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Istantanee da New York. La fotografia come significante della guerra

(saggio giornalismo, medio - per tutti)
44 visite dal 12/12/2022, l'ultima: 1 settimana fa.
9 recensioni o commenti ricevuti
Autore di quest'opera:








Descrizione: Può sembrare solo un problema di termini, un rompicapo per filosofi della politica, eppure sembra che manchino effettivamente le parole per definire ciò che è accaduto l'undici di settembre a New York.

Incipit: A vent'anni dalla sua ideazione ho ripescato questo saggio, scritto a quattro mani, sugli eventi dell'11 settembre 2001. Sebbene si tratti dell'opera di due giovani neo-laureati, che peccavano di sfrontata sicurezza, ha ancora in sé alcuni spunti profetici. Oggi alcuni temi, solo sfiorati, sembrano all'ordine del giorno: come quello della globalizzazione, che sembra inevitabilmente condurre al "riaffiorare di sentimenti nazionalisti, particolaristici, reazionari e locali".


Istantanee da New York. La fotografia come significante della guerra
file: istantanee-a5.pdf
size: 816,62 KB


Elenco Tag dell'opera:



Recensioni: 9 di visitatori, 15 totali.
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recensore:

risposta dell'autore, data 11:05:22, 12/12/2022
Ho cercato di ritrovare su Internet le foto analizzate. Non tutte, purtroppo, sono di buona qualità. Me ne scuso.



recensore:

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Recensione o commento # 1, data 22:17:57, 13/12/2022
Bel saggio Domenico. Incuriosito dal titolo e dall'incipit l'ho letto davvero con piacere. Interessantissima tutta la teoria sul fotogiornalismo, mi è piaciuta molto.

Che manchino le parole per definire l'11 settembre può anche essere, fu un atto del tutto eccezionale, sia che si tratti di guerra o terrorismo. La scelta di definirlo atto di guerra aveva invece connotati precisi: atto di guerra, dunque noi "attaccati" rispondiamo invadendo l'Afganistan. Strategia politico-militare, come sottolinei tu stesso.

Se il fotogiornalismo ha generato dei simboli visivi riconducibili alla guerra è forse lecito chiedersi se esso sia stato del tutto libero o funzionale alla politica aggressiva di Bush.
Campo di battaglia, soldati, nemico, celebrazione degli eroi… sembrano in effetti immagini atte a manipolare l'opinione pubblica per giustificare la risposta all'attentato (non a caso lo definisco tale).

La descrizione delle fotografie l'ho trovata superba. Bravo.
La foto dello skyline di Manhattan mi sembra fatta apposta per ingigantire le dimensioni del tragico evento: è tutto piccolo tranne la nuvola di fumo.
La foto 2 trasmette terrore e l'opinione pubblica statunitense è particolarmente sensibile al terrore (oh my god!). In questo modo il nemico si rende presente, scrivi. E scrivi giusto.
La foto 4 e la descrizione che ne hai dato mi ha fatto pensare a John Wayne. Il giusto, l'eroe… un film americano su gente che si faceva un mazzo così per tirar fuori morti e feriti da quelle macerie.

A mio avviso manca l'analisi di una foto altrettanto forte: l'uomo che cade. Il contraltare all'iconografia fotografica che hai ben recensito. Il lato debole, la resa, la disperazione folle davanti la sconfitta.
P.s. ricordo male o esistono immagini anche del primo impatto?



