente! Ad una sola condizione.
- Quale?
- Io risponderò a tutte le domande che vuole, ma prima dovrà rispondere sinceramente alla mia.
- Va bene.
- Guardi che io non la obbligo.
Avevo accettato quella condizione con entusiasmo, ma ora quella puntualizzazione mi rendeva inquieto. Decisi comunque di proseguire in quello che ormai sembrava uno strano gioco.
- Avanti. La sua domanda, prego.
- Bene. Al suo processo lei ha dichiarato di essere innocente. Giusto?
- Sì!
- Perché?
- Perché!? Io sono innocente. Non ho commesso il reato del quale sono stato dichiarato colpevole.
- Lei crede di essere innocente. Si è mai posto il problema del giudicare?
- No. Io non ho mai giudicato nessuno.
- Quindi, in estrema sintesi, lei si dichiara vittima di un errore giudiziario.
Senza darmi tempo di rispondere, si alzò in piedi, andò verso una libreria addossata alla parete retrostante, ne trasse un libro che iniziò a sfogliare mentre ritornava verso di me, finché non trovò quello che stava cercando. Con aria soddisfatta richiuse il libro, segnando però la pagina con uno dei nastrini di seta di cui il volume, un'edizione ottocentesca, era dotato. La domanda che successivamente mi porse possedeva un'aria volutamente retorica.
- Conosce Voltaire?
- Un poco.
- Bene. Questo è il Trattato sulla tolleranza. L'ha letto?
Non capivo bene quale fossero le sue intenzioni. Decisi di rimanere sulla difensiva.
- In parte, ma è trascorso molto tempo.
- Lei sa, comunque, che fu Voltaire con il suo trattato ad introdurre il concetto di errore giudiziario.
- Sì, ma quando scrisse il libro la giustizia era amministrata non certo liberamente, anzi con tutto il peso del giogo fanatico della religione confessionale imperante.
- Guardi che Voltaire non ha bisogno di giustificazioni. Non delle sue almeno.
L'ultima esternazione mi consigliò di usare maggiore prudenza con quel tipo. Si rialzò in piedi riaprendo il libro nel punto segnato.
- Voltaire sbagliava. Non esiste l'errore giudiziario.
L'espressione che assunse il mio volto lo rese consapevole della necessità di spiegarsi.
- Così come il sacerdote, celebrando la messa, consente che il mistero si compia, il
giudice nel momento in cui celebra la legge permette il compiersi della giustizia.
Prima può macerarsi nel dubbio, non nel momento in cui celebra, non più. Tanto
meno dopo.
- Non è vero! La giustizia contempla la possibilità dell'errore visto che prevede non uno ma addirittura tre gradi di giudizio!
Pronunciai con enfasi l'ultima frase sicuro com'ero di quello che stavo asserendo, ma la staticità dell'espressione del mio interlocutore rese meno certe le mie convinzioni.
- No! Non la possibilità dell'errore! I tre gradi di giudizio postulano soltanto
l'esistenza di un'opinione laica sulla giustizia... un'opinione situata al di fuori!
Terminò l'ultima frase in piedi con l'indice della mano destra puntato verso l'alto, una posizione statuaria che durò pochi istanti, riacquistando in breve la sua naturale compostezza.
- Le concedo ora due possibilità. Ritirare la sua presunzione di innocenza, dichiararsi colpevole e ritornare al penitenziario dal quale proviene per finire di scontare la sua pena o restare qui dove potrà avere tutte le risposte che vuole. Attenzione però, chieda solo ciò che è sicuro di volersi sentire rispondere. Le domande non sono mai pericolose; le risposte, a volte, lo sono...
- Se scelgo di rimanere qui, quanto tempo...
- Vedo che ha scelto la seconda ipotesi. -
Quella frase, pronunciata con voce gelida, mi precipitò nel terrore.
- No! Io non ho scelto niente. Volevo solo sapere...
- La prego! Deve solo scegliere. -
- E se scelgo di non scegliere? -
- Anche questa è una domanda. -
Restai in silenzio per lunghi minuti, a pensare se quello che mi stava accadendo fosse reale o parto della mia fantasia. Poi guardandomi intorno ritornai col pensiero al momento in cui ero arrivato in quel posto, alla conformazione di quelle mura, di quel primo vastissimo ambiente in cui ero entrato, alla sua eccezionale struttura, e capii.
- Torno nella mia prigione.
La mia improvvisa decisione sorprese l'uomo con cui stavo parlando.
- Quindi ammette la sua colpevolezza.
- Io non ammetto niente.
- Guardi che dovrà ritirare la sua presunzione d'innocenza.
- Non sarà questo a rendermi colpevole.
- E tutte le domande che aveva intenzione di farmi. Lo ammetta, l'ho vista con quale curiosità guardava le strutture della prima sala. Non vuole avere informazioni dettagliate? Sarò felice di risponderle.
- Ne sono certo, ma le risponderò solo se mi consente una domanda.
- E sia!
- Quante persone, prima di me, hanno accettato di restare in questo posto?-
L'altro si alzò in piedi, si recò alla porta e dopo averla aperta rispose.
- Nessuno, come lei ha ben capito. Il furgone l'aspetta all'uscita. Faccia buon
viaggio.