recensore:

risposta dell'autore, data 08:21:40, 14/12/2022
Grazie Francesco per il tuo commento! Ricordo bene, dopo tanti anni, il momento preciso in cui mi baleno l'idea di scrivere questo saggio. Ero andato alla mostra fotografica sul 9/11 al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Le foto erano esposte in ordine cronologico rispetto ai fatti e osservandole in quell'ordine mi si rivelò (verbo che ha a che fare più con il mistico e il poetico, che con lo scientifico) il disegno complessivo: una guerra. Comprai subito il catalogo. Nei giorni successivi ho coinvolto Francesco Fasiolo (che adesso è giornalista a Repubblica) nel progetto e insieme abbiamo scelto e analizzato le immagini. È stato un lavoro entusiasmante. Quando sono preso da qualcosa tendo ad escludere tutto il resto e a farmi assorbire (si può dire che letteralmente anche il corpo perde le sue ragioni e diviene mezzo di trasporto per la mente). Così è accaduto in questo caso.
Dopo la stesura lo abbiamo proposto al professor Abbruzzese di Scienze della comunicazione ed è stato pubblicato da Franco Angeli in un volume a cura di Mario Morcellini, "Torri crollati" (sì, lo so! Il titolo fa schifo) con le foto purtroppo in bianco e nero (questioni di budget).
A distanza di tanti anni non ricordo se la foto dell'uomo che cade dal grattacielo era presente nel catalogo della mostra. Nonostante sia qualcosa di unico, è però impressionante: nel senso che sconvolge, lascia senza parole, svuota lo spirito. Sicuramente l'avrei scartata, perché troppo al di là della comprensione razionale.
Che i media siano stati "arruolati" per alimentare il revanscismo non ne dubito. Penso sia stato in buona parte un atto libero. Gli americani hanno quasi spontaneamente sposato la causa della guerra con poche significative eccezioni, come nel caso di Noam Chomsky. Nessun complottismo naturalmente. Le guerre moderne sono fatte anche di propaganda (e l'Ucraina fa tutt'altro che eccezione, sia che siamo pro o contro la Russia). Cmq, nonostante che la scelta di fare o meno una guerra sia in larga parte sottratta ai meccanismi di decisione democratica, resta sempre la speranza e la risorsa che un dibattito pubblico ampio ed informato possa effettivamente cambiare l'esito della scelta. In parte questo è accaduto con il Vietnam e si può sperare che accada con l'Ucraina. Gli anni successivi all'undici di settembre fanno eccezione. A distanza di tempo le ragioni della guerra sembrano ancora monolitiche nell'opinione pubblica americana: si doveva combattere, e combattere proprio contro quei paesi - Afghanistan e Iraq - che poi sono stati invasi. E questo, secondo me, è solo in parte spiegabile con la propaganda.
Grazie ancora e un abbraccio!



recensore:

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Recensione o commento # 2, data 10:27:27, 14/12/2022
Tu scrivi che un dibattito pubblico potrebbe cambiare l'esito delle scelte malgrado esse siano abitualmente sottratte ai meccanismi di decisione democratica. Non so, Domenico… Io da qua dell'oceano vedo un'opinione pubblica americana più influente di quella europea. Se laggiù il pensiero delle masse influenza decisioni di questo tipo - come appunto l'esempio del Vietnam che hai fatto - in Europa ho l'impressione che questo non avvenga. I sondaggi in diversi paesi dell'UE hanno fin dall'inizio mostrato la contrarietà della popolazione all'invio di armi e, in buona misura, anche alle sanzioni. Malgrado questo i governi tirano dritto verso la direzione che hanno scelto senza interpellare le masse.
La convinzione degli americani sulla necessità della guerra dipende solo in parte dalla propaganda, è vero. Io pero' ci vedo una sorta di indottrinamento permanente, qualcosa che spinge a mantenere quelle idee. Coiè: se il popolo fosse favorevole alla guerra ma i governi che si succedono intraprendessero invece politiche di distensione si andrebbe alla guerra comunque oppure no? Se la propaganda fosse "al contrario" non influirebbe lo stesso sulla mentalità della massa indottrinandola al pacifismo?