Nota: Il discorso sulla giustizia è stato tratto dal romanzo "Il contesto. Una parodia" di Leonardo Sciascia.
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Alberto Marcolli
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commento a Ottagono

Messaggio da leggere da Alberto Marcolli »

Ci sono 52 “che” in 178 righe
Idem per gli avverbi in “mente”, ben 16, in 3 casi ce ne sono 2 in una sola riga.
Per me è una questione di forma, ma non ti preoccupare, pochi notano questa sovrabbondanza, l’importante per chi legge è uno stile scorrevole, e in effetti lo è.
“lì ad osservare” – meglio - lì a osservare
“trattato ad introdurre” – meglio - trattato a introdurre
ad una – meglio – a una
“chiaramente rimandavano…” preferisco - chiaramente rimandava…
“e la vetustà dei luoghi facevano pensare…” anche in questo caso preferisco - e la vetustà dei luoghi faceva pensare
Refuso - in una vasto
Personalmente eviterei di usare l’espressione “di cui”. In particolare ci sono due “di cui” molto vicini - … Guardai allontanarsi il furgone di cui … e poco più avanti - … di cui quello centrale…
… quello su cui insisteva la porta … - … insistevano delle arcate … -- insisteva…insistevano
Uso troppo frequente (8 volte) del verbo sembrare – meglio usare sinonimi o cambiare la frase.
Breve commento
Premesso di non aver letto il romanzo "Il contesto. Una parodia" di Leonardo Sciascia e di non essere uno studioso di Voltaire, a me il racconto è anche piaciuto, soprattutto nelle premesse, con la descrizione dell’apertura della cella e la descrizione del castello. Mi aspettavo ben altro e invece sono finito in un discorso sulla giustizia. Un appassionato di questi argomenti lo troverà anche interessante, ma non il sottoscritto nato e nutrito da tutt’altre esperienze.
Tuttavia non sarei corretto nel valutare il racconto secondo i miei gusti. Ti ho segnalato tutto ciò che mi sembrava perfettibile e rileggerò volentieri il testo fra un po’. Per il momento non esprimo un voto.
Passworld
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Messaggio da leggere da Passworld »

Un racconto lungo e articolato, con molte descrizioni, forse troppe, ma per questo non necessariamente noiose.
Mi è piaciuto il dialogo tra i due e la descrizione dello stato d'animo del protagonista, di volta in volta sorpreso, spaventato, incerto.
Quel dialogo ha un che di strano in senso psicologico che mi pare poter rappresentare una specie di dialogo interno al protagonista stesso.
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Marino Maiorino
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Messaggio da leggere da Marino Maiorino »

Caro Nunzio,
sempre interessanti e profondi i tuoi spunti, e ben trattati.
Osservo un'unica pecca, non solo al tuo racconto, ma a tutti racconti che seguono questo schema (la soluzione impossibile): la soluzione non esiste.
Fin dal principio lo scrittore sa che il protagonista è condannato, e per quante speranze possa infondere nel lettore durante la narrazione... in cuor suo sa già come finisce. Questo appesantisce tutta la storia con un'atmosfera ben riconoscibile.
Inoltre, c'è da osservare che sebbene realista, una storia nella quale il protagonista fa la fine del resto, che senso ha?
Infine, che sarebbe accaduto se il protagonista avesse continuato a dichiararsi innocente? Magari lì comincia la storia, certamente molto più lunga, ma è quella che vorrei leggere.
A presto!
«Amare, sia per il corpo che per l'anima, significa creare nella bellezza» - Diotima

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Namio Intile
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Messaggio da leggere da Namio Intile »