recensore:

risposta dell'autore, data 17:19:20, 14/12/2022
Le questioni che poni mi sembrano molto serie e di difficile soluzione. Provo ad azzardare qualche ipotesi.
1) In primo luogo - prendo spunto da Habermas - l'opinione pubblica è efficace nel lungo periodo. È quasi impossibile che un dibattito razionale nell'ambito della società civile possa svolgersi nell'arco di poco tempo e a suon di sondaggi (sempre che quest'ultimi riescano a catturare veramente un sentire comune o solo la posizione di una maggioranza relativa).
2) Il fatto che esista una maggioranza favorevole o contraria a qualcosa non significa che la società abbia ragione e chi governa invece torto. Purtroppo anzi, accade spesso il contrario perché i cittadini sono soggetti a una disinformazione provocata volontariamente o (forse più spesso) involontariamente dai mezzi di comunicazione, e a bias che distorcono sistematicamente i fatti e i dati. Una decisione importante non si può basare sull'aggregazione quantitativa delle opinioni dei singoli, ma sulla capacità di aggregare qualitativamente le diverse opinioni all'interno di una cornice razionale e istituzionale, che filtra gli errori di giudizio e smaschera i cattivi ragionamenti.
3) Un buon sistema rappresentativo dovrebbe garantire che chi governa (Parlamento) sia messo nelle condizioni di affrontare una discussione pubblica razionale su temi importanti come la guerra, influenzando l'opinione pubblica in senso positivo, ovvero non propagandistico, ideologico o dottrinale. Il Parlamento dovrebbe essere effettivamente quello spazio istituzionale di costruzione della società civile e amplificazione dell'opinione pubblica, in un rapporto di costante di influenza reciproca.
4) In questo contesto è di fondamentale importanza il fiorire della società civile attraverso istituzioni intermedie di carattere associativo e democratico. Inoltre i mezzi di comunicazione dovrebbero svolgere un ruolo arbitrale in questo dibattito, cioè non fazioso o partigiano, ma dando modo effettivamente alle varie opinioni di confrontarsi su un piano dialettico e proponendo sintesi fruttuose.

Purtroppo tutto questo manca in buona parte nelle moderne democrazie, dove vigono regole di contrapposizione (tra dottrine, partiti, opinioni), piuttosto che di dialettica. La logica è quella di inquadrare la propria fazione dell'opinione pubblica all'interno di un recinto o camera dell'eco. In queste condizioni non c'è modo di aprire un dibattito razionale, in cui anche i mezzi di comunicazione possano svolgere un ruolo arbitrale e non di propaganda.
Quello che sostengo è, dunque, in gran parte utopia: il modo in cui - secondo me - dovrebbero svolgersi le cose; non la maniera in cui si svolgono effettivamente.



recensore:

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Recensione o commento # 3, data 17:52:47, 14/12/2022
Si, le tue considerazioni mi convincono. Ho una perplessità sul punto 1 all'atto pratico. Un dibattito razionale all'interno della società non è possibile in breve tempo e a suon di sondaggi, hai ragione, ma questo cozza con lo stato d'urgenza nel quale la società stessa si ritrova. Nel caso specifico del conflitto tra Ucraina e Russia, se la gente è conttraria alle sanzioni perché queste portano tutti gli aumenti dei prezzi che stiamo subendo, l'urgenza è adesso. Gli aumenti dei prezzi non aspettano il lungo termine necessario a prendere in considerazione la bontà di un dibattito nell'ambito della società.



recensore:

risposta dell'autore, data 18:16:05, 14/12/2022
Rispondere nell'immediato ad un atto di guerra è qualcosa che, purtroppo, appartiene ancora agli Stati. Per fortuna esistono strutture sovranazionali, come l'Unione Europea, che fanno scelte sulla base di un ampio dibattito, dati oggettivi e in condizioni di democrazia. Non sempre si rivelano efficaci - è il caso dell'ONU - ma sono un passo avanti rispetto alle prospettive nazionali su cui si reggevano le relazioni tra gli Stati tra Ottocento e Novecento.
Nel caso della Russia poi è abbastanza chiaro che non siamo di fronte ad un'opinione pubblica compattamente a favore o contro la guerra. Mi sembra anzi che nella sostanza, nonostante i contraccolpi delle sanzioni, ci sia una larga maggioranza favorevole al fatto che l'invasione dell'Ucraina non potesse essere semplicemente tollerata. Al riguardo esistono argomenti piuttosto forti a sostegno del fatto che l'azione Russa è una chiara violazione del diritto internazionale.
Quello che, però, mi preme sottolineare è che esiste un chiaro limite tra quella che deve essere una scelta del governo, di cui esso si assume tutta la responsabilità, e una scelta presa "in nome di". Un sistema di propaganda tende sottilmente ad eludere questo confine e a far sembrare quella che è una responsabilità individuale in qualcosa di collettivo.



recensore:

Recensione o commento # 4, data 19:54:32, 14/12/2022
Scusa, Domenico, ma dove hai visto un "ampio dibattito, dati oggettivi in condizioni di democrazia"? Nei parlamenti nazionali gli aiuti militari all'Ucraina sono stati decisi a scatola chiusa con accordi secretati (almeno in Italia), mentre i veri dati oggettivi (ossia che l'Ucraina non è più uno stato sovrano, almeno dal 2014, ossia da quando c'è stato un golpe guidato da USA e NATO) non solo non sono mai stati discussi, ma chi si fosse provato a farlo veniva subito accusato di essere filo-putiniano.
La propaganda di guerra, dopo il covid, è proseguita senza la minima soluzione di continuità; i media (tv e giornali) hanno sbianchettato la voce "Covid", passandola alle pagine interne, e c'hanno scritto sopra "Ucraina vittima del cattivo di turno".
Mai come oggi è parsa chiara la totale subalternità di certe nazioni (Italia in testa) all'interno della NATO, e la cooptazione delle élites europee che sono perfettamente consce di non stare facendo gli interessi dei propri popoli, ma proseguono imperterrite. Perché? Come diceva quel tale, fatevi una domanda e datevi una risposta.



recensore:

risposta dell'autore, data 20:32:18, 14/12/2022
Al riguardo ci possono essere opinioni diverse, ci mancherebbe! Sicuramente non è negli interessi dell'Europa che la Russia mantenga in piedi stati allineati, come accade in Bielorussia e accadeva in Ucraina. In questo senso è anche un nostro interesse, mantenere quanto meno in essere degli stati cuscinetto tra noi e la Russia. Cmq non credo che in Russia la decisione di effettuare un'"operazione speciale" sia stata presa in maniera più democratica che in Europa (quanto meno qui c'è stato un confronto pubblico sui pro e i contro dell'intervento militare e delle sanzioni). Anche in Russia, d'altra parte, la propaganda ha fatto ampiamente la sua parte. E il sistema oligarchico non è certamente meglio del nostro, anche se sicuramente ancora ben lontano dalla vera democrazia. Quindi, se vogliamo, resta in piedi una lotta tra potenze, in cui l'interesse di pochi in alcuni rari casi coincide con l'interesse di tutti.
Poi - ribadisco - ciò che mi dà più fastidio, da una parte e dall'altra, è che certe scelte vengano fatte "in nome di": la responsabilità in simili decisioni è esclusivamente di chi governa.



recensore:

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Recensione o commento # 5, data 22:04:21, 14/12/2022
Si, infatti. È il fatto di prendere le decisioni "in nome di" l'incongruenza. Se da un lato la rappresentanza è il sistema migliore possibile dall'altro le decisioni vengono spesso spacciate in nome del popolo anche quando non lo sono. Pensiamo a quante volte in Italia è stata pronunciata la frase "è la gente che ce lo chiede" quando la gente non chiedeva e pensiamo invece a quali reazioni va incontro spesso la gente che chiede davvero qualcosa.
Posso confermare per esperienza diretta che la propaganda antieuropea in Russia è molto forte dallo scoppio del conflitto e non faccio alcuna fatica a immaginare che in Ucraina sia lo stesso nei confronti della Russia. Queste due nazioni stanno facendo l'interesse dei loro popoli? Gli USA facevano l'interesse del loro popolo andando a far la guerra in Afghanistan? Uno stato è tre cose, lo sappiamo: governo, territorio e popolo. È emblematico che a difesa del governo e del territorio si sacrifichi sempre il popolo e mai il contrario. Aspetto inutilmente quel giorno in cui qualcuno che comanda dica: "per salvare le vite del nostro popolo rinunciamo al lercio pezzo di terra".
Penso all'articolo 52 della nostra Costituzione: "la difesa della patria è sacro dovere del cittadino". È orribile. Siamo carne da macello per costituzione e sono quasi sicuro che sarà così nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo.