Il contesto di Sciascia è uno di quelli che tengo nel comodino di fianco al letto. L'ho letto e riletto.
A ogni modo, il racconto è surreale, Il contesto non lo è per nulla, a tratti didascalico con quel riferimento a Voltaire, e al suo Trattato sulla Tolleranza (che poco ha a che fare col proceso in quanto tale), inclusa la sequenza dialogica con l'ncontro tra i due uomini in quel luogo non precisato in cui il prigioniero viene condotto. L'autore vuole dimostrare una tesi: l'errore giudiziario non esiste, ma non dice mai il perché non esista, se non citando la presunzione d' innocenza. Il prigioniero deve rinunciare alla presunzione di innocenza se vuole rimanere in quel posto, altrimenti dovrà tornare al penitenziario. Il tutto fa desumere un altro processo, che rimane nell'aria. Ma tutto questo alla fine mi pare che non dimostri molto, le parole del guardiano non mi sono sembrate incisive e conclusive a proposito, né quelle del protagonista detenuto. La presunzione di innocenza vale fino a sentenza passata in giudicato. Dopo non si è più imputati ma colpevoli o assolti. Quindi il detenuto non è più un presunto innocente, a meno che il processo non sia stato fatto, ma allora egli si trova detenuto a causa di una misura cautelare e quindi in attesa di giudizio. Per esser brevi, il processo è il luogo in cui si forma una verità che è solo quella processuale e non fattuale. La verità fattuale è solo il punto di partenza di un processo, mai il punto di arrivo. Ed è il luogo in cui la legge, astratta e non specifica, viene applicata a un caso concreto e specifico. I meccanismi riduttivi e applicativi delle leggi processuali sono passati attraverso secoli di riflessione anche illuminista.
Il trattato di Voltaire si riferiva comunque più al diritto sostanziale che a quello processuale.
Non so neanch'io perché mi sono imbarcato in questa astrusa memoria sul diritto processuale, forse dipende da quella presunzione di innocenza che hai citato.
Ma il tuo protagonista, messo di fronte alla probabilità di una più alta condanna preferisce tornare in carcere, sbaglio? Come tutti del resto. Quindi non è innocente, pertanto l'errore processuale non può esistere. Ma l'assenza dell'errore processuale in questo caso dipende tutto dalla paura del processo e dal fatto che egli possa evitare questa paura fuggendo e rifiutando il processo. Ma nell'esperienza comune la paura del processo non ti consente di evitarlo e quindi l'errore processuale non può dipendere dalla paura, ma da tutta un'altra serie di concause.
Ora, cosa vuoi dire al lettore col tuo Ottagono? A questo punto mi sono un po' perso.
Un'ultima annotazione, forse la sequenza descrittiva iniziale è troppo lunga e appesantisce la narrazione. Avrei evitato descrizione del genere: "L'arditezza delle raffinate scelte architettoniche chiaramente rimandavano alle antichità romane e la vetustà dei luoghi facevano pensare che molto probabilmente quella costruzione risaliva a quell'epoca." Mi paiono fini a se stesse e non aiutano la comprensione del testo.
Un racconto di cui apprezzo il tentativo e lo sforzo, per nulla il risultato, che mi pare opaco.
Permettimi, Nunzio, sarebbe anche opportuna una tua replica. Perché io non sono certo l'Oracolo di Delfi e posso aver scritto una marea di stronzate.
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Nunzio Campanelli
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Re: Ottagono

Messaggio da leggere da Nunzio Campanelli »

"Un racconto di cui apprezzo il tentativo e lo sforzo, per nulla il risultato, che mi pare opaco.
Permettimi, Nunzio, sarebbe anche opportuna una tua replica. Perché io non sono certo l'Oracolo di Delfi
e posso aver scritto una marea di stronzate."
Namio Intile

No caro Namio, non hai scritto una marea di stronzate. Ho pubblicato questo racconto con la consapevolezza dei suoi gravi difetti. Speravo che lettori esperti del tuo calibro riuscissero a trovarvi del buono ma sapevo già che non potevo chiedere tanto. Dunque, questo doveva essere il primo capitolo, con il quale volevo parlare dei libri in generale, e di un singolo libro in particolare, uno per ogni stanza ottagonale, per un totale di nove stanze, fino a formare appunto l'ottagono di cui al titolo. Il finale del racconto che ho pubblicato non è naturalmente quello che avevo ideato, dove il protagonista accetta con entusiasmo di trattenersi in quella struttura, suo malgrado. Perché ben presto si accorgerà che il compito affidatogli, quello di rintracciare il libro di cui parlavo, è superiore alle sue forze, e dovrà scendere a patti con il bibliotecario. Insomma, un carcere biblioteca, dove scontare le proprie colpe con la consapevolezza che forse non ne sarebbe più uscito. Vedi bene che mi ero imbarcato in un'impresa sicuramente superiore alle mie forze e mezzi, ma tant'è, quando lo scrissi, circa tredici anni fa, mi mancavano tante doti ma di una in particolare ero invece ben dotato. La pervicacia. Poi gli eventi si sono succeduti senza darmi il tempo di capire perché ero capitato in quell'ingranaggio distruttivo nel quale si era trasformata intanto la mia vita. La lunga malattia di mia moglie, la sua morte conseguente, poi la mia malattia che pian piano da ormai diciassette anni mi sta trasportando verso la fine, hanno reso impossibile anche la sola formulazione di un pensiero idoneo allo scopo. In altre parole non riesco più a scrivere, perché manco della capacità di concentrarmi. Il Parkinson produce anche questi effetti. Scrivo poesie, che un amico ha definito tristissime, che escono di getto quando vogliono. Grazie per il tempo che hai voluto dedicarmi.
Nunzio Campanelli
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Namio Intile
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Re: Ottagono

Messaggio da leggere da Namio Intile »

Ciao, Nunzio. Grazie per la risposta e la possibilità che mi hai regalato, che ci hai regalato, di dischiudere il libro della tua vita, l'apprezzo molto. La tua spiegazione rivela l'anima del racconto, ora è tutto chiaro. Forse basterebbe arricchire e modulare le stesse parole con cui hai fatto luce per rendere il racconto più funzionale e fruibile senza pensare alla redazione di un romanzo.
A rileggerti
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