recensore:

Recensione o commento # 6, data 08:54:17, 15/12/2022
Concordo con entrambi; durante l'ancien régime, i popoli erano proprietà del sovrano, ed era solo lui che decideva contro chi andare in guerra. Dalla rivoluzione francese in poi, sono state le oligarchie al potere a travestire i loro interessi col "sacro dovere per la Patria". Il risultato è lo stesso: i poveracci vanno a farsi ammazzare, e gli unici a guadagnare da una guerra sono coloro che non la combattono.



recensore:

risposta dell'autore, data 11:06:12, 15/12/2022
Andr! Probabilmente già lo conosci, c'è il breve saggio di Canfora su "La democrazia. Storia di un'ideologia" che mette in luce come la struttura della democrazia sia sostanzialmente per natura elitaria e oligarchica. Cmq resta il fatto - secondo me - che (come disse Churchill) "la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora". Quindi preferisco vivere da queste parti.



recensore:

Recensione o commento # 7, data 12:51:41, 15/12/2022
Ho sentito parlare del saggio di Canfora, purtroppo non l'ho letto. Certo, Churchill aveva ragione. Dal suo punto di vista: un aristocratico (da generazioni), perfetto esemplare dell'establishment di una delle società più classiste della storia.
La democrazia vera è un'altra faccenda, e in una società capitalista chiedere "Da ciascuno secondo le sue capacità", e dare "a ciascuno secondo i suoi bisogni" risulta piuttosto complicato. D'altra parte, anche in società del socialismo reale le cose sono andate in modo pessimo. Purtroppo un sistema di governo che concili libertà e uguaglianza (almeno, nelle opportunità) in egual misura è di là da venire, e chissà se i nostri pronipoti lo vedranno…



recensore:

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Recensione o commento # 8, data 15:52:24, 15/12/2022
Diciamo che qualcuno qua a là ci ha provato ed è finito morto ammazzato. Bisogna appunto poi vedere cosa si intende per democrazia, no?



recensore:

Recensione o commento # 9, data 15:46:05, 14/12/2022
Indubbiamente le immagini dell'11/9 hanno "saturato" l'immaginario collettivo, e l'interessante saggio qui presentato rimarca bene il passaggio dalla cronaca al Mito. Dal crollo delle torri, dalla caduta, anche simbolica, della potenza americana, alla sua rinascita tramite la giusta e inesorabile vendetta contro gli empi che tanto hanno osato.
Sull'11/9 sono stati scritti centinaia di volumi e chi voleva farsi un'idea penso se la sia fatta, e chi non lo voleva non lo farà mai, esattamente come nel caso della pandemia o della guerra russo-ucraina.
L'unico fatto certo è che l'11 settembre 2001 ha inaugurato un'epoca di emergenze, successive e sempre più ravvicinate, che seguono tappe precise di una non meglio definita agenda con un obiettivo principale: una sempre maggiore pervasività del controllo del potere sugli individui. Tale controllo viene giustificato con motivi che cambiano di volta in volta, quindi la propaganda mediatica diventa fondamentale: da strumento usato nella pubblicità, è ora un'arma nella guerra ibrida, che ha (in parte) sostituito la guerra guerreggiata con fucili e cannoni. Solo che, in questo caso, le vittime siamo noi.





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